29 Mar La Storia: tutti gli uomini e le donne del mondo
Maria Teresa Ingicco intervista Carla Sclarandis – 8 marzo 2025
“Carissimo Delio, mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio. Antonio” [A. Gramsci, lettera dal carcere al figlio Delio, 1937]
“Solo l’Occidente conosce la Storia. Ha scritto Marc Bloch: «I greci e i latini, nostri primi maestri, erano popoli scrittori di storia. Il cristianesimo è una religione di storici. […] è nella durata, dunque nella storia, che si svolge il gran dramma del Peccato e della Redenzione». Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su se stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo; quindi non segnando in alcun modo la propria cultura così come invece la dimensione della Storia ha segnato la nostra.” [Nuove Indicazioni 2025 Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione Materiali per il dibattito pubblico]
Come intervengono le nuove indicazioni nazionali del ministro Valditara sull’insegnamento della Storia? La Storia riguarda “tutti gli uomini del mondo”, come afferma Gramsci, o “Solo l’Occidente conosce la Storia” come affermato dal nuovo documento ministeriale? Ne abbiamo parlato con Carla Sclarandis 8 marzo 2025, che, oltre ad essere stata insegnante di lettere nella scuola secondaria superiore, è formatrice, saggista e ricercatrice. Collabora con case editrici e fa parte di associazioni professionali. Ha coordinato progetti e gruppi di lavoro nazionali sull’insegnamento della storia e della letteratura.
Ciao Carla, in qualità di formatrice hai avuto modo, anche recentemente, di intervenire sul ruolo e il senso dell’insegnamento della storia nel contesto attuale. Quale riscontro hai ricevuto dagli insegnanti?
Ho ricevuto riscontri da coloro che sono stati colpiti positivamente dalle proposte di esperienze didattiche che ho presentato, per quanto dall’entusiasmo alla messa in atto ci sia un bel salto.
Ci sono due livelli:
- il richiamo ai fondamenti epistemologici dell’insegnamento della storia;
- l’esigenza pedagogica di rendere parlante la storia.
Insegnare storia è molto più difficile rispetto all’insegnamento della letteratura; la storia, infatti, è la conoscenza degli uomini, sposta il focus da IO a NOI. È un cambio di prospettiva difficile per gli adolescenti, che viene reso più complicato oggi dalle forme di comunicazione da loro agite.
Spesso, anche in ambito familiare la narrazione è concentrata sull’IO e manca la dimensione del NOI, cioè la consapevolezza della connessione con l’esperienza collettiva.
Questo accade, io credo, perché è venuta meno la propensione al racconto, alla testimonianza della propria esperienza di vita da parte dei genitori o dei nonni. I racconti (e lo dico anche in virtù dei miei ricordi personali) rappresentano un fattore importante nell’instillare nel bambino o nell’adolescente il gene della curiosità per la dimensione collettiva.
Occorre trovare percorsi che siano motivanti rispetto alle nozioni, ma la scuola non va in questa direzione.
Oggi la dimensione collettiva è più frequente nelle famiglie con background migratorio.
È necessario ancorare il racconto dei fatti e della loro interpretazione a percorsi che motivino e legittimino il collegamento con le nozioni; in questo senso il laboratorio rappresenta uno studio di caso con valenza sia epistemologica sia pedagogica.
Quali considerazioni possiamo fare a proposito delle nuove indicazioni nazionali per le discipline umanistiche appena rese note dal Ministero?
È difficile ancora esprimersi perché l’impianto è ancora incompleto; inoltre vengono presentati come novità elementi che già esistono da anni. Per i “riformatori” il problema principale potrebbe essere rappresentato da un lato dalla mancanza di nozioni e dall’altro dalla convinzione che l’insegnamento della storia sia condizionato dalla scuola post Sessantotto. Sembra che si voglia cancellare la storia della seconda metà del 900 per rifondarla in chiave nazionalista costruendo una coscienza civile in un’ottica opposta a quella emersa negli anni ’60 e ’70.
