30 Apr Politica, morale, laicità. Parte 2 – Le società secolari nel Novecento
di Alfredo Mela
Questa è la seconda parte di una riflessione, già iniziata con un primo articolo su “Laicamente”, dedicata al tema della relazione tra democrazia e laicità. Un tema – questo – che si sta riproponendo oggi in modo drammatico, di fronte a potenti sfide alla democrazia che nascono nello stesso mondo occidentale e che utilizzano la religione per giustificare guerre, violenze e attacchi ai diritti civili. Nel testo già pubblicato si metteva in luce come, sin dai suoi inizi, lo stato laico, separandosi da ogni giustificazione teologica del proprio potere, abbia cercato di trovare nuove basi del diritto e nuove idee su cui poggiare la coesione sociale.
Per approfondire il tema dei pericoli che la democrazia e la laicità stanno vivendo attualmente, vale la pena di fare un passo indietro ed esaminare le basi su cui le società democratiche del Novecento hanno fondato i principi di uno stato laico, pluralista e capace di garantire coesione sociale.
Si può vedere tale questione da molti punti di vista. Una prospettiva porta a considerare le alternative che sono sorte nell’ambito della filosofia del diritto, in stretta connessione con le concezioni della democrazia. Per usare una semplice schematizzazione dicotomica, potremmo dire che da un lato si trovano le posizioni del giuspositivismo, che bene si abbinano a concezioni procedurali della democrazia, mentre dall’altro lato vi sono posizioni che affermano la necessità di un diritto sostanziale, che definisce le propria finalità nella ricerca della giustizia e del benessere dei cittadini e che richiede una democrazia a sua volta basata su principi condivisi.
La posizione del positivismo giuridico afferma una forte separazione tra la morale e il diritto: il suo punto di forza sta nel fatto di poter essere garanzia di laicità, dal momento che nessun tipo di dover essere (di origine religiosa, filosofica, ideologica…) interviene nella definizione delle basi del diritto e della democrazia. Ciò che, tuttavia, non garantisce è che sia possibile tracciare una distinzione netta tra una democrazia e un diritto tendenti all’equità, oppure finalizzati a stabilire solo un quadro di regole del gioco, di tipo procedurale, tra le quali possono destreggiarsi senza difficoltà i poteri economici e politici dominanti, in modo da riprodurre e magari accrescere ingiustizie e diseguaglianze.
Ci si può poi chiedere: è possibile stabilire delle regole che siano semplicemente procedurali, che non contengano implicitamente un principio sostanziale? Per fare l’esempio più ovvio: perché nelle elezioni deve valere il principio che tutti i voti valgono allo stesso modo, anziché pesarli in base a qualche criterio, ad esempio la ricchezza, di competenza o quant’altro? Sarebbe pur sempre meglio che quanto avveniva nelle democrazie ottocentesche in cui votavano solo i maschi ricchi. Se, invece, si afferma che i voti debbono avere ugual peso, lo si fa non solo perché sono legittime le procedure che hanno portato a scegliere questa soluzione ma, innanzitutto, in base al principio illuministico dell’eguaglianza dei diritti dei cittadini, che si oppone a quello di una società “naturalmente” divisa in classi o in caste.
La seconda posizione, che collega il diritto a finalità sostanziali, sembra ricollegarsi in qualche modo all’idea di un diritto naturale, basato su principi universalmente validi o, comunque, condivisi in un dato contesto storico. Principi che possono essere alla base delle costituzioni – come nel caso esemplare della Costituzione italiana – o quanto meno di quella parte di esse che fissa punti non modificabili (come ad esempio, per l’Italia, quella del rifiuto del fascismo), a meno di uno stravolgimento delle regole stesse della convivenza civile. Ma quale è la base di questi principi? In qualche modo, essi richiamano un dover essere, ovvero una morale, o quanto meno alcuni elementi di un’etica in cui tutti possano riconoscersi. Ma, allora, come garantire che questo non sia un modo per reintrodurre a fondamento delle istituzioni e del diritto una qualche base religiosa, filosofica, ideologica cui tutti siano costretti a riconoscersi?
