Tratto da ilGiornale, di Mauro Indelicato Il presidente turco guarda alle presidenziali 2023 e cerca di saldare i rapporti con l'elettorato fedele al suo Akp proponento di inserire nella costituzione il diritto delle donne a indossare il velo La questione del velo è oramai tornata centrale in Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha lanciato la proposta di indurre un referendum per inserire nella costituzione il diritto delle donne a indossare l'hijab negli edifici pubblici. Ankara infatti per anni ha vietato il velo in pubblico e il governo dell'Akp di Erdogan ha tolto solo parzialmente tale divieto. Ora la vicenda potrebbe essere decisiva in vista delle presidenziali del 2023.

La proposta di Erdogan

La questione in Turchia è molto sentita. In ballo c'è l'identità stessa della repubblica turca. Il divieto di indossare il velo nei luoghi pubblici è sempre stato visto, soprattutto dai movimenti progressisti e dai movimenti in difesa dei diritti delle donne, come il bollo della laicità della Turchia di Ataturk. Di quella Turchia laica cioè nata sulle ceneri dell'Impero Ottomano quasi cento anni fa.
Tratto da Il Fatto Quotidiano, di Ruggero Tantulli
Il nuovo Codice sostituisce quello del 1975. “Da oggi saremo un Paese migliore. L’amore è già legge”. Con queste parole, il presidente della repubblica cubana Miguel Díaz-Canel ha festeggiato l’esito del referendum, così come hanno fatto molti cittadini in varie città dell’isola. Soddisfazione anche tra le organizzazioni attive sul fronte dei diritti. Ad opporsi, oltre alle opposizioni, anche la Conferenza episcopale cubana
Cuba ha detto sì. Con oltre il 66% dei voti favorevoli, i cittadini del Paese caraibico hanno approvato il nuovo Codice della famiglia che prevede, tra le altre cose, unioni e adozioni per coppie dello stesso sesso. Una svolta a tinte arcobaleno, nel Paese della rivoluzione dei barbudos, che lo stesso governo dell’Avana ha sostenuto fortemente. Come comunicato dalla presidentessa del Consiglio nazionale elettorale di Cuba, Alina Balseiro, circa il 74% degli oltre 7 milioni di aventi diritto si è recato alle urne domenica 25 settembre per votare al referendum. Netta l’affermazione dei favorevoli alla riforma: quasi 4 milioni (circa il 66%) i ‘Sì’, quasi 2 milioni (circa il 33%) i ‘No’.
Tratto da Il Sole 24 Ore, di Roberto Bongiorni
La deriva autoritaria di Kais Saïed, nemico del movimento islamico tunisino Ennahda, rischia di riportare le lancette del tempo indietro di 12 anni. Lunedì 25 il controverso referendum di riforma costituzionale

Ricordiamoci il nome: Kais Saïed. Perché questo scaltro politico di 64 anni, votato nel 2019 presidente della Tunisia, e subito dopo autoproclamatosi “salvatore della patria”, potrebbe mettere una volta per tutte la parola fine a quella grande ondata rivoluzionaria che scosse i Paesi del Nord Africa e di parte del Medio Oriente, definita – quando le illusioni prevalevano su tutto - Primavera araba.

La deriva autoritaria di questo populista in salsa mediorientale, nemico del movimento islamico tunisino Ennahda, rischia di riportare le lancette del tempo indietro di 12 anni. Come? Con un controverso referendum di riforma costituzionale - si vota lunedì 25 luglio - che conferirà al presidente ampissimi poteri e che, per la prima volta in un Paese arabo toglierà il riferimento all’Islam come religione di Stato (per poi furbescamente inserire la Tunisia nella Umma, la grande nazione islamica senza confini).