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Slava Ukraïni, Slava Evropi! Gloria all’Ucraina, Gloria all’Europa!

Di Silvja Manzi

Il 9 Maggio è la Giornata dell’Europa, occasione ufficiale per celebrare la pace e l’unità europea. Quale luogo migliore per festeggiare se non la capitale dell’Ucraina invasa e sotto quotidiano attacco, da oltre tre anni, da parte della Russia di Putin? È così che l’associazione Europa Radicale ha lanciato l’iniziativa “L’Europa rinasce a Kyiv!”, con l’obiettivo di realizzare la prima manifestazione di cittadini europei nella piazza principale, quella piazza Indipendenza divenuta celebre come EuroMaidan con le prime manifestazioni europeiste nel 2013/2014.

Hanno risposto all’appello alcune decine di persone, in piazza saranno oltre 100, dai 17 ai 75 anni, perlopiù provenienti dall’Italia. Tra questi il senatore Ivan Scalfarotto, la presidente del Consiglio comunale di Milano Elena Buscemi, in rappresentanza della Città, diversi altri consiglieri comunali, giornalisti, attivisti ma soprattutto cittadini pronti ad affrontare un lungo viaggio per dimostrare vicinanza e solidarietà a un popolo che sta difendendo la propria (e la nostra) libertà e per chiedere all’Europa di salvare con l’Ucraina anche sé stessa. Non è infatti un mistero che Vladimir Putin miri a destabilizzare e a schiacciare le nostre democrazie, il nostro sistema di valori, tutto ciò che rappresenta quel fragile sogno che si chiama Unione Europea.

Una parte del folto gruppo parte da Malpensa alla volta della cittadina polacca di Rzeszów, a circa 100 km dalla frontiera ucraina. Qui la prima cosa che ti fa pensare di non vivere più in un tempo di pace sono i missili terra-aria Patriot a difesa dell’aeroporto… per fugare i dubbi di chi ancora pensa che l’aggressione russa non ci riguardi.

Con un treno si arriva a Przemyśl, la cittadina polacca dalla quale partono i treni per l’Ucraina. Sono treni moderni, comodi, puliti e spaziosi; i biglietti si possono acquistare dal cellulare tramite una pratica App. Una lunga fila, composta soprattutto da donne ucraine, oltrepassa la frontiera e si appresta ad affrontare le 10 ore di viaggio notturno. Un accurato controllo dei passaporti – e, per alcuni, dei bagagli – verrà effettuato da militari ucraini (quasi tutte donne) anche nel cuore della notte, nei pressi di Lviv (Leopoli).

Alcuni hanno già attivato l’App “Air Alert!” che, come si intuisce, dà l’allarme in caso di attacchi aerei, un’applicazione voluta dal Ministero della trasformazione digitale. La mappa presente sull’App indica, in tempo reale, la situazione degli attacchi russi e, durante tutta la notte, si vedrà il Paese in rosso per due terzi, segno che è sotto un pesante ed esteso bombardamento. L’apprensione è palpabile, nessuno ha affrontato il viaggio con leggerezza, piuttosto con la consapevolezza di condividere anche questi momenti di tensione con chi li sta vivendo da oltre tre anni ed è ormai la propria quotidianità.

Chi non l’ha ancora fatto scarica anche l’App della Metro di Kyiv, con tutte le fermate che, al bisogno, si trasformano in rifugi, oppure i Bot di Telegram con, per esempio, la tipologia degli allarmi aerei (per intuirne la gravità o la direzione) o la mappa di tutti i rifugi e chi più ne ha più ne metta. La tecnologia salva la vita.

Per fortuna, nei tre giorni in cui la delegazione sarà in Ucraina gli allarmi non suoneranno mai nella capitale, Putin ha evitato attacchi per preservare la propria parata del 9 maggio (Giornata della Vittoria nei Paesi post-sovietici) in compagnia degli autocrati di mezzo mondo.

Al mattino il treno entra puntualissimo nella stazione principale di Kyiv! È un qualsiasi giorno infrasettimanale, la città brulica di auto e pedoni, di vita. Il tempo di prendere un taxi, chi un Uber, chi un Bolt, per lasciare zaini e valigie in albergo e cominciare a visitare la città o, per alcuni, una serie di incontri fissati con organizzazioni, istituzioni, personalità, politici, cittadini.

La Camera di commercio e industria ucraina è un’organizzazione non governativa che riunisce gli imprenditori locali con l’obiettivo di sviluppare business sui mercati mondiali; il suo energico presidente racconta della ferrea volontà di entrare al più presto nel mercato unico e dei salvifici accordi bilaterali con i Paesi europei.

La Rappresentanza della Repubblica cecena di Ichkeria è una tappa obbligata. La Cecenia è stata il banco di prova di Putin. Appena arrivato al potere, 25 anni fa, scatenò immediatamente la Seconda guerra cecena devastando, distruggendo, massacrando un intero Paese e i suoi civili, radendo al suolo la capitale, Grozny, instaurando un governo fantoccio… tutto quello che poi ha sempre cercato di replicare, per esempio in Georgia e, appunto, in Ucraina. Era tutto prevedibile, da alcuni esplicitamente previsto, ma l’Occidente ha preferito chiudere gli occhi e trattare Putin da alleato affidabile. La Console racconta della battaglia comune con gli ucraini, dei soldati ceceni che si sono uniti ai battaglioni ucraini e stanno combattendo insieme. La sconfitta di Putin sarebbe una vittoria per entrambi, e non solo.