Allora si progettava in un’ottica inclusiva, proponendo un’idea alternativa sia al modello sovietico sia a quello statunitense, ritenendo il conflitto e l’analisi critica costitutivi della democrazia.
Oggi l’attenzione è nel dettaglio e non negli orizzonti e ciò che ha a che fare con la visione critica fa paura, rendendo difficile una scelta terza.
Questa “nuova” (!) prospettiva pone l’enfasi sul modello dello storicismo nazionalista; il tentativo è porgere la narrazione come qualcosa di oggettivo, facendola diventare strumentale alle intenzioni perché conta anche come si racconta un fatto, che può diventare “altra cosa” da quello che è stato, rendendo la narrazione chiusa, bloccata immodificabile, ma la narrazione è sempre di parte.
La visione dei riformatori (o restauratori?) sembra funzionale ad una procedura informatica, in cui si pone l’accento sulla successione degli eventi e sulla quantità delle informazioni, piuttosto che sull’analisi critica, sul come e non sul perché si svolgono i fatti.
Sembra prevalere il modello securitario e non quello basato su valori di giustizia, libertà e rispetto delle differenze. Non si riflette sulla complessità della società e al momento non è riconoscibile un progetto coerente: sembra di assistere ad una sorta di “revanscismo culturale” che tuttavia appare privo di lucidità.
Perché, secondo te, l‘insegnamento della storia in una prospettiva critica è fondamentale?
Lo studio della storia non può prescindere dai fondamenti del metodo scientifico cioè dall’analisi delle fonti e delle narrazioni e delle interpretazioni per giungere a delle ipotesi da sottoporre continuamente a verifica.
Uno studio di questo tipo sviluppa una forma mentis che tiene conto della relatività, intesa come apertura a qualsiasi percorso di conoscenza, e della necessità di interpretare e narrare i fatti, le connessioni, i contesti basandosi su quanto esaminato e sulle conclusioni tratte “fino a prova contraria”. Tutto questo non ha nulla a che fare con il “relativismo”: il metodo scientifico non è prerogativa esclusiva delle cosiddette “scienze dure” ma riguarda tutta l’area umanistica. Anche in queste materie l’interpretazione deve essere rigorosa e, per favorire il rigore argomentativo nella narrazione, le competenze devono essere accompagnate dalle conoscenze. Su quest’ultimo aspetto a me pare che la scuola non abbia prestato abbastanza attenzione al rapporto tra complessità ed età di chi apprende, alla semplice ma spesso necessaria ripetitività dei concetti e della loro discussione.
Il nodo centrale è la politica culturale; per migliorare non serve tornare a concentrarsi sull’Italia, ma individuare quali siano gli snodi per comprendere anche gli eventi globali.
Si può puntare a mantenere l’impianto tradizionale, in una prospettiva interdisciplinare con l’insegnamento dell’educazione civica e della letteratura (non solo italiana). Fare affondi multidisciplinari per comprendere gli eventi e le loro connessioni contribuisce a costruire una forma mentis incline all’analisi storica.
Come può influire l’Intelligenza Artificiale sullo studio della storia e sull’applicazione del metodo scientifico?
Con il ricorso all’IA, può esserci il rischio che venga meno il metodo scientifico, perché quando si prendono in esame grandi quantità di dati, il risultato deriva dalla somma di questi e viene meno l’analisi critica degli elementi disponibili. Si rischia quindi di avere un’umanità che basa la sua potenza sulla quantità delle cose a disposizione e non su quanto ha conosciuto e fatto proprio in forma di saperi essenziali.
Il pericolo è che esista un disegno (oppure una deriva) tale da far evolvere l’essere umano verso un nuovo individuo integrato con la tecnologia.
Noi abbiamo ragionevolmente paura, ma non siamo in grado di immaginare come cambieremo. Quello che rincuora nei giovani è che non temono le nuove tecnologie, non le conoscono a fondo, ma le usano.
Sono convinta che saranno in grado di vivere immersi nella tecnologia e di non soccombere. Anche dalla scuola fascista sono usciti gli antifascisti; i nipoti di Hitler hanno denunciato la Shoah e ne mantengono il ricordo.