Delphine Horvilleur

Vivre avec nos morts

Di Delphine Horvilleur, tratto da Vivre avec nos morts – Bernard Grasset, Parigi

(traduzione di Andrea Mela)

La laicità francese non contrappone la fede all’incredulità. Non separa coloro che credono che Dio ci guardi e coloro che credono fermamente che sia morto o inventato. Non ha nulla a che fare con questo. Non si fonda né sulla convinzione che il cielo sia vuoto né su quella che sia abitato, ma sulla difesa di una terra che non è mai al completo, sulla consapevolezza che c’è sempre un posto per una fede che non è la nostra. La laicità dice che lo spazio della nostra vita non è mai saturo di convinzioni, e garantisce sempre un posto vuoto di certezze. Impedisce a una fede o ad un’appartenenza di saturare l’intero spazio. In questo, a suo modo, la laicità è trascendenza. Afferma che al suo interno c’è sempre un territorio che è più grande delle mie convinzioni e che può accogliere le convinzioni di altri che vengono a respirare in questo stesso spazio.

Ho spesso avuto la sensazione che nel suo linguaggio l’ebraismo abbia qualcosa che è in sintonia con questa idea. L’identità ebraica si basa anche su un vuoto. In primo luogo, perché essa non cerca proseliti e non pretende di convincere gli altri di essere in possesso dell’unica verità. In secondo luogo, perché fatica formulare il proprio fondamento.

Nessuno sa davvero che cosa renda tale un ebreo, tanto meno “buon ebreo”. È un’origine, una pratica, un credo, una tradizione culinaria? L’identità ebraica va sempre al di là di ciò che si può dire su di essa, e non si lascia mai intrappolare in una definizione univoca che ne ridurrebbe le potenzialità.

Per dirla in altro modo: il “vero” giudaismo è sempre più grande del “mio”. Conserva uno spazio libero per una concezione diversa dalla mia, e quindi per una trascendenza infinita: quella della definizione che altri ne daranno.

L’ebraismo garantisce il posto di Elsa e il mio, quello di un’ebrea non credente e quello di una rabbina, e nessuno di noi può affermare di essere più legittimo. Nessuno di noi può affermare di essere “più” o “meglio” ebreo dell’altro.

Pertanto, se non faccio spazio al suo ebraismo nel mio ebraismo, lo tradisco. Ridurlo alla mia o alla sua definizione significherebbe profanarlo.

La laicità non è estranea a questa consapevolezza. Per me, essere una “rabbina laica” significa accogliere come una benedizione il fatto che la mia fede non potrà mai ottenere l’egemonia, né all’interno della nazione francese né all’interno della tradizione ebraica. E gioire del fatto che c’è abbastanza vuoto sotto il cielo perché ciascuno possa riprendere la propria respirazione.

Grazie alla forza di due parole, la sorella di Elsa ha espresso, meglio di quanto io avrei mai potuto fare, ciò che mi consentiva di stare al suo fianco, di pregare insieme a coloro che stavano in un comitato di redazione “antireligioso” ed erano sopravvissuti [all’attentato contro Charlie Hebdo] e di affermare che tutti insieme potevamo ancora scegliere la vita.  Le sarò sempre grata per questo.

Grazie a lei, ho capito quale storia dovevo raccontare, quali parole potevo mettere insieme per evocare, nel linguaggio della mia tradizione, la vita di Elsa.

Ho capito che era necessario richiamare i miei predecessori, quelli la cui storia si riverberava, quel 15 gennaio 2015, in un cimitero parigino. Mi sono resa conto che bisognava proseguire una conversazione atavica, iniziata molto prima nelle pagine del Talmud e che pazientemente attendeva di essere condivisa.

Questa conversazione ebbe inizio in una piccola città chiamata Yavneh, vicino a Gerusalemme, quasi diciotto secoli fa. Vi parteciparono diversi saggi: un certo Eliezer, un altro di nome Joshua, e gli studenti della loro casa di studio. Da allora, generazioni di lettori si sono aggiunte e continuano la disputa.

Il dibattito era originariamente incentrato su un oggetto: un forno fatto di pietre tenute insieme con la sabbia. La struttura di questo utensile costrinse i saggi a determinarne lo status rituale. Il forno in questione poteva o meno contenere un elemento di impurità?

Era possibile utilizzarlo in tutte le circostanze? La domanda può sembrare banale, ma i dibattiti dei saggi nel Talmud riguardano spesso questioni pratiche con implicazioni legali o simboliche.

Sulla questione del forno, Rabbi Eliezer e i suoi colleghi non erano affatto d’accordo. Rabbi Eliezer, a differenza dei suoi colleghi, dichiarò il forno puro e aggiunse:

“Se ho ragione, questo albero lo confermerà.

L’albero si sradicò immediatamente e si ripiantò a qualche centinaio di metri di distanza. 

