25 Giu Uno sguardo sulla laicità in Israele: tra diritto, religione e democrazia
di Davide Babboni e Tito Pasini
Il rapporto tra religione e Stato in Israele rappresenta uno dei temi più complessi e sensibili del panorama politico e giuridico contemporaneo. Più che una semplice contrapposizione tra laicità e religione, il dibattito israeliano ruota attorno a una domanda più profonda: come garantire la libertà religiosa all’interno di uno Stato che si definisce contemporaneamente ebraico e democratico.
Per comprendere questa tensione è utile osservare il lavoro di alcuni tra i principali think tank, ONG e centri culturali israeliani che affrontano il tema da prospettive differenti: giuridica, politica, filosofica e attivista. La varietà delle posizioni emerse mostra infatti un panorama molto più articolato di quanto spesso venga percepito all’esterno.
Tra gli attori più influenti emerge l’Israel Democracy Institute, uno dei principali centri di ricerca israeliani dedicati allo studio della democrazia e del rapporto tra religione e Stato. L’istituto affronta temi come libertà religiosa, diritto civile, matrimonio, conversioni e rapporto tra identità ebraica e principi democratici. Il suo approccio appare prevalentemente giuridico e istituzionale: l’obiettivo dichiarato è quello di proporre riforme capaci di conciliare il carattere ebraico dello Stato con le esigenze di una società pluralista. Non a caso, i suoi studi vengono frequentemente utilizzati nel dibattito parlamentare e nelle analisi sull’opinione pubblica israeliana. L’articolo principale presente sul sito al momento della consultazione è: “Studio della Torah e le sue implicazioni”, del 10 giugno 2026, nel quale si critica la proposta della Knesset di equiparare lo studio della Torah al servizio militare. Un altro articolo in evidenza è dedicato alla “Conferenza Eli Hurvitz su Economia e Società 2026”, confermando l’impostazione fortemente istituzionale e analitica del centro.
Accanto ai think tank operano diverse organizzazioni non governative che sostengono una maggiore separazione tra religione e Stato. Tra queste, Hiddush – For Religious Freedom and Equality rappresenta una delle realtà più note del panorama laico-progressista israeliano. L’organizzazione promuove il matrimonio civile, l’uguaglianza tra le diverse correnti dell’ebraismo e la libertà dalla coercizione religiosa. Particolarmente noto è il “Religion & State Index”, un’indagine demoscopica che misura il rapporto degli israeliani con religione, diritti civili e ruolo delle autorità religiose. Al momento della consultazione il sito risulta aggiornato fino a giugno 2026. Spicca, in evidenza sulla home page, un articolo dedicato all’Indice Religione-Stato 2025. Hiddush appare particolarmente influente negli ambienti liberali e nella diaspora ebraica internazionale e inoltre si occupa in prima istanza dei matrimoni interreligiosi.
Un approccio più militante e giuridico caratterizza invece l’Israel Religious Action Center (IRAC), il braccio legale del movimento riformato israeliano (Israel Movement for Reform and Progressive Judaism). L’organizzazione interviene direttamente nei tribunali su questioni legate al pluralismo religioso, alla segregazione di genere, ai diritti civili e al riconoscimento delle correnti non ortodosse dell’ebraismo. Una delle battaglie simbolicamente più rilevanti riguarda la preghiera egualitaria presso il Muro Occidentale, diventata negli anni un emblema delle tensioni tra ortodossia religiosa e pluralismo. Il sito risulta aggiornato anche oltre il febbraio 2026 e continua a mostrare un’intensa attività sul fronte dei diritti civili e religiosi.
Su un versante più apertamente laico si colloca invece Hofesh, organizzazione che promuove esplicitamente la “freedom from religion”, cioè la libertà dalla religione nella sfera pubblica. In primo piano è presentato un video anti-ortodosso, che pare frutto della tipica autoironia ebraica. Hofesh critica il peso delle autorità religiose nella politica israeliana e sostiene una netta separazione tra Stato e religione. Il linguaggio utilizzato è spesso ironico, provocatorio e fortemente polemico verso l’influenza religiosa nella vita pubblica. Il suo impatto appare più culturale e ideologico che istituzionale, ma rappresenta comunque una voce significativa del laicismo israeliano.
