27 Feb Una piazza per l’Iran
di Silvja Manzi
C’è un silenzio che pesa. È quello delle piazze italiane rimaste vuote di fronte al massacro degli innocenti iraniani. Un silenzio che non nasce dalla mancanza di informazioni, ma da una rimozione selettiva, da una cecità ideologica che colpisce proprio coloro che più spesso invocano diritti, libertà e giustizia.
L’11 febbraio 1979 (esattamente 50 anni dopo la firma dei Patti Lateranensi, coincidenze significative) la rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeyni spodestava lo Shah di Persia Pahlavi e instaurava un regime teocratico che, in questi 47 anni, ha battuto ogni record di negazione e violazione dei diritti umani fondamentali e universali, a partire dal diritto alla vita. L’anniversario è stato celebrato dal regime con grande risonanza nelle città iraniane, ma anche attraverso le formali (e per questo ancora più raccapriccianti) attestazioni provenienti dal mondo cosiddetto libero (vedi le “congratulazioni” del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres). E sempre in questi giorni la Repubblica Islamica dell’Iran ha pure conquistato, senza obiezioni, la vicepresidenza della Commissione ONU per lo sviluppo sociale, il cui scopo è la costruzione di società sicure, giuste, libere e armoniose… Una beffa che dà l’idea di quanto le istituzioni sovranazionali mostrino, oggi, tutta la loro debolezza.
In questi quasi 50 anni di potere assoluto quel regime ha ucciso più di qualsiasi altro in quell’area, e nell’ultimo mese lo ha fatto con una intensità e sistematicità che non si vedeva dai tempi del genocidio in Rwanda. Un massacro di innocenti – donne, studenti, oppositori, minoranze – che non ha eguali e che ha raggiunto numeri impressionanti (secondo alcune stime, in soli due giorni, tra l’8 e il 9 gennaio, sarebbero state uccise oltre 30.000 persone). Eppure le nostre piazze, un tempo gremite per cause di pari valore, sono inspiegabilmente vuote di italiani.
Ogni settimana, in molte piazze italiane, si ritrovano le comunità iraniane, composte perlopiù da giovani che manifestano la loro vicinanza ai coetanei sterminati nelle strade del loro Paese, ma sono lasciati soli dagli italiani, indifferenti alla tragedia che colpisce quel popolo. Una tragedia compiuta per mano di una cricca sanguinaria che arresta, tortura, uccide indiscriminatamente manifestanti inermi che chiedono libertà.
Solo qualche voce solitaria, e perciò tanto più coraggiosa, a rompere un silenzio intollerabile. Attivisti, esuli, membri di altre comunità minacciate (vedi ucraini, georgiani, bielorussi) provano a rompere il muro dell’indifferenza, ma dove sono i maître à penser, gli intellettuali, gli storici, gli artisti, i fisici…? Dove sono coloro che firmano gli appelli, che riempiono palchi e festival per parlare, giustamente, di diritti e di pace? Perché l’Iran (come pure l’Ucraina) sembra non meritare lo stesso fervore morale riservato ad altre tragedie? Questa assenza non è solo una mancanza di empatia, ma una resa culturale.
Il regime iraniano (come pure il regime putiniano) non è solo un oppressore del proprio popolo, è il nemico dichiarato del mondo libero: finanzia e arma quelle che potremmo definire le “organizzazioni del male unite” – Hamas, Hezbollah, Houthi – una galassia di gruppi terroristici che destabilizza intere aree del pianeta seminando morte. È infatti nota la catena di responsabilità che lega Teheran a guerriglie, attentati, stragi compiute da organizzazioni armate, appunto, dall’Iran. Azioni perpetrate per diffondere terrore e abbattere i valori che sono i nostri ma che, paradossalmente, sembra vengano avversati dai manifestanti nostrani.
A questo si aggiunge la solida alleanza del regime dei mullah con quello di Putin. I droni che da quattro anni colpiscono quotidianamente le infrastrutture civili ucraine – centrali elettriche, ospedali, stazioni, scuole, quartieri residenziali, complessi sportivi, parchi giochi – sono iraniani. Ogni vittima in Ucraina porta anche la firma di Teheran. Eppure anche questo legame, così evidente, sembra scivolare ai margini del dibattito pubblico e la cosiddetta “società civile” tace. Pure le piazze per l’Ucraina sono vuote di italiani.
Quanto sta accadendo in queste settimane a Teheran, con le manifestazioni di piazza spente nel sangue, viene derubricato ad “affare interno”; come accaduto ieri con la Siria e oggi con il Sudan, anch’esso teatro della più grande catastrofe umanitaria dei nostri tempi, tragedie accomunate dallo stesso destino di invisibilità.
Bisognerebbe trovare il coraggio – laicamente, prima ancora che politicamente – di prendere posizione contro le ideologie del male, prima che le nostre stesse convinzioni ideologiche ci rendano ciechi di fronte agli orrori, alla crudeltà. Se un certo “anti-occidentalismo” (che può arrivare a tramutarsi in insofferenza se non odio per le democrazie liberali) diventa un alibi, se porta a minimizzare (quando non a giustificare) qualsiasi regime che si dichiari ugualmente “contro”, allora il problema non è più solo politico, ma morale.
Il silenzio per l’Iran rivela ciò che spesso non si osa dire: che non tutte le vittime, agli occhi di chi protesta, hanno lo stesso valore. Dunque la domanda nasce spontanea: quelle piazze che ieri si sono riempite di bandiere e slogan pro-Pal, erano davvero “per” qualcuno o semplicemente “contro” qualcun altro? Erano manifestazioni a favore dei diritti di un popolo o contro il “nemico” per antonomasia? Perché se si è davvero “per” gli oppressi, è difficile spiegare l’assenza totale di mobilitazione per le donne iraniane, per i giovani impiccati dopo processi farsa, per chi rischia la vita solo per aver chiesto libertà. Le piazze vuote parlano con il loro assordante silenzio. Raccontano di una solidarietà a geometria variabile, di un’indignazione selettiva. La scelta di quali vittime meritano una voce e quali no, mostra di essere non dalla parte dei diritti ma da quella delle proprie intime convinzioni.