27 Feb Laicità e referendum
di Alfredo Mela, sociologo, già professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio al Politecnico di Torino.
In apparenza, le problematiche sollevate dal referendum sulla cosiddetta “separazione delle carriere” dei magistrati non hanno alcuna relazione con la laicità. Il tema è quello della relazione tra il potere politico – o, meglio, quello dell’esecutivo – e il potere giudiziario: le preoccupazioni legate alle commistioni tra Stato e religione sembrerebbero assenti in questa circostanza.
Ma è proprio così? In realtà, a mio avviso, la questione della laicità dello Stato va oltre quella della difesa dall’ingerenza delle religioni nel funzionamento delle istituzioni, perché tocca più in profondità il significato stesso della democrazia, nel nostro come in altri paesi, e le minacce che oggi insistono su di essa.
Il principio della laicità si è sviluppato in Europa come programma che ha le sue basi nell’illuminismo e che afferma l’idea dell’autonomia della ragione – e non quello della fede e della morale religiosa–come guida per la vita pubblica e per l’organizzazione delle istituzioni statali. Questa autonomia non richiede ed anzi esclude una qualche guida religiosa nella sfera pubblica, ma lascia spazio alla libertà di pensiero e di pratica di culto nella sfera privata e in quella della società civile e del dibattito sulle idee. Questo pone tutte le chiese e le strutture religiose sullo stesso piano di altre modalità di organizzazione dei cittadini e di espressione del loro pensiero. Sono queste le basi su cui si sono costruite le democrazie rappresentative moderne; questo almeno in linea di principio, perché non sempre la laicità trova piena attuazione negli ordinamenti dei diversi paesi, come l’esempio italiano (ma non solo) dimostra.
L’idea di una separazione tra Stato e Chiese è parte di un quadro che presuppone un duplice percorso di espressione del pensiero e di formazione del consenso in campo politico, come teorizzato da Jurgen Habermas. Il primo si compie nella sfera civile e nell’opinione pubblica e vede un pari diritto di formulare idee e proposte da parte dei singoli individui e delle loro forme di associazione. Il secondo corrisponde alla sfera istituzionale e qui la rappresentanza dei cittadini tramite libere elezioni e il dibattito sulle decisioni e la loro attuazione avviene con modalità regolamentate da leggi e procedure soggette al controllo. Tali leggi definiscono anche la separazione dei poteri delle diverse istituzioni, come pure i compiti e i limiti dell’autorità di ciascuna: senza un adeguato bilanciamento dei poteri il controllo non si esercita e non è garantita nemmeno la separazione tra le istituzioni e la sfera dell’opinione pubblica e delle organizzazioni rappresentative dei cittadini. Tutto tende a confluire in un unico campo di formazione delle decisioni politiche, una situazione che può favorire l’affermazioni di monopoli in campo politico e ideologico: l’affermazione di una chiesa e di un sistema di potere politico-religioso o, invece, il controllo statale delle espressioni di pensiero dei cittadini, incluse quelle religiose.
In entrambi i casi non c’è alcuna laicità: questa non si dà né in stati in cui la base giuridica è fondata su dogmi religiosi, come nel caso di alcuni paesi islamici, né in quello in cui una religione di stato si affianca al potere politico, lo sorregge e ne trae una legittimazione esclusiva, o addirittura ottiene un monopolio sulle questioni religiose. Non c’è nemmeno nelle situazioni in cui lo stato pretende di stabilire esso stesso ciò cui i cittadini debbono o non debbono credere e i principi morali cui debbono conformarsi.
Se si tiene presente questa concezione della laicità, che si inquadra in una più ampia visione dei principi di uno stato democratico, non è difficile considerare che oggi le minacce alla laicità non provengono solo dalle iniziative dei diretti interessati – ovvero dai connubi tra stato e chiese – ma anche da trasformazioni della struttura generale delle istituzioni pubbliche e di quelle che riguardano il bilanciamento dei poteri e la suddivisione dei compiti.
In particolare il populismo nazionalista oggi è una minaccia alla laicità che, senza peraltro sdegnare forme di connubio diretto, agisce soprattutto erodendo l’ideale della democrazia e le regole su cui si regge. I due aspetti di questo, su cui mi sembra necessario concentrare l’attenzione, sono la concentrazione del potere dell’esecutivo e una concezione della partecipazione dei cittadini che la riduce al solo momento elettorale, inteso come legittimazione di un’opinione pubblica maggioritaria che si incarna nel governo e, spesso, nella figura di un solo (o una sola) leader. Habermas, parlando dei due sentieri o sfere della democrazia, afferma anche che ci deve essere un filtro, o una chiusa (come quelle della navigazione fluviale) tra di esse, ovvero un sistema di regole per il passaggio dall’una all’altra. Se il potere si concentra nell’esecutivo questo filtro salta, assieme al sistema di controlli sulla legittimità del suo operato. In tal modo anche il momento elettorale muta di significato: esso serve all’esecutivo per affermare il suo diritto a proseguire con i suoi programmi, insofferente di ogni richiesta di mantenimento dei limiti imposti dal disegno costituzionale.