L’ONG Insight fornisce gratuitamente assistenza legale, psicologica e medica alle persone LGBTQIA+; raccontano che benché i loro diritti siano da tempo riconosciuti (il KyivPride nasce nel 2016) e il loro ruolo sia noto anche all’interno delle forze armate con un battaglione (la “Brigata Unicorno”, interamente composta da membri della comunità LGBTQIA+), ci sia ancora molta strada da fare. Ma l’idea che la Russia, che punisce con il carcere la “propaganda omosessuale”, possa vincere non è contemplata.

La Serhiy Prytula Charity Foundation è tra le principali e più importanti organizzazioni di beneficenza, nata nel 2020 si è interamente riconvertita e specializzata nell’aiuto alle forze di difesa. Raccoglie fondi soprattutto dagli stessi ucraini ed è in grado, per esempio, di ricondizionare in un mese un migliaio di droni da spedire al fronte. Nel settore medico, invece, un gruppo di volontari appronta i kit sanitari e periodicamente parte alla volta del fronte per istruire i militari con gli elementi di pronto intervento e medicina da campo, in poche parole insegnano ai soldati a salvarsi la vita. La persona che ci accompagna ci confida che tre anni sono lunghi e portano stanchezza, ma non rassegnazione, e lavorare per una fondazione che dà un contributo concreto alle persone che combattono per il Paese aiuta a sentirsi meno frustrati.

È in corso in città il “Kyiv Security Forum” e, dopo il suo intervento, incontriamo Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, con cui scambiamo opinioni e preoccupazioni.

Infine, l’ultimo appuntamento della giornata, al Center for Civil Liberties, ONG Premio Nobel per la Pace nel 2022. Ci presentano la campagna internazionale “People First”, che chiede di inserire nelle eventuali trattative sui territori il rilascio dei prigionieri, e ci informano della situazione relativa alle detenzioni illegali dei civili, dei prigionieri di guerra e dei bambini deportati, vale a dire i crimini di guerra di cui si sta macchiando la Russia. Incontriamo alcune persone che hanno subito una privazione illegale della libertà nei territori occupati o che hanno ancora famigliari in cattività. Una signora, ex prigioniera politica, parla della sua detenzione, durata tre anni, e delle torture subite. Un’altra della sua separazione dai figli e di come, rilasciata dopo due anni, li ha ritrovati totalmente indottrinati (uno di loro è presente all’incontro). Una mamma di un soldato del reggimento Azov (quello che ha cercato di difendere fino all’ultimo la città di Mariupol) testimonia del suo impegno nella ricerca dei militari dispersi. Infine, il presidente dell’Associazione dei familiari dei prigionieri politici del Cremlino, si concentra sulle sparizioni forzate nei territori delle regioni temporaneamente occupate. Sono tutte testimonianze che chiedono un impegno e un sostegno nel far conoscere le situazioni degli ostaggi civili, dei prigionieri di guerra e delle vittime di deportazioni.

La faticosa giornata si chiude in un ottimo ristorante di cucina tatara di Crimea. Poi in albergo dove, a mezzanotte precise, con il coprifuoco che dura sino alle 5 del mattino, cala un silenzio che ti fa ricordare di preparare uno zaino con l’occorrente nel caso si dovesse scendere nel rifugio.

Al mattino, la colazione al dodicesimo piano dell’hotel consente una vista strepitosa sul panorama: il fiume Dnipro e il magnifico parco attraversato da quel ponte pedonale colpito da un missile all’inizio dell’invasione su larga scala.

Una parte del gruppo, grazie all’Irpin Reconstruction Summit che ha organizzato la visita, si reca nel comune di Irpin, un sobborgo di Kyiv, che all’inizio dell’invasione del 2022 ha subito devastanti attacchi. Il sindaco della cittadina racconta di come abbiano dovuto far fronte in quei primi giorni a una situazione inimmaginabile per chiunque e di come siano riusciti a impedire che i russi arrivassero a Kyiv abbattendo un ponte. Il ponte è rimasto così, mezzo crollato, come un’installazione a imperitura memoria. Gran parte della città è stata ricostruita ma i segni degli attacchi indiscriminati sulle strutture civili, case e scuole, sono ancora visibili.

Al ritorno il gruppo si ferma in una zona residenziale di Kyiv colpita un mese fa dall’ennesimo attacco russo sulle strutture civili che ha ucciso diverse persone, tra cui bambini. Un ragazzo chiede come mai gli ucraini non utilizzino di più la contraerea per salvare vite… è il problema del rifornimento di armamenti che una certa narrazione, in particolare in Italia, non vorrebbe concedere, per “fermare la guerra”. Un corto circuito logico. Se gli ucraini non riuscissero a difendersi adeguatamente, il numero delle vittime aumenterebbe e il loro futuro sarebbe segnato. Con un imprevedibile effetto domino sui Paesi confinanti.

