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La scuola senza voto nel mondo che spaventa il centrodestra italiano

Tratto da  Valigia Blu  , articolo di Chiara Adinolfi

Alcuni giorni fa, sul quotidiano La Stampa, è apparsa un’intervista a Ernestina Morello, docente del liceo scientifico Copernico-Luxemburg di Torino che ha scelto di sperimentare la didattica senza voti. “Danno ansia e appiattiscono”, ha spiegato la docente al quotidiano torinese. Morello ha aggiunto che introdurrà le “valutazioni discorsive con spiegazioni per gli studenti”. L’intervista è stata ripresa dal ministro dei Trasporti e leader della Lega, Matteo Salvini, che in un suo post su Facebook ha scritto: “Da papà non sono assolutamente d’accordo con questa prof! Togliere il merito e appiattire non fa il bene dei ragazzi, che non possono essere viziati e promossi a prescindere da studio e impegno”. Ma gli studi e le sperimentazioni nel mondo dicono che senza voto l’apprendimento migliora.

Le sperimentazioni nel mondo

Secondo l’indagine Ocse-Pisa del 2018, gli studenti finlandesi registrano punteggi superiori alla media OCSE in lettura, matematica e scienze. Anche se in leggera flessione rispetto agli anni precedenti, la Finlandia ha anche la percentuale maggiore di studenti con i più alti livelli di competenza (Livello 5 o 6) in almeno una materia. Risultati di questo tipo possono far pensare a un sistema di istruzione rigido e severo. Invece, in Finlandia, fino ai 13 anni gli studenti non hanno voti, né possono essere bocciati. Il sistema scolastico è basato sul benessere mentale e fisico dello studente: esami e prove sono in secondo piano. Per chi non raggiunge le competenze richieste, sono previste forme di supporto individuale.

In Finlandia sono obbligatorie pause di 15 minuti tra le lezioni, e gli spazi sono organizzati per indurre gli studenti a concentrarsi. I compiti vengono svolti a scuola, mentre il tempo extrascolastico è dedicato allo sport e ad altre attività ricreative.

Anche nella vicina Svezia, fino all’età di 12 anni, gli studenti non sono valutati con lettere e numeri. Dal 1968 non esiste più una prova alla fine delle superiori: per terminare gli studi obbligatori basta un giudizio positivo dei propri insegnanti. La didattica si basa su un approccio ‘induttivo’: gli alunni sono ‘guidati’ dai docenti, ma sono loro a doversi applicare e a risolvere problemi e soluzioni. Gli obiettivi dell’insegnamento sono individuali, i colloqui con i genitori si svolgono insieme ai bambini e i giorni di scuola sono 178, meno dei ‘nostri’ 200.

Questo tipo di didattica è arrivato anche negli Stati Uniti. Il Vermont e il Maine hanno approvato leggi che invitano i dirigenti scolastici a introdurre gradualmente il sistema di valutazione senza voto. Come riportava il New York Times in un articolo del 2017 dal titolo ‘Un nuovo tipo di classe: nessun voto, nessun fallimento, nessuna fretta’, anche il New Hampshire e l’Illinois stavano testando questo metodo innovativo. A New York, più di 40 scuole hanno già adottato il programma. L’obiettivo è l’apprendimento, non avere un buon voto. Gli studenti che apprendono rapidamente, vanno avanti. Chi è in difficoltà può continuare ad esercitarsi finché non comprende i concetti.

Anche negli Stati Uniti il metodo ha incontrato qualche resistenza, ma chi lo ha sperimentato non è più tornato indietro. In una scuola di Brooklyn, la Middle School 442, quando il programma è stato introdotto un terzo degli studenti necessitavano di assistenza educativa. Nell’anno scolastico 2013-2014, il 7% degli studenti leggeva a livello elementare e il 5% soddisfaceva gli standard matematici statali. Due anni dopo, il 29% aveva un buon inglese e il 26% un buon livello in matematica, avvicinando la scuola alla media cittadina. Gli studenti lavorano in piccoli gruppi e sono coinvolti attivamente nelle lezioni. In una classe della scuola sono stati appesi cartelli come “Fallire dimostra che ci stai provando” o “Sbagliare è la chiave per avere successo”.

