Una parola al giorno-Realtà

Tratto da Una Parola al Giorno, di Salvatore Congiu

re-al-tà

SIGNIFICATO Totalità di ciò che esiste; mondo concreto, materiale

ETIMOLOGIA da reale, derivato dal latino res ‘cosa’.

es. «Ha perso il contatto con la realtà.»

Parola facile: tutti sappiamo cos’è la realtà, no? È ciò che esiste effettivamente, di per sé, indipendentemente dalla mente umana – il contrario dell’apparenza, della finzione, dell’illusione, del sogno. Dizionario etimologico alla mano, reale è ciò che è res, cosa. Già, ma che cosa? L’amore, l’odio, la speranza e ogni altro sentimento soggettivo esistono solo nella nostra mente: quindi non sono reali? E anche il denaro non esiste indipendentemente dalla mente umana, giacché il suo valore si basa su una credenza condivisa (in sé, è solo «carta sudicia», come diceva il Mastro-don Gesualdo di Verga). L’etimologia, poi, invece di aiutare sembra imbrogliarci: il fingere latino da cui deriva ‘finzione’, in origine, era modellare, plasmare con le mani. Ma perché mai le cose fabbricate sarebbero finte?

In realtà, qui l’etimo ci guida nella giusta direzione, ossia l’ancestrale tendenza umana a supporre una realtà più reale, più ‘vera’ di quella quotidiana – sicché, reale in senso pieno finisce per essere ciò che non si vede né si tocca: per le Upaniṣad indiane (8°- 4° secolo a.C.), essendo ogni cosa manifestazione di un’unica realtà assoluta ed eterna (Brahman), il mondo mutevole e molteplice che percepiamo è illusorio; Platone, nel ‘mito della caverna’, paragonava la realtà fenomenica ad un mondo di ombre, pallido riflesso di Idee immutabili e perfette; nel 1635 Calderón de la Barca scriveva perentoriamente che «la vita è sogno»; e pochi anni dopo, Cartesio ipotizzava che tutte le cose percepite non siano altro che illusioni prodotte da un «genio maligno» – eventualità esorcizzata solo dall’esistenza di un Dio buono, che non lo permetterebbe.

Metafisica, roba liquidata dalla scienza moderna, si dirà. Neanche per idea. Nella nostra era digitale, sostiene il filosofo australiano David Chalmers in Più realtà (2022), l’ipotesi cartesiana del genio maligno illusionista è diventata invece assai concreta e plausibile: «La tecnologia rende più difficile sapere che non stiamo vivendo un’illusione in questo momento», giacché «in linea di principio, qualunque cosa stiamo vedendo e sentendo potrebbe essere prodotta da un dispositivo di realtà virtuale». Come possiamo essere sicuri, quindi, di non vivere in una simulazione digitale super-realistica, come nel film Matrix? La risposta di Chalmers è che non possiamo. Anzi, a suo avviso è non solo possibile, ma anche probabile che il nostro mondo sia una simulazione digitale. Niente panico, però: la buona notizia è che non cambierebbe nulla.

Se fossimo in una simulazione, ragiona Chalmers, ogni cosa – animali, piante, rocce – sarebbe costituita da bit invece che da atomi; ma perché mai dovremmo concluderne che è illusoria? In quel caso, il nostro universo sarebbe «un gigantesco processo informatico» dipendente da un computer in un altro universo, che potremmo definire Metauniverso. Certo, se così fosse ci inganneremmo nel ritenere che la nostra sia una realtà ultima, originaria. Ma si tratta di una questione di principio, che non toglie nulla alla nostra esperienza quotidiana. Scoprire che la realtà è fatta di bit sarebbe una novità rilevante, come quando in passato abbiamo appreso che è costituita da molecole, atomi, quark; ma come allora, dopo ogni scoperta, ogni cosa è rimasta ciò che era, lo stesso accadrebbe oggi.

Il senso comune ci porta a pensare che, se fossimo dentro una simulazione, tutto il nostro mondo sarebbe falso e illusorio. Se riflettiamo sulla differenza tra visione comune e scientifica della realtà, però, le cose stanno già così: noi percepiamo un mondo fatto di oggetti solidi, colori, spazio; invece per la scienza esistono, rispettivamente, particelle in continuo movimento nello spazio vuoto, lunghezze d’onda delle radiazioni elettromagnetiche emesse dai corpi e uno spazio-tempo quadridimensionale. Ne concludiamo forse che spazio, oggetti solidi e colori siano irreali, rifiutandone l’uso? No, certo. E allora, perché dovremmo ritenere tanto sconvolgente l’ipotesi di essere fatti di bit?

Troviamo la risposta tornando alle Upaniṣad e a Platone: è che pensiamo ancora al reale in termini di originalità e fondamentalità – criteri discutibilissimi: la pecora Dolly, in quanto clone, non è originale né fondamentale, eppure è perfettamente reale. Perché mai, se dovessimo scoprire di essere in una simulazione creata da intelligenze superiori extra-terrestri, dovremmo concluderne che il nostro mondo è falso e illusorio? Che differenza fa rispetto al credere di essere manifestazioni del Brahman o emanazioni della mente divina? Se fossimo in un mondo simulato, il Simulatore sarebbe il nostro Dio; e anzi, argomenta Chalmers, l’ipotesi della simulazione potrebbe essere il miglior argomento a favore dell’esistenza di Dio, essendo accettabile anche per chi ha una visione materialistica della realtà.

L’ipotesi della simulazione, alla fin fine, non cambia la nostra visione del mondo: continueremo, secondo Chalmers, a respingere sia il realismo ingenuo, per cui tutto è esattamente come appare, sia lo scetticismo, per cui tutto è illusorio, accontentandoci di un «realismo imperfetto» che rinunci a flirtare con le ‘cose in sé’, con le Verità ultime, con l’Eden di una Realtà 0.0. Se anche non fossimo in una simulazione, vivremmo in una Realtà 1.0. Se invece lo fossimo, la nostra sarebbe una Realtà 2.0. In ogni caso, l’Eden e le sue Verità assolute ci sfuggono irrimediabilmente. Tutto sta nell’accettare la precarietà e l’incertezza, rinunciando all’idea di perfezione, alla Verità con la maiuscola e alla nostra presunzione di esserle intimi – insomma: a crederci ancora, secoli dopo Copernico, l’ombelico del mondo.

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