29 Mag Politica, morale, laicità. Parte 3 – La laicità come valore
di Alfredo Mela
Questa è la terza ed ultima parte di una riflessione che riguarda il rapporto tra la democrazia e i principi su cui si basano le società attuali. Nelle prime due parti si è parlato dell’evoluzione del diritto e delle società nella modernità, non più ancorati a principi religiosi ma sempre necessitanti di principi condivisi su cui basare la convivenza. Questa ricerca di principi è fondamentale anche oggi, in società ampiamente multiculturali, di fronte ai forti rischi di erosione della democrazia, che la svolta autoritaria e nazionalista di molti paesi sta provocando. In questa prospettiva, la stessa laicità si presenta come un valore etico a base della democrazia, oltre che come dispositivo per la difesa dello Stato da ingerenze religiose e ideologiche.
La rappresentazione liberale della democrazia, che si era affermata nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale e che proponeva un modello di società basato su principi funzionali, ma anche su una sottostante tacita condivisione di valori fondamentali, viene messa rapidamente in crisi negli ultimi venti anni del Novecento.
Questo avviene non tanto per l’influenza delle teorie del conflitto e in particolare del marxismo: in ultima analisi l’idea stessa di rivoluzione presuppone che il la lotta di classe apra la via ad una società fortemente coesa e non priva di valori comuni, anche se di segno opposto rispetto a quelli dell’individualismo liberale. Piuttosto, è il clima del postmodernismo e del conseguente relativismo culturale e il riconoscimento di una moltitudine di differenze non unicamente sociali, ma legate al genere, all’etnia, alle preferenze sessuali ecc. a mettere in discussione l’idea di un nucleo valoriale comune, talmente radicato da restare addirittura inconscio. Questo clima anima, al contrario, intensi dibattiti centrati sull’idea di una decostruzione dei supposti valori comuni delle società moderne occidentali, a partire da quelli dell’umanesimo: dietro la maschera dell’universalismo e del razionalismo si mette a nudo il volto dell’etnocentrismo colonialista, del patriarcalismo, dell’omofobia.
Peraltro, a partire dagli anni ’80, mentre quest’opera di decostruzione impegna la cultura critica accademica e molti movimenti (no global, femministi, postcoloniali, LGBT ecc) in vari contesti mondiali, il neoliberismo diffonde un’altra idea, che apparentemente è ben ancorata alla realtà economica e politica: quella dell’assenza di alternative al modello capitalistico, rimasto ormai l’unico dopo il crollo dei sistemi ruotanti attorno all’Unione Sovietica. Per questa via, la fine delle “grandi narrazioni” dell’Otto- e Novecento e del pensiero metafisico, esaltata da Lyotard e dai fautori del pensiero debole come antidoto alle filosofie che legittimano verità assolute, si trasforma nell’idea di un relativismo dei valori che trova la sua collocazione ideale nel mondo post-ideologico aperto dalla fine della guerra fredda. In questo mondo, si sostiene, il pensiero forte non serve più – quanto meno per quanto concerne il discorso sui fondamenti della società e dell’economia – perché ormai c’è un solo modello socio-politico possibile: quello del capitalismo neoliberista.
Questa convinzione finisce col penetrare anche nel campo della sinistra: non già quella dei grandi movimenti, ma piuttosto quella che si presenta in linea di continuità con le socialdemocrazie dei gloriosi trenta anni postbellici. La nuova narrazione (questa volta tutt’altro che “grande”) plaude persino a questa assenza di alternative come presupposto per una pacificazione dei conflitti ideologici del passato e per una ricerca del progresso in una via che politicamente tende al “centro”. Insomma, per un breve arco di tempo, a cavallo tra i due secoli, si riaffaccia l’idea che il funzionamento del sistema capitalista, liberato da eccessivi “lacci e laccioli” statali e da vincoli burocratici e divenuto l’unico modello possibile a scala globale, sia sufficiente a garantire stabilità e coesione sociale, in un quadro politico dominato dall’Occidente, ormai sgombro da ideologie, fondamenti metafisici e dogmi morali ed orientato ad un sano pragmatismo.
