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Sacralità e laicità nella città santa

Tratto da Il Sole 24 Ore, di Ugo Tramballi

Il turista che arriva a Gerusalemme, camminando nei vicoli e fra i mercati della Città Vecchia, s’illude di assistere a un miracolo: ebrei, musulmani e cristiani; sinagoghe, moschee, chiese; arabi ed ebrei insieme dentro gli 0,9 chilometri quadrati chiusi dalle mura ottomane del XVI secolo in una contaminazione virtuosa.

E’ un abbaglio. Il reclutamento è già in corso. A partire dalla descrizione della prima pietra antica incontrata, la guida scelta dall’inconsapevole turista è al lavoro per vendere la versione di Gerusalemme delle sue fedi: la religiosa e quella politica. “Non c’è un pollice di Gerusalemme dove un profeta non abbia pregato e dove un angelo non si sia fermato”, diceva Ibn Abbas, cugino di Maometto, già nel VII secolo, poco dopo la conquista musulmana. “Non c’è un solo luogo costruito in questo paese che non abbia avuto prima una popolazione araba”, avrebbe aggiunto 13 secoli più tardi l’israeliano Moshe Dayan, unificatore della città dopo la vittoria nella guerra dei Sei Giorni del 1967.

Le due riflessioni sono apparentemente estranee; la prima conferma che a Gerusalemme c’è sempre stato troppo Dio; la seconda che nei 37 assedi e conquiste della sua storia, il vincitore ha sempre scalzato con la forza la presenza e i diritti di un altro popolo. Divino e politica sono dunque conseguenziali: a Gerusalemme la presenza debordante del primo permea i suoi conflitti umani, li rende persistenti e irrisolvibili. E’ questo che respirano ogni giorno gli abitanti della città; ed è questo che rende Gerusalemme insopportabile, sebbene unica e bellissima.

Due libri appena pubblicati tentano il racconto di un luogo così complicato: Eric Salerno con “Gerusalemme” e Paola Caridi con “Gerusalemme senza Dio”. Il primo è l’inizio di una collana, “Le città visibili”; il secondo è l’edizione rinnovata e ampliata di quella pubblicata nove anni fa. Giornalisti e scrittori, Salerno e Caridi possono affrontare il cimento di Gerusalemme perché vi hanno vissuto e lavorato per anni.

“La spiritualità è indubbiamente associata con la città”, racconta A.B. Yeoshua a Eric Salerno. Il grande scrittore israeliano era nato a Gerusalemme ma se ne andò presto: “Non volevo essere condizionato da quel luogo così intenso, dal suo significato così dominante per molti ebrei”. Non a caso Yehoshua si trasferì ad Haifa, la città d’Israele nella quale la convivenza arabo-israeliana, per quanto difficile, è la più realizzata.

A Gerusalemme Salerno e Caridi hanno abitato a Musrara: il quartiere dove vive anche chi scrive. C’è una Musrara araba e una ebraica, divise da quella che fino al 1967 era la Linea Verde che separava i combattenti. Ora è una delle strade più trafficate della città, vi passa anche una metropolitana leggera. Nella metà del XIX secolo Musrara fu il primo quartiere costruito fuori dalle mura, a Occidente della Città Vecchia le cui porte fino al 1873 venivano chiuse ogni sera per proteggere la popolazione.

Il quartiere fu la prima espansione urbana moderna di Gerusalemme verso l’Ovest, il Mediterraneo, i commerci: qui la nuova borghesia araba ed ebraica costruì le sue case di pietra bianca, come il resto della città. E qui le potenze coloniali affermarono la loro presenza, con ambizioni coloniali a sfondo religioso. C’è ancora il Russian Compound con la cattedrale ortodossa della Santa Trinità; e una copia della torre senese del Mangia simbolo dell’ospedale italiano: durate la Seconda Guerra mondiale gli inglesi lo requisirono per farne il comando della Raf.

Musrara fu il primo tentativo fuori le mura di convivenza fra arabi ed ebrei. Fallì come i successivi (pochi), schiacciati dal conflitto nazional-religioso. Dal 1947 al ’67 fu un quartiere di prima linea e il governo israeliano mandò a viverci gli ebrei sefarditi più poveri, fuggiti dai paesi arabi. Oggi c’è un po’ di tutto, tranne i palestinesi che vivono nella parte araba del quartiere, verso la porta di Damasco. Intellettuali, comunità straniera e soprattutto un numero crescente di haredim, i timorati di Dio. Gli ultra-ortodossi si stanno moltiplicando con grande rapidità in città come nel resto del paese. Solo una strada, Hanevi’im, la via dei Profeti, divide Musrara da Mea Shearim, il quartiere delle comunità chassidiche.

Paola Caridi sostiene che a Gerusalemme non si possa più parlare di conflitto israelo-palestinese perché la definizione prevede un confronto tra forze equivalenti. La differenza è invece enorme e lampante: “Benvenuti nell’arcipelago composto da isole ed enclave, da luoghi del potere (la Gerusalemme ebraica, n.d.r.) che comunicano col resto del mondo e luoghi del senzapotere”, la città araba la cui libertà è concessa o negata dai padroni di Gerusalemme. Dopo l’occupazione del ’67 anche i quartieri arabi sono stati annessi, parte della “capitale unica e indivisibile” del popolo ebraico. Ma è incontrovertibile che a Gerusalemme ci sia anche un altro popolo.

Nel corso degli anni l’isolamento e la graduale espulsione di quest’ultimo sono cresciuti come lo spostamento d’Israele verso posizioni sempre più nazional-religiose. Armi e repressione non sono gli unici arnesi del disegno. Come scrive Salerno, “Turismo, protezione della natura e archeologia sono fra gli strumenti cooptati per guadagnare-giustificare il controllo dello spazio urbano palestinese”, con la Bibbia trasformata in “un titolo di proprietà”.

Con l’espansione urbana, diverse colonie ebraiche nei Territori occupati sono diventate quartieri di Gerusalemme. Nel 1970, spiega Eric Salerno, solo il 4% della popolazione ebraica viveva nella Gerusalemme Est, araba. Ora è il 40. Nell’assenza di una soluzione politica, Paola Caridi ne propone una “teorica e culturale”: Gerusalemme “deve essere una e condivisa”. Resta anche questo un obiettivo estremamente complicato.