01 Mar Rotte balcaniche: la spietatezza della polizia di frontiera bulgara
Di Silvja Manzi, contributo originale Laicamente
Aiutare i migranti a non morire può costare la libertà. Simone Zito ci racconta le rotte balcaniche
Simone Zito è un insegnante del Liceo “Augusto Monti” di Chieri (TO) da molti anni impegnato con il Collettivo Rotte Balcaniche, per assistere le persone migranti che percorrono le cosiddette rotte balcaniche. Ha pubblicato «Rott’amare. La feroce accoglienza europea nei Balcani» (2021, OGzero). A fine anno, durante una missione in Bulgaria, con altri tre attivisti è stato fermato e trattenuto una notte dalla polizia; successivamente il gruppo è stato testimone della morte di tre adolescenti egiziani. Di questo e di altro parliamo con lui in questa intervista.
Ciao Simone, per conoscere il vostro lavoro, raccontaci le attività che svolgete con ‘Rotte Balcaniche’, quali situazioni affrontate, in quali Paesi riuscite a essere presenti e com’è il rapporto con le autorità locali.
Il Collettivo Rotte Balcaniche nasce nell’alto Vicentino nel 2018. Dal 2020 parte delle nostre attività vengono fatte lungo i confini d’Europa a sostegno delle persone in transito. Abbiamo iniziato questa avventura in Bosnia, facendo lavori di coibentazione dentro i ruderi abbandonati dove vivevano le persone in movimento in attesa di affrontare ‘il game’, cioè l’attraversamento del confine e, di fatto, dei Balcani. Poi abbiamo inventato una doccia portatile in modo da poter migliorare le condizioni igieniche molto compromesse delle persone in movimento e facevamo trattamenti anti-scabbia (problema endemico) e distribuzione di cibo, vestiti, prodotti per l’igiene. Abbiamo poi portato queste attività anche in Serbia entrando in contatto con realtà e situazioni nei Paesi limitrofi. I racconti dei migranti diventavano bui quando ci parlavano della situazione in Bulgaria. Il confine turco-bulgaro sembra essere tra i più pericolosi e tra quelli meno presidiati da ONG e gruppi internazionali. Così abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo e abbiamo deciso di tentare quello che sembrava impossibile. Da due anni siamo in Bulgaria, prima facendo distribuzioni di cibo, medicinali e vestiti vicino al campo di Harmanli, ora anche con un numero di emergenza che le persone in movimento possono chiamare se si trovano disperse nei boschi e in pericolo. In genere, il rapporto con le autorità locali tende a essere, da parte loro, di silenziosa sopportazione o di aperta ostilità. In Bulgaria è iniziata una campagna mediatica diffamatoria per farci passare come trafficanti e per attribuirci la responsabilità delle morti al confine.
Cosa è accaduto in occasione del vostro intervento di fine dicembre proprio in Bulgaria, ai confini con la Turchia, quando avete soccorso tre ragazzi in pericolo di vita.
La notte tra il 24 e il 25 dicembre abbiamo ricevuto una richiesta di soccorso da parte di tre ragazzi marocchini. Uno di loro era in una iniziale condizione di ipotermia a causa della neve e delle temperature gelide. Appena siamo riusciti a raggiungerli, abbiamo cercato di far tornare cosciente il ragazzo in condizioni peggiori e abbiamo chiamato il numero di emergenza bulgaro.
Come sempre accade in questi casi, per prima ci ha raggiunto la polizia di confine che è stata piuttosto spiacevole. Gli agenti hanno usato modi rudi e aggressivi, e di fatto dopo averci chiesto i telefoni e perquisito il nostro veicolo, ci hanno fatto aspettare circa tre ore fuori, al freddo, per poi dirci che eravamo in stato di fermo. Per cui abbiamo trascorso la notte di Natale in caserma a Malko Tarnovo. Il nostro è stato il quarto fermo che persone del nostro gruppo o di NoNameKitchen (ONG con cui collaboriamo in Bulgaria) hanno subito, ma a oggi siamo già a sette. È una pratica che il Governo bulgaro sta mettendo in atto per impedire la solidarietà attiva al confine. Noi stiamo facendo appello e speriamo di poter dimostrare che queste detenzioni sono illegali e devono finire.
Tornati in libertà avete ricevuto un’altra richiesta di soccorso da parte, questa volta, di tre minori egiziani, cosa è successo?