D’altro canto le costituzioni sono, appunto, la formalizzazione dei principi fondamentali che stanno alla base di uno stato – quelli definiti autonomamente da ogni dogma religioso – e l’indicazione delle norme attraverso cui si formano le decisioni collettive. Perciò i partiti e i movimenti populisti e nazionalisti hanno la necessità di intervenire su tali principi e tali norme, quando contrastano i propri progetti politici, in nome di una volontà popolare che essi stessi incarnerebbero. Ma c’è ancora un ulteriore aspetto del populismo che interessa la questione della laicità. La volontà popolare, quando si esprime col voto, enuncia un assenso alle proposte di programma dei partiti in competizione: un consenso maggioritario riguarda appunto tali programmi ed autorizza la formazione di governi che cerchino di realizzarli. Ma in genere i populismi non si accontentano di questo: pretendono di esprimere ciò che un tempo era indicato come lo “spirito di un popolo”, le sue tradizioni, i supposti valori essenziali, quelli che, quanto meno all’interno dei confini nazionali, definiscono una condizione di “normalità”. Che tale normalità sia un costrutto ideologico appare chiaro a molti, ma, come afferma Markus Gabriel (2025) *, “il populismo sostiene, da un lato, l’esistenza di un popolo che costituisce la norma cui, dall’altro, si contrappone un fattore di disturbo” (p. 219). Questo disturbo è rappresentato da chi si oppone alle politiche del governo, come pure da chi, indipendentemente dalle posizioni politiche, esprime pubblicamente una qualche forma di differenza rispetto alla presunta normalità e ne pretende il rispetto.
Da questo punto il titolo del libro del generale Vannacci – Il mondo al contrario-, da cui ha preso l’avvio il suo neonato partito di estrema destra è altamente significativo, al di là dei futuri risultati elettorali del partito stesso. Il “mondo”, vale a dire le idee, le pratiche, le figure presenti sulla scena delle società ipermoderne, starebbe oggi girando al contrario rispetto a che cosa?Per i populisti questo vuole dire che starebbe rovesciando l’ipotetica normalità che si ritiene connaturata ad un popolo, in questo caso quello italiano. In che cosa essa consista, per i populisti è definito soprattutto dal disprezzo per le figure devianti, ma, anche se è lasciata nel vago, si fa capire che è legata al rispetto di una tradizione nazionale, forgiata dai valori della patria, della famiglia e del cristianesimo, in Italia nella sua forma cattolica.
La religione viene così riportata non proprio al centro di un progetto politico – questo contrasterebbe con il pensiero di una parte degli stessi fautori del populismo – ma come il collante di un’identità nazionale; una figura fantasmatica, questa, che, per quanto irreale in una società caratterizzata da diversità di ogni tipo, può servire a rassicurare chi si sente minacciato proprio da queste diversità.
Non intendo qui entrare nel merito delle problematiche specifiche che sollevano i quesiti del referendum approvativo sulla riforma costituzionale voluta dall’attuale maggioranza di governo in Italia. Si può osservare, tuttavia, che essa va in direzione di un indebolimento dell’autonomia della magistratura rispetto all’esecutivo e si inquadra in un percorso di riforme costituzionali destinate a rendere sempre meno efficaci i controlli sui limiti dei poteri dei governi in carica, in linea con tendenze dei populismi nazionalistici presenti in molti paesi democratici. Una linea politica che rappresenta una minaccia per quell’assetto democratico che è anche garanzia di laicità e spinge verso forme di democrazia illiberale di cui fa parte anche il rilancio di una tradizione a base religiosa vista come fondamento dell’identità nazionale. Non a caso i movimenti della destra cattolica tradizionalista hanno già affermato il loro convinto assenso alla riforma della giustizia e si stanno mobilitando per il “Sì”. Questo mi sembra un indicatore di un clima politico che ritengo debba essere ragione di preoccupazione non solo per chi è contrario al governo attuale ma anche, più ampiamente, per chi ha interesse alla difesa della laicità democratica.
_____________________________________
* Gabriel M. (2025), Progresso morale in tempi bui. Valori universali per il XXI secolo,
Castelvecchi, Roma.