27 Mar USA. C’era una volta il primo emendamento
di Paolo Naso
Il vecchio Thomas Jefferson, tra i padri fondatori della democrazia americana, lo spiegava con la metafora di un “muro di separazione” tra lo Stato e le confessioni religiose. E’ il primo emendamento della Costituzione, da egli stesso redatto, in cui si afferma che “il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.
In un sistema di democrazia liberale, principi come quelli qui condensati sono l’architrave delle libertà e dei diritti fondamentali: la laicità dello Stato, benché il termine “laico” non appartenga al vocabolario nordamericano ma a quello europeo; la libertà di religione e quella di espressione. Nella storia americana il Primo emendamento ha avuto una funzione essenziale nel reprimere spinte autoritarie e confessionalistiche ma anche nella tutela di diritti importanti come quello di interrompere la gravidanza. Il presupposto giuridico della sentenza Roe vs. Wade della Corte suprema (1973) che ha reso possibile l’aborto, infatti, è proprio il I emendamento: il divieto di abortire, infatti, avrebbe avuto presupposti teologici di fronte ai quali i giudici supremi ritennero di non avere competenza e, pertanto, decisero di non poter vietare l’interruzione della gravidanza.
Il Primo emendamento ha avuto effetti importanti anche sul piano del pluralismo religioso dal momento dal momento che il divieto di “proibire” una religione ha fatto degli USA il contesto culturale nel quale sono sorte nuove comunità di fede: oltre alle innumerevoli denominazioni protestanti, i testimoni di Geova, i mormoni, fino o Osho, agli Hare Krshna e a Scientology che, proprio negli USA, hanno trovato il terreno più fertile per la loro espansione. Da qui la famosa battuta per cui negli Usa esistono tutte le religioni del mondo e se, a qualcuno non bastassero, ne potrebbe agevolmente inventare un’altra diventandone il riconosciuto capo spirituale.
Ma il Primo emendamento ha avuto anche una eccezionale funzione nel sostegno alla libertà di stampa. Storicamente, infatti, è stato recepito come un comandamento laico a sostegno di quella libertà di espressione che negli anni del Watergate case che condussero alle dimissioni del presidente Nixon toccò il suo apice. Era il 1974. Un altro mondo, un’altra America. Tra gli ordini esecutivi di Trump, già nel corso del primo mandato, vi è una norma che inverte la giurisprudenza sull’aborto, vietandolo a livello federale. Siano gli Stati a decidere, ed è facile immaginare una geopardizzazione della possibilità di interrompere la gravidanza legata all’orientamento politico e religioso.
L’icona che oggi illustra al meglio la crisi del Primo emendamento è quella posa leonardesca in cui, attorno a un moderno cenacolo improvvisato alla Casa Bianca, il Presidente in guerra con l’Iran accoglie le benedizioni del Faith Office da egli stesso istituito per confortarlo e orientarlo nel corso del suo ministero presidenziale. Trump-Gesù è al centro, circondato da discepoli raccolti in cerchio e dalla prima di tutti loro, la predicatrice Paula Withe: donna simbolo della Destra religiosa più radicale e più devota a una teologia intrisa di nazionalismo e conservatorismo, di aspirazioni alle benedizioni materiali più che a quelle spirituali. E, all’opposto, alfiere della lotta trumpiana contro ogni espressione LGBTQ+, ferocemente antiabortista, convinta interprete di quel “sionismo cristiano” che affida la soluzione della questione mediorientale all’ Armagheddon finale nel quale il Messia salverà i giusti e condannerà i peccatori. Non è solo una teologia strampalata e fondamentalista ma anche la matrice di un programma teopolitico oggi egemone alla Casa Bianca: il sionismo cristiano. A partire da testi biblici confusamente citati e mai appropriatamente interpretati e contestualizzati, i teologi del sionismo cristiano affermano il pieno diritto di Israele e a difendersi e ad allargare i territori sotto il suo controllo, perché questa è la sua vocazione biblica. Ovviamente tutto questo scatena la reazione rabbiosa dell’Anticristo – altro tema in voga come dimostra la missione italiana di Peter Thiel – che sobillerà le nazioni fino a creare una blasfema alleanza guidata da una superpotenza diabolica – un tempo l’URSS, poi l’Iraq, oggi l’Iran – che muoverà contro Israele. Sarà, finalmente, l’Armagheddon, la battaglia finale tra Bene e Male che si combatterà nella piana di Meghiddo, in Israele, Le truppe dell’Anticristo saranno sconfitte e il Messia tornerà sulla terra per affermare il suo Regno millenario. La Bibbia ridotta a almanacco di Nostradamus, che calendarizza l’apocalisse e la fine del mondo: ecco la teologia che risuona nel Faith office della Casa Bianca. .
Tra i corollari di questa visione, vi è l’opportunità dell’ attacco militare contro l’Iran: “La giusta rabbia dell’America deve concentrarsi sull’Iran – affermava un anno fa uno dei fautori del sionismo cristiano, il rev. John Hagee -. Lasciate che ve lo dica in un semplice discorso texano: l’America dovrebbe rimboccarsi le maniche e fare a pezzi l’Iran per quello che ha fatto a Israele. Colpiteli così duramente che i nostri nemici torneranno a temerci”. Gli fa eco il figlio Matt: “Il Segretario di Stato non ci tirerà fuori da questa situazione…Dio dice a Ezechiele esattamente come difenderà Israele. Parla di far piovere fuoco, grandine e zolfo. È un assalto aereo celeste”. Missione compiuta.
Per approfondire:
Paolo Naso, Dio benedica l’America, il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump, ed. Claudiana 2026