Per eliminare questo rischio di un obbligo morale, senza dunque venir meno ai principi di laicità, mi sembra che ci siano solo due vie possibili. La prima è quella di affermare un radicale realismo morale, ovvero ritenere che alcuni principi etici siano di per sé evidenti, senza la necessità che essi siano sanciti da una qualche autorità religiosa. Gabriel, nel suo libro Progresso morale in tempi bui (Castelvecchi, 2025) sostiene questa tesi, aggiungendo che, per l’applicazione di tali principi in situazioni complesse, è importante anche la valutazione scientifica (dunque, non di natura morale) delle circostanze. Egli porta ad esempio il caso dell’aborto: se la scienza dicesse che l’ovulo fecondato è già un essere umano completo, l’aborto sarebbe sempre un omicidio; tuttavia, le evidenze scientifiche parlano di una progressiva formazione di caratteri umani, sicché è lecito accettare l’interruzione volontaria della gravidanza entro limiti temporali che la biologia aiuta a stabilire.
La seconda via, meno assertiva, è quella di Habermas e di quanti affidano al dialogo basato su argomentazioni la ricerca di un consenso sulle basi del diritto e della democrazia. E’ questa l’idea di una democrazia deliberativa, nella a tutti gli attori individuali e alle organizzazioni è riconosciuta la facoltà di partecipare ad una discussione nell’ambito della società civile, anche se poi esiste un principio procedurale che regola il passaggio da questa sfera a quella del confronto istituzionale in vista della decisione. In ogni caso, sia che si tratti di un progressivo riconoscimento, da parte delle società, di ciò che è bene fare o non fare, in conformità con le caratteristiche naturali della specie umana, sia che il dover essere dipenda da una continua negoziazione entro un quadro di regole paritarie, lo stato democratico non deve richiamarsi ad un’etica positivamente affermata da una religione o una filosofia.
Considerazioni non distanti da queste si possono fare affrontando la questione da un punto di vista sociologico. Nella sociologia del secondo dopoguerra, specie in ambito americano, prevale una concezione della società nella quale l’ordine sociale è visto come effetto della autoregolazione dei sistemi, articolati in una varietà di sottosistemi aventi compiti specifici. In questo periodo è ben presente l’affermazione della possibilità, da parte dei sistemi sociali, di mantenersi stabili e di garantire coesione tra le loro parti e tra i singoli soggetti grazie ad una divisione del lavoro organizzata e funzionante, capace di svolgere in forma impersonale le funzioni che l’“ordine morale”, garantito dalla religione, svolgeva nelle società tradizionali.
Ad ogni modo, anche nella più influente di tali posizioni sociologiche, quella di Parsons, viene posto il problema di una base culturale comune delle società moderne e questa viene individuata in un sottosistema sociale il cui compito è la riproduzione dello “schema latente”: esso garantisce la continuità del sistema mantenendo in essere quei principi la cui condivisione è talmente profonda da divenire inconscia. In altri termini: le società moderne funzionano senza avere bisogno di un collante religioso o ideologico, ma per effetto della loro organizzazione funzionale. Tuttavia, perché non perdano la loro coesione e identità è necessario che tutti diano per scontati alcuni principi di fondo: possiamo pensare ad esempio che ci si possa riferire ai principi della responsabilità individuale di fronte alla legge, al legittimo desiderio di ciascuno di cercare la felicità, al rifiuto della violenza per perseguire i propri scopi e così via. Questi sono dei punti fermi nella vita sociale: indipendentemente dalle concezioni religiose o filosofiche di ciascuno, non vengono messi in discussione perché nessuno sosterrebbe il contrario. Insomma, anche per questa via entra di nuovo in scena un nucleo culturale (valoriale, morale) comune come fondamento nascosto della società moderna, indipendente da prescrizioni religiose.