25 Apr Vengo anch’io? No tu no
Di Sergio Velluto
Mi sarebbe piaciuto ascoltare papa Francesco rispondere in questo modo a tanti ospiti indesiderati che parteciperanno alle sue esequie.
Filippo Benigno, segretario dei radicali italiani ha definito i 5 giorni di lutto nazionale un sintomo dello Stato teocratico. Non sono d’accordo. È sicuramente un brutto sintomo, ma di uno Stato autoritario, più che teocratico alla ricerca di una sponda religiosa. Non è certo che questa stampella la trovi nella Chiesa cattolica, di certo non l’avrebbe trovata in papa Francesco, ma il problema è che Francesco è morto e il futuro della Chiesa cattolica incerto.
La morte, ma anche la vita di papa Francesco sono senz’altro un’occasione per ritornare a parlare di laicità. Bergoglio è stato il capo supremo di una confessione religiosa, una tra le tante, personalmente quella a cui non appartengo, eppure quella che ci riguarda maggiormente per motivi di consistenza numerica e di condizionamento storico della vita culturale e politica del nostro Paese.
Una prima domanda che mi pongo è se la morte e la vita di questo papa mi riguardino di più, come laico, di quelle dei suoi predecessori. La risposta che trovo, senza dovermi troppo sforzare, è sì.
Papa Bergoglio, le sue idee e i suoi tentativi di riforma della Chiesa cattolica implicano uno sforzo di comprensione maggiore da parte di un laico. La chiesa, le chiese e il fatto religioso, i loro rapporti con la società civile e lo spazio pubblico sono diventati, come tanti aspetti della nostra vita, più complessi e la complessità è anche sinonimo di difficoltà.
La prima difficoltà è quella di riuscire a riflettere in modo distaccato, senza lasciarsi coinvolgere dalle parole e dai gesti di papa Francesco, anche se riteniamo di doverli condividere. Come molti hanno sottolineato, papa Francesco era un pastore e non un politico e, sebbene ogni sua affermazione avesse una valenza politica, era rivolta primariamente al suo gregge. Certo, un piccolo difetto dei cattolici è l’universalità, ovvero credere che tutti prima o poi debbano diventare cattolici e quindi, anche quando parlano al proprio gregge, sembra che parlino al mondo intero. Nel bene e nel male. E papa Bergoglio era profondamente cattolico.
Da laici dobbiamo sforzarci di esprimere le nostre valutazioni senza lasciarci sedurre dai contenuti. Ma mi rendo conto che è anche vero il contrario. Ovvero che non riesco a non condividere alcuni temi che la pratica di Bergoglio, forse più delle sue affermazioni, hanno sottolineato e che, per un laico progressista come me, hanno un valore universale.
Un’ulteriore difficoltà che trovo nel farmi un’idea laica del pontificato di papa Bergoglio è condizionata dai tentativi espliciti del potere politico mondiale di strumentalizzare le questioni religiose. E i funerali del papa rappresentano un immancabile occasione all’interno di questo processo.
Per limitarci alle tre religioni monoteiste, la strumentalizzazione del fatto religioso è evidente: nel mondo musulmano autocrati e dittatori sia pure di genesi laica cercano consenso dando spazio ai valori dell’islam fondamentalista; in Israele la destra è allineata all’ebraismo messianico; negli Stati Uniti l’influenza dei cristiani bianchi e suprematisti sull’amministrazione Trump è enfatizzata e spettacolarizzata; in Russia il Patriarca Kirill sostiene apertamente Putin; in Italia la destra si affanna a sventolare temi cari ad un bigottismo tradizionalista, l’aborto, la famiglia naturale, l’omofobia…
Qualsiasi principio condivisibile di laicità vorrebbe che nessuno degli esempi riportati potesse esistere. Politica e religione dovrebbero parlarsi, confrontarsi, condividere percorsi comuni, ma restare separati nei reciproci ambiti. La politica non dovrebbe controllare la religione e questa non dovrebbe condizionare la politica. Ma lo scenario attuale vede una certa religione, peraltro disegnata a propria immagine dalla politica al potere, come fonte motivazionale delle scelte più estreme di destra, guerrafondaie e liberticide, mentre con difficoltà altre istituzioni religiose cercano di resistere a tale strumentalizzazione. E non mi riferisco solo a papa Bergoglio, è viva la memoria del sermone della vescova Marianne Budde all’insediamento di Trump. In questo quadro è realistico e corretto continuare nell’atteggiamento tipico dei laici di opporsi all’ingerenza, tout court, della religione nella politica?
Nel sovvertimento dei ruoli, quando cioè forme laiche di politica tentano e riescono, ad appropriarsi della religione, come dobbiamo porci rispetto all’espressione politica di chiese, come quella auspicata da Bergoglio, in cui convivono parole care ad un mondo laico e progressista come “giustizia, ambiente, pace”?
Serve ancora sventolare la bandiera di una laicità assoluta e fare di tutte le religioni un fascio?
Nel secolo trascorso i principi di laicità viaggiavano insieme a quelli di libertà, uguaglianza e solidarietà. Le religioni, invece, rappresentavano la reazione ad ogni rivoluzione modernista, liberale o socialista che fosse. Adesso il quadro è decisamente cambiato e complicato.
Parlando di consensi, non sembra pagare nemmeno il tentativo di svendere la laicità in nome di un realismo elettorale, come ha fatto ormai da anni la sinistra di governo (sic!).
Nell’orizzonte italiano le destre si identificano con i valori religiosi più retrivi, mentre le sinistre rincorrono a fatica le aperture di papa Francesco sui migranti, l’inclusione e la pace.
Agli occhi dell’elettorato le destre risultano più credibili perché concretizzano scelte conseguenti ai principi a cui si ispirano. Le sinistre sono incapaci di proporre politiche coraggiose che facciano seguire i fatti alle dichiarazioni perché le ritengono divisive.
La gente che si rifiuta di votare a destra resta ai margini della politica. E questa per un laico è forse la più grande difficoltà da dover affrontare: far tornare la passione per la politica.
In margine:
- è scandaloso che Italia e Polonia dedichino rispettivamente 5 e 7 giorni di lutto nazionale per la morte di un leader religioso;
- è indegno dover smettere di leggere i giornali o guardare le TV per non ascoltare altro che parole su papa Francesco;
- pensando a questi funerali, mi sono tornate in mente due canzoni: “Il ballo mascherato delle celebrità” di Faber e “Vengo anch’io” di Fo-Jannacci. Rimando alla lettura dei loro testi i giovani che non le conoscessero.
- è logico che tutti i leader del mondo, nessuno escluso, facciano a gara per partecipare ai funerali del papa. Francesco è morto e non ci si può auto-escludere dal ballo mascherato delle celebrità impegnate a condizionare il futuro di una chiesa che risulta assai incerto.