Un crescendo di crisi traumatiche – dall’11 settembre alla guerra in Iraq, dalla crisi del 2008 sino al Covid 19 – ha presto tolto ogni illusione sull’idea di una globalizzazione portatrice di pace e di prosperità. Gli anni più recenti, poi, con lo scoppio di guerre sempre più a vasto raggio, la crisi delle democrazie di fronte a sfide che provengono tanto dal’esterno, quanto dall’interno dei paesi in cui questa forma di governo appariva più consolidata, hanno cambiato radicalmente il quadro dei rapporti non solo tra gli stati, ma anche tra lo stato e i cittadini. L’accentramento dei poteri in esecutivi insofferenti di ogni vincolo – anche di quelli legali e costituzionali –, il populismo che vuole creare un legame diretto tra un(a) leader e il “suo popolo”, saltando ogni criterio di rappresentanza e di rispetto per la pluralità delle opinioni, la polarizzazione favorita dai media digitali, lo sviluppo di tecnologie capaci di rendere capillare la sorveglianza: questi (ed altri ancora) sono fattori dirompenti che stanno stravolgendo in profondità i rapporti politici e sociali in ogni paese.
Di fronte a tale situazione, carica di rischi ormai innegabili per la democrazia, diventa essenziale una domanda : quale può essere una linea di contrasto efficace non solo per limitare i danni, ma anche per delineare alternative credibili?
Nessuno sembra in grado di dare oggi una risposta, che tuttavia si rivela sempre più urgente. A me sembra, tuttavia, che un fatto si stia evidenziando: la pur indispensabile denuncia delle violazioni del diritto internazionale – e della forzatura interna allo stato delle procedure previste dalle leggi da parte dei governi delle destre estreme – non è una linea di contrasto sufficiente. Le maggioranze che si presentano come investite di un ruolo quasi sacrale, essendo state scelte dal “popolo” e capaci di esprimere leader “figli(e) del popolo”, sono in grado di cambiare le leggi, magari a forza di decreti d’urgenza, se non anche di imporre stati di eccezione per perseguire i loro scopi, cercando persino di dimostrare di mantenere il rispetto delle norme. Una linea di difesa puramente procedurale della democrazia non garantisce che le procedure stesse non vengano cambiate di segno, anche attraverso aggiustamenti progressivi ciascuno dei quali non appare determinante ma che, nel loro complesso, svuotano la democrazia di ogni significato effettivo.
Ma, se così stanno le cose, non mi pare che possa essere elusa la questione di un nucleo culturale / valoriale / morale condiviso alla base della democrazia. Del resto, chi la sta mettendo in pericolo ostenta persino il richiamo a valori morali ben precisi, presentandoli come il fondamento irrinunciabile dell’identità del popolo: sono non solo i valori del cattolicesimo più reazionario, ma anche quelli di un richiamo agli interessi prioritari del paese e dei suoi abitanti – in opposizione all’idea di un bene comune universale -, di una concezione nazionalistica della cultura, tanto farcita di retorica quanto disponibile alla commercializzazione.
Di fronte a questa offensiva, è possibile ricreare condivisione attorno ad alcuni valori alternativi, basati sull’idea della priorità del bene comune, su una concezione universalistica dei diritti umani, sull’aspirazione alla giustizia sostanziale e anche sulla non procrastinabile esigenza di conciliare sviluppo umano ed equilibri ambientali? Mi sembra, questo, un problema fondamentale e molto complesso in una società fortemente eterogenea, perché ogni possibile condivisione non può essere che frutto di un confronto aperto di opinioni, che definisca anche un metodo e degli strumenti concreti per consentire una partecipazione di tutti a tale confronto, superando i limiti che lo ostacolano.
Ovviamente, la ricerca di una condivisione su alcuni principi di fondo è cosa ben diversa dall’aspirazione a qualsiasi nuova forma di dogmatismo, sia esso religioso o di altro tipo. In definitiva è proprio quello che l’assemblea costituente in Italia ha fatto dopo il crollo del fascismo e la fine della guerra, attraverso un dibattito aperto tra esponenti di diverse visioni politiche. In larga parte la Costituzione, nata da quel dibattito, poggia su principi del tutto validi anche oggi. Ma la situazione al contorno è radicalmente diversa e quegli stessi principi ed altri ancora (ad esempio quelli che riguardano il rapporto con l’ambiente e le altre specie) debbono essere aperti a nuove interpretazioni per creare condizioni per una convivenza in società fortemente multiculturale.
Non è sufficiente, dunque, limitarsi ad una difesa delle procedure della democrazia, ritenendo le questioni valoriali irrilevanti sul piano politico: questa difesa è certamente necessaria ma occorre anche affrontare senza remore una battaglia culturale che riguarda dei valori e dei principi. Una battaglia su un piano etico e politico, oggi quanto mai necessaria contro ogni rischio di involuzione politica e sociale. Intesa in questo senso, tale compito non ha nulla di contrario alla laicità; anzi, in questa prospettiva, la laicità stessa è un valore e non solo un dispositivo per impedire l’ingerenza religiosa, un valore coerente con quelli di giustizia e di eguaglianza dei cittadini. In definitiva, è un principio ineludibile alla base della democrazia.