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La Tunisia vota la Costituzione che cancella la Primavera

Tratto da Il Sole 24 Ore, di Roberto Bongiorni

La deriva autoritaria di Kais Saïed, nemico del movimento islamico tunisino Ennahda, rischia di riportare le lancette del tempo indietro di 12 anni. Lunedì 25 il controverso referendum di riforma costituzionale

Ricordiamoci il nome: Kais Saïed. Perché questo scaltro politico di 64 anni, votato nel 2019 presidente della Tunisia, e subito dopo autoproclamatosi “salvatore della patria”, potrebbe mettere una volta per tutte la parola fine a quella grande ondata rivoluzionaria che scosse i Paesi del Nord Africa e di parte del Medio Oriente, definita – quando le illusioni prevalevano su tutto – Primavera araba.

La deriva autoritaria di questo populista in salsa mediorientale, nemico del movimento islamico tunisino Ennahda, rischia di riportare le lancette del tempo indietro di 12 anni. Come? Con un controverso referendum di riforma costituzionale – si vota lunedì 25 luglio – che conferirà al presidente ampissimi poteri e che, per la prima volta in un Paese arabo toglierà il riferimento all’Islam come religione di Stato (per poi furbescamente inserire la Tunisia nella Umma, la grande nazione islamica senza confini).

Le tappe

Ma è bene tornare indietro. Iniziò tutto il 17 dicembre 2010, nella cittadina tunisina di Sidi Bouzid. Fu un giovane di 26 anni, Mohamed Bouazizi, di professione venditore ambulante nonostante un diploma universitario (come peraltro molti tunisini), a compiere un gesto estremo che passò alla storia. Il giovane, in segno di protesta contro le umiliazioni e le angherie subite dalle forze dell’ordine, si diede fuoco in mezzo alla strada. Esasperati dall’inflazione che si mangiava i risparmi, dalla disoccupazione dilagante e da una corruzione endemica, i tunisini si riversarono nelle strade chiedendo la caduta del regime. Un mese dopo, il 14 gennaio del 2011, il dittatore Zine Ben Alì, al potere da 24 anni, si diede alla fuga.

La rivoluzione aveva vinto

Subito dopo toccò all’Egitto. E cadde un altro dittatore. Poi alla Libia. Seguirono Yemen e Siria. Tutte le altre primavere arabe finirono presto e male, alcune molto male.

Tra alti e bassi, i tunisini cercarono ostinatamente di percorrere la difficile strada della transizione democratica. In parte ci riuscirono. La Tunisia era vista dall’Occidente come il modello da seguire, il solo esperimento democratico di successo uscito dal calderone delle primavere arabe. Tanto da meritarsi per due anni consecutivi, nel 2013 e nel 2014, il titolo di Paese dell’anno sul settimanale britannico «The Economist».

Il rischio del ripiego

Dodici anni dopo anche la Tunisia rischia di essere fagocitata dal club dei Paesi falliti o, comunque, allergici alla democrazia. Le cose non sono mai state facili, ma nessuno pensava si potesse arrivare a quanto accaduto il 25 luglio del 2021, giorno dell’anniversario della proclamazione della Repubblica tunisina (1957). Centinaia di migliaia di persone tornarono in piazza per protestare contro la corruzione e l’inoperosità di un Governo troppo diviso e dei partiti riottosi, incapaci di affrontare una profonda crisi economica. Saïed lo comprese subito. Di occasioni così se ne presentano poche. Addossando al Parlamento tutti i mali del Paese, lo sospese. Fu solo il primo passo. In settembre diede il ben servito anche al Governo, licenziandolo. Non solo. Il presidente populista esautorava la Corte costituzionale ancor prima che fosse nominata, attribuendosi il potere di governare a colpi di decreto. In un Paese da tempo polarizzato, i molti oppositori non esitarono a definire la deriva accentratrice di Saïed un colpo di Stato mascherato da riforme urgenti.