Nel frattempo una delegazione è stata ricevuta dal Crimea Platform, la rappresentanza della Repubblica autonoma di Crimea. Quello della Crimea è un punto nodale di tutta la vicenda. Ha subito l’annessione illegale da parte della Russia nel 2014 e da allora in particolare la popolazione tatara subisce pesanti persecuzioni. 11 anni di guerra, in cui gli abitanti non hanno smesso di combattere gli occupanti, dovrebbero essere sufficienti per capire che la Crimea è Ucraina.

Poi si va al Human Rights Centre ZMINA un’organizzazione impegnata nella raccolta di prove dei crimini contro l’umanità (deportazioni, stupri, torture…) subiti da parte dell’esercito russo. Sono migliaia i casi raccolti che in parte vengono condivisi con la Corte Penale Internazionale affinché proceda nelle sue indagini per le necessarie incriminazioni.

Infine, l’ultimo incontro prima della grande manifestazione, quello con la vice capo del Dipartimento Generale per la Diplomazia Pubblica del Ministero degli Affari Esteri. Anche con lei scambi di opinioni sui possibili sviluppi della situazione ed enormi ringraziamenti per l’iniziativa organizzata da Europa Radicale “L’Europa rinasce a Kyiv!”.

Ed eccoci pronti per il grande evento. Molti cittadini ucraini si uniscono ai manifestanti europei, tante TV e giornalisti locali. In Italia i principali organi di informazione scritta non parlano di questo evento eccezionale, evidentemente la notizia che decine di italiani si siano recati in un teatro di guerra per una manifestazione nonviolenta non è considerata meritevole di attenzione.

La piazza è ormai diventata una distesa di bandierine e lumini che rappresentano i caduti in questa guerra che ha un solo responsabile. Accanto a queste si posizionano i manifestanti e prende il via l’evento. Prendono la parola parlamentari ucraini, membri del consiglio comunale di Kyiv, l’ex Ministro degli Interni della Slovacchia, numerosi attivisti – tra cui una militante della comunità dei Russi Liberi che, inginocchiandosi, chiede perdono a nome del suo popolo – e persino due volontari italiani che stanno combattendo in Ucraina. Tra gli striscioni e le bandiere campeggia una grande bandiera dell’Unione europea con i nomi dei giornalisti trucidati dal regime criminale russo: Victoria Roshchyna, il cui corpo atrocemente torturato è stato recentemente riconsegnato agli ucraini; Anna Politkovskaja, uccisa nel giorno del compleanno di Putin come un macabro omaggio; Antonio Russo, torturato e ucciso in Georgia perché indagava sui crimini che si commettevano in Cecenia.

Al termine della lunga maratona oratoria, un momento di raccoglimento nell’angolo della piazza dedicato ai caduti italiani in questa guerra, poi una visita al battaglione dei georgiani che stanno combattendo al fianco degli ucraini, anche il loro Paese è nel mirino del Cremlino.

Prima di andare a cena, un saluto con un amico diplomatico del Governo di Zelensky con cui ragioniamo della prossima “Ukraine Recovery Conference”, i prossimi 10 e 11 luglio a Roma.

L’ultimo giorno incontriamo i giovani della Liberal Democratic League of Ukraine che raccontano di come la vita politica proceda nonostante ci si trovi in un Paese in guerra.

Ultimo appuntamento è la celebrazione ufficiale della Giornata dell’Europa organizzata dal Sindaco di Kyiv, il carismatico Vitali Klitschko. Il suo intervento è un accorato appello all’Europa e sulla vocazione europea dell’Ucraina. È il leitmotiv di tutti gli incontri avuti in questi giorni: l’Ucraina è Europa, l’Europa è Ucraina!

Le ultime ore prima della partenza sono dedicate, finalmente, a un giro della città, e casualmente si incrocia la delegazione dei “Volenterosi” (Francia, Germania, Regno Unito, Polonia) in visita ufficiale.

La città è bellissima e vitale, ricca di storia e piena di persone che vivono con apparente normalità una realtà del tutto anomala. Non fosse per i segni della guerra – i sacchi alle finestre degli edifici sensibili come le scuole o gli ospedali, i monumenti coperti a protezione, i checkpoint intorno ai palazzi del governo – non si direbbe che è la capitale di un Paese che sta lottando per la propria sopravvivenza. In una delle piazze principali c’è un’installazione permanente di mezzi militari russi ormai arrugginiti; c’è una lunghissima parete con le foto dei caduti dal 2014 a oggi; c’è una toccante mostra fotografica che mette in parallelo, pressoché identiche, immagini delle città distrutte nella Seconda guerra mondiale e quelle ucraine di oggi: Mariupol come Varsavia e così via.

Lasciamo Kyiv – traslitterato all’ucraina e non Kiev, alla russa, anche questo un atto di resistenza all’invasore – e ripartiamo con già la nostalgia di lasciare una città e una popolazione dalla quale possiamo solo imparare cos’è la resistenza, la resilienza, la voglia di libertà, la voglia di vivere in pace, in democrazia, in Europa.