Un ruolo diverso, ma particolarmente interessante sul piano intellettuale, è svolto dallo Shalom Hartman Institute, fondato dal filosofo e rabbino americano-israeliano David Hartman dopo il suo trasferimento in Israele. Più che sostenere una posizione rigidamente laica, l’istituto si interroga su come uno Stato ebraico possa restare democratico senza rinunciare alla propria identità storica e culturale. Le sue riflessioni affrontano continuamente il rapporto tra identità religiosa, pluralismo democratico, diritti individuali e sicurezza nazionale. Al momento della consultazione, il titolo principale del sito è:“Doppia lealtà ebraica: una prospettiva newyorkese” datato il 10 giugno 2026, che riporta il seguente interrogativo: “Gli ebrei americani possono appartenere pienamente all’America restando profondamente legati a Israele, al popolo ebraico e a un’altra storia?”. Si mette in evidenza anche l’articolo precedente, dedicato alla parata del Giorno di Israele, interpretata come qualcosa “di più di una semplice parata”, segno di una riflessione che intreccia identità nazionale, memoria collettiva e simboli pubblici. L’influenza dello Hartman Institute appare particolarmente forte negli ambienti accademici, culturali e intellettuali, sia in Israele sia nel mondo ebraico nordamericano.
Accanto a queste realtà va considerata anche la posizione ufficiale del Governo israeliano. Il sito governativo consultato, prevalentemente in lingua ebraica, richiede spesso l’uso di traduttori automatici per essere pienamente compreso da un pubblico internazionale. L’articolo principale presente durante la consultazione è dedicato alla ricostruzione delle comunità dell’“Outef”, l’area attorno a Gaza colpita dagli attacchi del 7 ottobre. Il testo descrive la rinascita delle comunità di Miskim, Kerem Shalom, Sderot e Avshalom, sottolineando il trauma collettivo subìto dalla società israeliana. Il linguaggio utilizzato appare fortemente identitario e nazionale, pur mantenendo il richiamo ufficiale alla tutela della libertà religiosa e dei luoghi santi.
Il contesto di guerra successivo al 7 ottobre ha ulteriormente accentuato le tensioni tra sicurezza, identità nazionale e diritti civili. Le diverse organizzazioni hanno reazioni differenti. L’Israel Democracy Institute mantiene un approccio prevalentemente giuridico e istituzionale; Hiddush si concentra sugli effetti della guerra sulla società israeliana e sulle libertà civili; IRAC insiste sulla tutela dei diritti umani e delle minoranze anche durante il conflitto; lo Shalom Hartman Institute sviluppa riflessioni etiche sull’identità israeliana contemporanea; Hofesh tende invece a leggere il conflitto anche attraverso il rapporto tra religione e potere politico.
Nel complesso, queste realtà non costituiscono un fronte ideologico unitario. Al contrario, rappresentano sensibilità molto differenti presenti all’interno della società israeliana laica, liberal e pluralista. Proprio questa varietà ideologica sembra indicare che, nonostante il clima di guerra e polarizzazione, nello spazio pubblico israeliano continui a esistere un dibattito interno vivo e articolato su temi profondamente divisivi.
Dall’analisi di questi siti emerge infatti che il nodo centrale del dibattito israeliano non riguarda semplicemente la presenza o meno della religione nello spazio pubblico. Il confronto ruota piuttosto attorno a tre questioni fondamentali: libertà di religione, libertà dalla religione ed equilibrio tra identità ebraica e diritti individuali.
Israele appare così come un caso particolare nel panorama internazionale: uno Stato in cui la dimensione religiosa non costituisce soltanto un elemento culturale, ma una componente strutturale del sistema politico e giuridico. Proprio per questo motivo, il dibattito interno israeliano sulla laicità e sul pluralismo continua a essere osservato con attenzione anche fuori dal Paese, come laboratorio contemporaneo sul rapporto tra democrazia, identità nazionale e libertà individuali.
Oltre due mesi fa abbiamo iniziato a osservare alcuni siti israeliani che, in modi diversi, possono essere considerati laici o comunque interessati al dibattito sul rapporto tra religione, diritti e laicità in Israele.La caratterizzazione delle diverse realtà è stata ricavata principalmente dal modo in cui esse stesse si presentano, oltre che dall’analisi dei loro articoli e contenuti più recenti. Abbiamo cercato di mantenere un approccio il più possibile neutrale, pur nella presenza di differenze talvolta profonde tra le posizioni emerse, anche perché non abbiamo la certezza di aver verificato in maniera esaustiva tutte le fonti disponibili.
La varietà ideologica delle organizzazioni israeliane che affrontano il rapporto tra religione, diritti e guerra sembra comunque indicare che, nonostante il clima di conflitto e polarizzazione, nello spazio pubblico israeliano continui a esistere un dibattito interno vivo, articolato e aperto anche su temi profondamente divisivi.
La data delle nostre ultime consultazioni dei siti, risale al 12 giugno 2026.
Fonti e siti consultati
Israel Democracy Institute
https://en.idi.org.il
Hiddush – For Religious Freedom and Equality
https://hiddush.org
Israel Religious Action Center (IRAC)
http://www.irac.org
Hofesh
http://www.hofesh.org.il
Shalom Hartman Institute
https://www.hartman.org.il
Government of Israel
https://www.gov.il