Un golpe silenzioso

Da allora Saïed è andato dritto per la sua strada. In marzo ha sciolto il Parlamento. E ora è deciso a imprimere un’altra accelerazione, con un referendum la cui vittoria è scontata: in molti lo boicotteranno, ma alla fine si conteggerà solo chi ha votato. Saïed vuole riformare quella giovane Costituzione entrata in vigore nel 2014 e salutata dalla Comunità internazionale come un modello per tutti i Paesi musulmani e che prevedeva perfino la parità di diritti tra uomo e donna. Quella che un tempo era nata come una Repubblica semi presidenziale diverrà una Repubblica “super presidenziale”. Dove tutto, o quasi, passerà dalle mani del presidente.

Basti solo qualche esempio: l’articolo 101 afferma che il presidente nomina il primo ministro, così come gli altri membri del gabinetto, sulla base di una proposta del primo ministro.

L’articolo 112 precisa che il Governo è responsabile nei confronti del presidente, l’articolo 87 afferma che il presidente esercita la funzione esecutiva con l’assistenza del Governo.

L’articolo 102 prevede che il presidente può revocare il governo o uno qualsiasi dei suoi membri. A Saïed saranno poi conferiti poteri eccezionali in circostanze di emergenza. E se da un lato il presidente potrà dissolvere il Parlamento, dall’altro non è previsto possa essere messo sotto procedura di impeachment.

L’iscrizione nell’Umma, la nazione islamica

Quanto alla questione islamica, se è vero che il referendum toglie il riferimento all’Islam come religione dello Stato – cosa che parrebbe una grande svolta laica – al contempo, iscrivendo la Tunisia nel quadro dell’Umma, la nazione islamica, conferisce allo Stato, quindi al presidente, il compito di realizzare gli obiettivi dell’Umma. Come ha commentato l’esperto giornalista francese di origini tunisine, Pierre Hasky, «Saïed non è un laico, ma un musulmano conservatore, contrario all’Islam politico dei Fratelli musulmani, a cui preferisce l’Islam culturale di cui la sua Costituzione è impregnata».

Già ora il presidente si è sbarazzato di molti pericolosi attori della vita democratica tunisina. tra cui rivali politici, alcuni incarcerati, e molti giudici non compiacenti. A inizio giugno ha licenziato 57 magistrati accusandoli di corruzione e di collusione con i partiti politici. L’ultimo e più illustre membro dell’opposizione messo in un angolo è Rached Ghannouchi, 81 anni, storico leader di Ennahda (ed ex presidente del disciolto Parlamento), accusato di corruzione e riciclaggio di denaro, comparso pochi giorni fa davanti ai giudici del centro antiterrorismo. In un Paese polarizzato, Gannuouchi è l’eroe della Tunisia islamica, il nemico del dittatore Ben Ali, costretto all’esilio dal 1991 al 2011. Ieri l’opposizione ha organizzato diverse manifestazioni contro il referendum. Undici attivisti sono stati arrestati.

L’ombra della crisi economica

Certo, tutto dipenderà da come si evolverà la crisi economica. La Comunità internazionale teme un collasso finanziario. Nel 2020 il Pil è crollato del 9%(anche se nel 2022 si stima una crescita del 2,2%), la disoccupazione oggi è vicina al 20 per cento. Nel 2012 il rapporto debito/Pil era sotto al 50%, nel 2020 ha sfiorato il 90%.

La crisi energetica e alimentare causata dall’invasione russa in Ucraina sta peggiorando tutto. Banca mondiale e Fmi starebbero negoziando un prestito di 4,5 miliardi di dollari. A condizione che Saïed porti avanti le dolorose riforme strutturali. Come il taglio delle pensioni e dei sussidi energetici e alimentari. I tunisini, molti dei quali iscritti nei potenti sindacati, si sono già arroccati.

L’ultima cosa che vuole Saïed è perdere il consenso. Per un populista è tutto. Il problema è che l’uomo nuovo della Tunisia comincia a somigliare al presidente che governò per 24 anni con il pugno di ferro il Paese prima che un giovane si desse fuoco in segno di protesta spingendo milioni di tunisini a scendere in piazza.