Purtroppo la notte seguente il nostro rilascio è stata molto più brutta di quella passata in caserma. Nevicava, ci è arrivata una richiesta di aiuto da parte di un ragazzo egiziano di 15 anni. Abbiamo provato a raggiungerlo, ma la polizia ce l’ha materialmente impedito fermandoci a 15 minuti di distanza dalla posizione del ragazzo. Durante la notte le richieste di aiuto da una sono diventate tre, tutti ragazzi tra i 15 e i 17 anni dello stesso gruppo, sfiniti dalla fatica e dalle temperature. Abbiamo cercato di raggiungerli per tutta la notte ma siamo stati sempre fermati da diverse pattuglie della polizia di confine che presidiavano la zona. Abbiamo anche chiamato numerose volte il 112 dando le esatte posizioni dei ragazzi. Ma è stato inutile. Nei due giorni successivi siamo riusciti a raggiungere le posizioni e abbiamo trovato i corpi dei ragazzi. Questo vuol dire o che le autorità non li hanno cercati o, se l’hanno fatto, li hanno lasciati lì perché le coordinate erano precise. Ora stiamo predisponendo un’interrogazione al Parlamento europeo, già sottoscritta da 36 europarlamentari, che chiede al Governo bulgaro di assumersi le responsabilità su questo e altri casi e di non mentire riguardo alle dinamiche dell’accaduto. Siamo in Europa e dovrebbero vigere ed essere tutelati diritti fondamentali che sono stati palesemente negati.
E infatti ‘Rotte Balcaniche’, insieme a ‘No Name Kitchen’, ha pubblicato un dossier (“Frozen lives: An Investigation into how Bulgarian authorities put the lives of people on the move at risk of death”) sulla morte per assideramento di questi ragazzi dal quale emerge chiaramente la responsabilità diretta delle autorità bulgare.
Una volta rientrato in Italia hai visitato il carcere di Torino, la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”. C’è una connessione con il tema dei migranti se consideriamo che un terzo di tutta la popolazione detenuta non è di nazionalità italiana. Ma, in particolare, la visita era finalizzata a verificare la situazione dell’offerta formativa e dell’istruzione in carcere, che impressioni ne hai ricavato?
Che il carcere non dovrebbe esistere o, almeno, non così. Le condizioni dei detenuti sono tali che raramente riescono a educare e danno gli strumenti, una volta usciti, per poter scegliere una vita lontana dalla precarietà e dall’illegalità. Il sovraffollamento è un grave problema dentro al carcere per tutti, agenti compresi. Ci sono dei buoni progetti scolastici all’interno della casa circondariale. Il CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli adulti) sembra tuttavia in affanno. Nonostante la metà delle persone recluse non sia italiana (circa 700), le classi che abbiamo visto erano composte da una o due persone. Quella più numerosa da quattro. Non so stabilire delle responsabilità, però alfabetizzare e scolarizzare queste persone è il primo passo perché possano costruirsi una vita migliore, per loro stessi e per gli altri. Il carcere spesso abbrutisce e questo è un problema di tutte e tutti perché ha ricadute importanti sulla società nel suo insieme.
Insegni in un liceo, senza voler generalizzare quanto pensi siano coinvolti i ragazzi rispetto a queste questioni che riguardano diritti fondamentali, umani, civili e sociali?
Amo il mio lavoro e ho la fortuna di lavorare in una bella scuola, dove ancora c’è una certa libertà e non è gestita da persone che si considerano manager-padroni. Questo permette quindi, se si vuole e se ne ha la possibilità, di costruire delle buone relazioni con le studentesse e gli studenti. Io insegno scienze umane e il carcere o le migrazioni sono argomenti delle nostre lezioni. Nei miei anni di lavoro ho imparato che se si riesce a costruire una relazione di fiducia con gli studenti e gli si parla di questioni vive, attuali, magari dolorose, ma che toccano corde che tutti noi abbiamo dentro, i ragazzi rispondono bene: sguardo luminoso, mente curiosa e coscienza critica. La vita insegna la vita e sono testimone che possono ancora accadere cose meravigliose a scuola, nonostante la burocrazia e un certo grado di stanchezza e rassegnazione che si respira.
Grazie Simone, per il tempo che ci hai dedicato ma soprattutto per il tuo lavoro, il tuo impegno e la passione che ci metti.
Silvja Manzi