USA: CHI SONO LE CLINIC ESCORT

Tratto da Ohga di Maria Teresa Gasbarrone

Letteralmente “accompagnatrici di clinica”, le “clinic escort” sono delle vere e proprie scorte che negli Stati Uniti accompagnano le donne all’entrata e all’uscita dalle cliniche che consentono l’aborto. Il loro obiettivo è proteggerle dagli insulti degli anti-abortisti. La loro storia è la prova che in fatto di salute il diritto all’aborto è tra i più minacciati, non solo negli Usa.


Nel mondo l’aborto è negato in qualsiasi circostanza in 24 Paesi, in altri 42 è consentito solo se la vita della donna è in pericolo. Il problema dell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza però riguarda anche molti Stati in cui anche se legittimo in base al diritto, l’aborto non è legittimato da un’ampia fetta dell’opinione pubblica, con conseguenze emotive a volte anche drammatiche per le donne che intraprendono questa scelta.

Per farti un’idea del problema, pensa che in alcune città degli Stati Uniti – ma anche alcuni Paesi dell’Europa – le donne che decidono di abortire sono costrette ad accettare offese e insulti da parte degli attivisti pro-vita o dei gruppi religiosi estremisti che della lotta al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza hanno fatto la loro bandiera.

Ecco perché in occasione della Giornata mondiale della Salute abbiamo voluto raccontarvi un fenomeno in Italia ancora poco noto, ma presente in diversi parti del mondo. Stiamo parlando delle clinic escort, attiviste e attivisti che negli Stati Uniti da anni scendono in strada affiancando le donne che si recano in clinica per proteggerle e accompagnarle – fisicamente e mentalmente – verso questa scelta.

Chi sono le clinic escort
Il termine è abbastanza chiaro. “Clinic escort” significa letteralmente “accompagnatrice di clinica”: si tratta di vere e proprie scorte, per lo più volontarie e volontari, che assistono le pazienti nelle cliniche abortive, accogliendole e aiutandole a entrare e uscire dagli ospedali in modo sicuro ed efficiente.

Il loro compito è quello di accompagnare le pazienti e proteggerle dalle parole, ma a volte, anche solo dagli sguardi giudicanti, degli attivisti anti-abortisti che spesso scelgono proprio le cliniche abortive come luogo dei loro “sit-in”.

Le “clinic escort” si posizionano infatti proprio davanti alle cliniche sfoggiando pettorine, ma soprattutto, ombrelli colorati per rendersi distinguibili. L’ombrello quindi è un segno di riconoscibilità, ma ormai anche un simbolo del loro ruolo: offrire un riparo dagli attacchi degli antiabortisti.
Di fatti la legge americana presenta un vuoto che permette agli antiabortisti – o anti-choicer – di manifestare verbalmente il proprio dissenso. Il riferimento è il “Face Act” emanato da Bill Clinton nel 1994. Anche se nel primo punto si vieta espressamente l’utilizzo della violenza fisica per impedire alle persone di entrare in una struttura e abortire, non c’è nessun espresso divieto sulla violenza psicologica e questo rende nei fatti legittimi i comportamenti degli antiabortisti.

Non si tratta di casi isolati, ma di un vero e proprio fenomeno che si è esteso in tutti gli Stati Uniti, sotto forma di tante piccole associazioni. La loro attività è più intensa – e necessaria – soprattutto negli Stati del Sud, dove i movimenti anti-abortisti sono più presenti.

Un movimento nato dal basso che si è fatto più forte da quando a giugno 2022 la Corte suprema statunitense ha abolito la storica sentenza Roe vs Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli Usa.

La decisione del 2022 di fatto, pur non rendendo illegale l’aborto, lascia libera gli Stati di vietare l’interruzione di gravidanza. Un atto, definito dallo stesso presidente Joe Biden “un tragico errore”, che è stata percepita dagli antiabortisti come una legittimazione alla loro battaglia. “È solo e soltanto una sua scelta, non la tua”, ribadisce in un video sui social una clinic escort di Orlando, in Florida, a un manifestante “anti-choicer”.

Quello sull’aborto è però un diritto su cui pesano ancora troppe barriere, anche in altri Paesi del mondo. A riprova di ciò sono le tantissime organizzazioni pro-aborto nate in tutta Europa. Una delle iniziative più importanti, “Abortion without borders” (Awb), nata dall’alleanza di sei di queste, ha aiutato oltre 1.800 persone ad accedere all’interruzione volontaria della gravidanza solo nell’ultimo anno.

Soprattutto nei Paesi più rigidi le attiviste lottano per difendere il diritto all’aborto anche a costo di mettere a rischio la propria libertà. È quanto successo a Justyna Wydrzyńska, l’attivista polacca condannata a inizio marzo dal tribunale di Versavia per aver assistito un aborto durante la pandemia di Covid-19. Wydrzyńska condannata a 30 ore di servizi alla comunità al mese per dieci mesi.
Secondo Amnesty International il processo di Wydrzyńska è il primo in Europa in cui un’attivista pro-aborto è stata accusata di aver fornito pillole abortive. Da quando è stata perseguita, è stato chiesto che le accuse contro di lei venissero ritirate e che l’accesso all’aborto fosse completamente depenalizzato in Polonia, dove è praticamente inaccessibile se non in casi eccezionali da quando. gennaio 2021 è entrata in vigore la tanto – ma invano – contestata sentenza del Tribunale costituzionale.

In Italia
La legge 194 del 1978 riconosce a tutte le donne in Italia di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza nei primi 90 giorni di gestazione e dopo il quarto mese solo per motivi di natura terapeutica, ovvero nel caso in cui portare avanti la gravidanza significhi mettere a repentaglio la vita della madre.

Tuttavia, anche in Italia l’aborto è ancora troppo spesso ridotto a una battaglia ideologica. Ti basti pensare che nel 2020 gli obiettori di coscienza rappresentavano il 64,4% dei ginecologi.
Anche in Italia quindi accedere all’aborto non è sempre una procedura semplice e priva di difficoltà – oltre a quelle implicite nella scelta stessa – come dovrebbe essere per legge.

Tanto che movimenti di attiviste (e attivisti) pro-aborto esistono anche qui. Uno di questi è “Libera di abortire”, un’iniziativa nata per “garantire concretamente a ogni persona il libero accesso all’aborto, tramite azioni di informazione pubblica” e campagne rivolte allo stesso ministero della Salute. Il loro obiettivo è rendere effettiva l’attuazione della legge 194 ed eliminare gli ostacoli – materiali e psicologici – con cui le donne che decidono di abortire devono ancora oggi fare i conti.

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