Sulla nuova proposta di legge sulla caccia

di Davide Babboni, Tito Pasini e Roberto Piana (vicepresidente di Pro Natura Animali)

Dopo un anno di giacenza in Commissione il testo, aggravato da modifiche peggiorative, è passato nel giugno 2026 all’esame dell’aula del Senato in prima lettura. Unica modifica positiva risulta essere l’espunzione dall’ampliamento delle specie cacciabili dello stambecco. Rimangono aggiunte alle specie cacciabili le oche selvatiche e i piccioni selvatici. Martedì 23 giugno 2026 è stato approvato dal Senato, il testo dovrà essere ancora esaminato dalla Camera dei Deputati. Le associazioni ambientaliste e animaliste si stanno mobilitando per informare l’opinione pubblica e fare crescere l’opposizione a questo pericolo per la fauna selvatica. In particolare per la possibilità, di usare richiami vivi, al fine di attrarre eventuali altri animali.

Nel suo impianto generale questo disegno di legge ci sembra sbilanciato e poco prudente.

Il punto che ci convince meno è il rovesciamento del principio di partenza. La legge precedente sulla caccia, attualmente in vigore, del 1992, considera la fauna selvatica un patrimonio da proteggere e ammette la caccia entro limiti determinati. Il nuovo testo tende invece a qualificare la caccia come attività che contribuirebbe alla tutela della biodiversità e attribuisce ai cacciatori il ruolo di “bioregolatori”.

Questa affermazione può avere una parte di verità, ma solo in circostanze precise. In alcuni territori può essere necessario controllare specie eccessivamente numerose, invasive o responsabili di gravi danni agricoli. Tuttavia, il controllo faunistico scientificamente programmato non coincide automaticamente con la caccia ricreativa. Il primo dovrebbe dipendere da censimenti, obiettivi verificabili, personale preparato e controllo pubblico; la seconda risponde anche a un interesse privato e sportivo.

Ci sono alcuni punti analizzati che ci preoccupano in particolare: l’ampliamento delle specie o dei periodi nei quali si potrebbe cacciare; la maggiore discrezionalità concessa alle Regioni; l’indebolimento, in alcuni procedimenti, del peso del parere scientifico dell’ISPRA; il rischio di presentare come tutela della natura ciò che è, almeno in parte, un ampliamento dell’attività venatoria.

Proprio la riduzione del ruolo obbligatorio del parere ISPRA in determinate estensioni dei calendari ha suscitato forti contestazioni. Anche la Commissione europea ha dichiarato di seguire attentamente il provvedimento, per verificarne la compatibilità con le norme europee sulla protezione degli uccelli e degli habitat.

Qui il testo della legge presentata al Senato

 

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