Politica, morale, laicità. Parte 1 – Dalla “dea Ragione” al turbo-capitalismo

di Alfredo Mela

Sin dalle sue origini la modernità occidentale ha posto le basi, con Machiavelli, per una separazione tra la sfera morale e quella politica. Con Ugo Grozio e lo sviluppo del giusnaturalismo anche il diritto si distacca dall’idea di un fondamento divino, per affermare che la base del diritto è naturale, valida anche Etsi Deus non daretur. Potremmo dunque dire che, nella modernità, morale, politica, diritto appartengono a campi di senso differenti e non necessitano di un comune ancoraggio ad un principio religioso. Questo è stato il punto di avvio di una concezione della laicità (dello Stato, delle leggi) che l’illuminismo ha ripreso e rafforzato in modo più sistematico ponendo le basi per le democrazie basate sull’uguaglianza di diritti e dignità dei cittadini, a prescindere dal loro credo religioso.

Tuttavia, attualmente ci troviamo in una situazione profondamente mutata sia rispetto al momento in cui le forme elitarie di democrazia si sono sviluppate inizialmente, sia da quello in cui si sono affermate in forma più completa, con la diffusione del diritto di voto universale, giungendo ad un momento culminante nei tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Oggi, invece, è in atto una erosione dei principi essenziali della democrazia in molti paesi occidentali e si osserva una inversione di tendenza rispetto alla diffusione del modello democratico in tutto il mondo, che sino a pochi anni fa appariva inevitabile. La retorica che aveva accompagnato lo sviluppo del capitalismo sin dai suoi albori, ovvero quella di una sua connaturale inclinazione verso la democrazia, non solo ha ricevuto nel tempo svariate smentite – specie con i fascismi del XX secolo – ma oggi sembra addirittura capovolgersi. Come alcuni tra i grandi sostenitori del turbo-capitalismo cominciano a dire in modo esplicito, le regole del funzionamento della democrazie e la separazione dei poteri, con la loro funzione di reciproco controllo, rappresentano oggi un ostacolo al modello capitalistico oggi dominante, che richiede mani libere tanto per i grandi oligopoli, quanto per i governi. Per questo il tentativo di radicale trasformazione dei modelli democratici, in direzione di un forte accentramento senza limiti che, peraltro, non si traduce affatto in un benessere generalizzato per la popolazione, ma nel rafforzamento di una iper-borghesia e nell’aumento delle diseguaglianze.

In questa situazione, anche la separazione tra le sfere di senso e gli equilibri tra principi morali, politica e funzionamento dei sistemi sociali, così come si era affermata in molti paesi occidentali, appare a rischio. Se da un lato la sua difesa è un compito primario per chi ha a cuore la democrazia e la laicità, dall’altro lato è necessaria anche una riflessione su una risposta non semplicemente difensiva alle sfide delle “democrazie illiberali”, che hanno la loro punta di diamante nel trumpismo.

In questa prospettiva, vale la pena focalizzare l’attenzione soprattutto sul nesso tra principi etici e istituzioni democratiche e coesione sociale, da cui dipende anche il tema della laicità dello stato.
In realtà, alcune questioni a proposito di questa relazione si erano già poste sin dall’inizio dell’organizzazione statale in base ai principi dell’Illuminismo. Infatti, dopo aver affermato la laicità dello stato, è presto iniziata la ricerca di un sostituto della religione come collante delle strutture sociali. Già nel periodo del Terrore della Rivoluzione francese si era assistito all’emergenza di un culto della “dea Ragione”, promosso dai fautori dell’ateismo, peraltro subito stroncato da Robespierre e sostituito da un culto dell’Essere Supremo, di stampo deista. Nell’ottocento, Comte, teorizzando il passaggio dallo stadio religioso a quello positivista delle civiltà, mediante la stadio intermedio dominato dalla filosofia, poneva il problema della coesione delle società giunte a questo ultimo stadio, non più garantita da un’adesione generale della popolazione ad una religione, come avveniva nel medioevo. Di qui la sua proposta di una nuova religione dell’Umanità e di un culto dei grandi scienziati, come sostituto “popolare” della religione, capace di garantire una coesione – potremmo dire – basata non solo sulla ragione, ma anche sui sentimenti e la ritualità.

Più tardi, nei fascismi del XX secolo (ma in forme diverse anche nello stalinismo e nel pensiero dei suoi seguaci), sono il nazionalismo e una concezione etica dello stato, con i suoi supposti valori nazionali a divenire un principio para-religioso. Esso trova in Italia una manifestazione esplicita nella scuola della Mistica fascista di Niccolò Giani, ben accolta da Mussolini: il fascismo è presentato come un complesso di principi morali vincolanti per tutti, desunti dal pensiero del Duce, che debbono essere accolti con fede per spronare gli italiani sino all’estremo sacrificio. Del resto, nel dopoguerra il nazionalismo ha continuato ad essere una componente del pensiero delle destre italiane e di molti altri paesi democratici: la sua attuale risorgenza non a caso avviene non solo nei movimenti sovranisti, ma anche in forme di pensiero genericamente conservatore.

Oggi, poi, ad assumere un carattere quasi religioso è lo stesso capitalismo, sempre coniugato con il nazionalismo e l’affermazione del primato degli interessi nazionali. A differenza del pensiero fascista originario, che affermava un dirigismo statale sull’apparato produttivo, le attuali tendenze del pensiero illiberale sono fautrici di un capitalismo selvaggio e di una totale identità tra gli interessi dei grandi oligopoli e quelli nazionali. Questo è visibile nel movimento Maga e nei partiti di analoga ispirazione che, inoltre, affermano la superiorità degli interessi nazionali rispetto a qualsiasi altro principio etico. Questa sorta di sacralizzazione del capitalismo non è contrario alla religione, ma solo alle posizioni e alle figure religiose che si oppongono ai governi. Le religioni obbedienti possano trovare il proprio ruolo in questa miscela di spinte antidemocratiche ed antisociali, sia pure con diverse modalità nei singoli paesi: con il protagonismo di teologie della prosperità e predicatori televisivi negli USA e in paesi latinoamericani, mentre in Italia sono piuttosto i gruppi cattolici tradizionalisti a fare analoga parte, con l’accompagnamento di atei devoti e di tutori laici dei valori morali eterni dell’Europa romana e giudaico-cristiana.

Tuttavia, questo tipo di ideologia è ben lungi dal garantire coesione alle società contemporanee: anzi, essa diffonde odio e polarizzazione perché ha bisogno di questi per affermare la necessità di rafforzare il potere a scapito del pluralismo delle idee e per sbarazzarsi delle forme di bilanciamento tra i poteri delle altre istituzioni a vantaggio del solo esecutivo.

In questa situazione, occorre domandarsi come sia possibile resistere a questa deriva e riaffermare una società pluralista; una società dotata anche di quel grado di coesione che la preserva dall’alternativa tra lo scontro continuo e la rinuncia alla democrazia per affidare il potere ad una sorta di nuovo Leviatano securitario. Questo corrisponde ad uno stato autoritario che si presenta con la duplice faccia del potere politico e di quello economico, entrambi sciolti da ogni vincolo e incapaci persino di garantire l’habeas corpus ai propri cittadini, come mostrano i fatti di Minneapolis e non solo.