I rabbini della casa di studio, lungi dall’essere impressionati da questo evento miracoloso, gli dissero: “E allora? Cosa può dimostrare un albero?

Rabbi Eliezer, imperterrito, continuò: “Se ho ragione, che questo fiume lo confermi”.

Immediatamente, l’acqua del fiume che passava in quel luogo smise di scorrere e poi riprese il suo corso in senso inverso. Ma i colleghi di Rabbi Eliezer si rifiutarono ancora di attribuire a questo miracolo il minimo valore, sostenendo che la loro opinione era quella giusta e non la sua. 

Eliezer continuò la sua prodigiosa dimostrazione: “Se ho ragione”, affermò, “che le pareti della casa di studio si inchinino verso di me!”.

Le pareti tremarono e iniziarono ad inclinarsi lentamente sui saggi minacciando di schiacciarli. Allora essi rimproverarono le mura, dicendo: “Perché vi state intromettendo? Quando i saggi discutono tra loro, la cosa non vi riguarda affatto”.

I muri smisero di inclinarsi e rimasero così, pendenti fino ad oggi, per riguardo verso Rabbi Eliezer e per rispetto dei suoi colleghi.

A corto di argomenti, il vecchio saggio proclamò ad alta voce:

“Se ho ragione e la mia opinione è quella giusta, una voce dal cielo verrà a confermarlo.

Immediatamente risuonò una parola provvidenziale che gli diede un sostegno inequivocabile: “L’opinione di Rabbi Eliezer è conforme alla legge”.

Allora Rabbi Joshua, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, si alzò e si rivolse al Signore con queste parole: “La Torah non è in cielo”. 

Egli chiamò in causa Dio stesso, dicendo in questo modo: Ricorda che ci hai dato la Legge sul Monte Sinai. Da quel momento in poi essa è nelle nostre mani, non nelle tue. Siamo responsabili della sua interpretazione e nessun miracolo o manifestazione soprannaturale potrà invalidare l’opinione dei saggi, così come espressa a maggioranza.

Il Talmud conclude questo episodio affermando che Dio si mise a ridere, dicendo: “I miei figli mi hanno sconfitto, i miei figli mi hanno sconfitto!”.

È come un rombo di tuono sul pensiero religioso tradizionale: i rabbini del Talmud, attraverso una semplice leggenda, rovesciano la presupposta gerarchia dei poteri e rimettono in discussione la sottomissione a un’autorità trascendente.

Essi sostengono che il Signore ha affidato loro una legge che dunque spetta a loro interpretare, financo contro il parere di Dio stesso. Il potere che Dio ha conferito loro è quindi un potere di cui Egli si priva e che rende non più di sua competenza intervenire nella storia umana. “Troppo tardi”, gli dicono. Nessun cambiamento nell’ordine del mondo, nessun fenomeno miracoloso priverà gli uomini del potere che Tu hai dato loro.

È così che, nel II secolo d.C., i rabbini hanno preparato una rivoluzione teologica attorno a un comune utensile da cucina. Decretarono che la legge divina imponeva a Dio di tenersi a distanza.

Immaginano persino che il Divino sia felice di essere stato respinto in questo modo, come un padre che ha insegnato al figlio le regole degli scacchi e ha perso la partita con lui. “Scacco matto” – esclama il Signore – ridendo per essere stato sconfitto. A Yavneh, i rabbini del Talmud sognano un Dio pieno di umorismo, pronto a ritirarsi dalla storia con una risata, a eclissarsi a favore di uomini che discutono.

Hanno inventato allora una forma di pensiero religioso che è una forma di “a-teismo”, nel senso letterale del termine, un mondo dove Dio non interferisce e dove le decisioni umane prevalgono quando sono oggetto di controversia.

“Padre nostro che sei nei cieli, restaci, e noi resteremo sulla terra, che a volte è così bella”, scriveva Prévert nel XX secolo. Ben prima di lui, i saggi avevano in qualche modo già espresso questo desiderio.

Naturalmente, sarebbe disonesto descrivere questi rabbini come atei nel senso di “non credenti”. Essi consacrano la loro vita a un Dio che ha affidato loro una missione sacra, quella di interpretare la sua Legge e di essere così dei collaboratori della sua opera di creazione.

Il contesto del loro dibattito non è insignificante. La loro conversazione-rivoluzione ha luogo pochi decenni dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel momento preciso in cui hanno bisogno di rinnovare la loro idea della presenza divina nel mondo. Inoltre, vivono pochi decenni dopo che un uomo – come si diceva – avesse attraversato questa regione sostenendo di poter compiere miracoli, guarire i malati e resuscitare i morti. In questo contesto, non sorprende che cerchino di consolidare il loro potere affermando che no, un miracolo non prova nulla, se non è frutto della deliberazione degli uomini.