Ramadan

Scuola e Ramadan: cosa ci insegna il caso di Pioltello

Tratto da Avvenire, articolo di Paolo Branca

Alla fine di due giorni ad altissima tensione, la comunità scolastica dell’Istituto comprensivo “Iqbal Masiq” di Pioltello, hinterland milanese, prova a scrollarsi di dosso il peso delle tensioni che hanno travolto il dirigente scolastico Alessandro Fanfoni. Impresa non facile, stando anche alle parole dello stesso preside, riferite da un collaboratore: «Non me la sento di parlare, in questo momento». Dopo aver subito minacce via social, ora il professor Fanfoni ha paura. Il motivo? Aver previsto la sospensione delle lezioni il prossimo 10 aprile, giorno di fine Ramadam, festa importantissima per i musulmani. Religione cui appartiene oltre il 40% dei bambini della scuola, che si trova in un territorio ad alta densità immigratoria ed è intitolata al dodicenne pakistano ucciso nel 1995 per il suo impegno contro lo sfruttamento del lavoro minorile. A maggio scorso, quando la decisione è stata presa, all’unanimità, dal Consiglio d’Istituto, mai il preside avrebbe immaginato di finire in mezzo a una bagarre politica in piena regola.

Il caso della scuola di Pioltello sta suscitando reazioni scomposte e viscerali. È un vero peccato e soprattutto una palese dimostrazione di inadeguatezza di fronte alla sfida del pluralismo culturale e religioso che caratterizza la nostra società, ci piaccia o meno.

Conosco bene la zona, fra le più multietniche d’Italia, dove già da tempo famiglie e comunità musulmane collaborano in svariati modi con l’istituzione scolastica: persino laureate in materie scientifiche si offrono gratis per corsi di recupero di matematica pomeridiani e aperti a tutti coloro che ne hanno bisogno. Poche sere fa, condividendo una cena di Ramadan con amici turchi che ci vivono, ho chiesto a uno dei loro figli, alunno delle elementari, come si regolasse per il digiuno, e mi ha risposto che lo osserva soltanto il sabato e la domenica.

Del resto, anche la refezione da tempo si è adeguata: non solo offrendo menu alternativi per musulmani o ebrei (che condividono le stesse restrizioni rispetto alla carne di maiale o al tipo di macellazione anche del pollame), ma pure per vegetariani, celiaci e via dicendo.

La complessità del reale spaventa coloro che non hanno alcuna autentica identità forte e matura e si allarmano di fronte a qualsiasi differenza. Le nostre scuole sono già da decenni impegnate a gestire con buon senso e misura numerose situazioni in cui c’è ampio spazio per le cose negoziabili all’interno di una società aperta e pluralista, senza tuttavia ammettere e anzi prevenendo in ogni modo forme di costrizione, come nel caso del velo portato già da alcune bambine, delle mutilazioni genitali femminili – fortunatamente rarissime – e di matrimoni combinati o forzati, col contributo di associazioni islamiche e dei loro dirigenti.

Analogamente, anche nelle carceri da oltre un decennio partecipo a gruppi di studio col personale e coi detenuti che hanno per tema il fenomeno religioso, insieme a cristiani ortodossi, ebrei, musulmani, buddisti… Mi è capitato anche di dirigere un corso di formazione per il personale paramedico di un grande ospedale milanese.

La foresta continua silenziosamente a crescere, incurante del frastuono di un singolo albero che cade sul quale si montano campagne mediatiche spropositate e controproducenti. Se in una scuola ci fossero studenti di fede ebraica talmente numerosi da suggerire di utilizzare un giorno festivo per consentire a loro di celebrarlo convenientemente mi auguro che nessuno ci troverebbe nulla da ridire.

Ma ben oltre a ciò, valorizzare tutte le presenze culturali, linguistiche e religiose che arricchiscono il panorama di una grande metropoli europea come Milano e il suo hinterland potrebbe persino essere l’occasione per tornare a riflettere su riti e precetti ormai decaduti ma non per questo privi di significato, come potrebbero testimoniare genitori e nonni dei ragazzi italiani sollecitati in tal senso. Finiremmo per scoprire che nell’area mediterranea parliamo tutti la stessa lingua: quella vera e propria col suo a, b, c, d, che ha il corrispettivo greco in alfa, beta, gamma, delta, ebraico in aleph, bet, ghimel, dalet e arabo in alif, ba, jim, dal…, ma anche quella di tradizioni, usi, costumi e valori condivisi da millenni che uniscono le diversità invece che contrapporle in uno sterile e minaccioso scontro da cui tutti uscirebbero sconfitti.

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