Negli Stati Uniti, anche alcuni atenei hanno deciso di sperimentare, in singoli corsi, il metodo senza voti. Il docente di Antropologia all’università del Texas ad Austin, John Willis Traphagan, ha spiegato in un articolo di aver eliminato la valutazione in uno dei suoi insegnamenti. Gli studenti ricevono però degli ampi commenti da parte del docente e si autovalutano in base al lavoro svolto. “Mi sentivo come se stessi effettivamente imparando qualcosa piuttosto che ottenere un punteggio insignificante su un compito”, ha scritto uno studente in un sondaggio anonimo riferito al corso. Il tasso di frequenza delle lezioni è passato dal 90% al 95%, e in classe gli studenti sono più coinvolti.

“Un’enfasi ultra competitiva sui voti non fa altro che generare alti livelli di stress, che a loro volta abbassano la qualità dell’istruzione”, ha sottolineato John Willis Traphagan. “Nelle classi tradizionali, gli studenti sono raramente incoraggiati a pensare in modo creativo e critico, e vengono assegnati buoni voti a coloro che sono esperti nel conformarsi alle aspettative di chi detiene l’autorità. In breve, l’attuale approccio all’istruzione non produce laureati ben preparati per la vita come cittadini in una società diversificata. Forse un modo per cambiare questa situazione, è abbandonare i voti”.

In Italia aumentano le classi che sperimentano la valutazione senza voto, ma sono ancora un’eccezione

In Italia, invece, il voto resta il principale strumento di valutazione per gli studenti. Anche se la normativa non prevede l’obbligo di attribuire i voti in itinere, ma solo alla fine dell’anno scolastico, la scala numerica da 1 a 10 è utilizzata dai docenti italiani per verifiche, compiti in classe e interrogazioni. Tuttavia, da qualche anno singole sezioni, scuole o docenti, stanno provando a introdurre la valutazione con il solo giudizio descrittivo. Dall’istituto ‘Marco Polo’ di Firenze al liceo ‘Cannizzaro’ di Palermo, dal liceo scientifico ‘Bottoni’ di Milano al polo scolastico ‘Volta’ di Piacenza. Sono tante le realtà che hanno scelto di puntare su una sperimentazione che in realtà ha già visto i suoi frutti.

“La normativa ci richiede una valutazione formativa, indicativa, in modo che i ragazzi si possano autovalutare”, spiega a Valigia Blu Vincenzo Arte, docente del liceo Morgagni di Roma e autore del libro ‘Crescere senza voti’. Il professore sottolinea che non c’è nessun obbligo per il docente di utilizzare i voti durante l’anno, ma è una prassi ormai consolidata, anche per le caratteristiche dell’insegnamento frontale. Eliminare i voti, invece, comporta una nuova metodologia didattica basata sul lavoro cooperativo, sulle relazioni all’interno del gruppo classe, e sullo sviluppo delle competenze trasversali.

“Spesso gli studenti si concentrano solo per ottenere un voto e, raggiunto l’obiettivo, dimenticano gran parte di quello che hanno appreso. Senza voto, invece, i ragazzi sono più attivi e stimolati. Si divertono, seguono con interesse e imparano a cooperare piuttosto che a competere – spiega Vincenzo Arte – e poi un voto è spesso riduttivo per uno studente, invece con la valutazione descrittiva si inserisce il ragazzo o ragazza all’interno di un percorso. Tutto è orientato alla preparazione, non al voto. Seguiamo le indicazioni nazionali, ma i giovani non vengono a scuola per ripetere la lezione del giorno precedente. Lo studio è meno nozionistico e meno mnemonico e si sviluppano capacità trasversali notevoli, come quelle relazionali, di ricerca e approfondimento. Competenze che sono ancora più utili nel mondo di oggi”.

Il professor Arte, che insegna matematica e fisica, spiega anche che gli studenti sono valutati con regolarità per testare la loro preparazione, ma i voti compaiono solo alla fine dell’anno, nella consueta pagella.

Al liceo Morgagni di Roma la sperimentazione è partita nel 2016 ed è diventata un vero e proprio indirizzo dell’istituto dall’anno scolastico 2019/2020. Ma qualche voto contrario di alcuni docenti esterni all’indirizzo delle ‘classi senza voto’ ha fatto sospendere l’iniziativa. “Questo non vuol dire che le classi che hanno iniziato il percorso lo sospenderanno, né che la scuola è tornata sui suoi passi: semplicemente non ci sarà la sezione dedicata”, aggiunge il docente del Morgagni. “Tuttavia, è possibile che in vista del nuovo anno scolastico troveremo un nuovo accordo anche per una futura classe prima. Questo è un progetto in cui tanti docenti si mettono insieme per applicare le stesse metodologie innovative in una classe, quindi è necessario il coinvolgimento di tutti”.

Nonostante il parere contrario di alcuni docenti, i genitori e gli studenti sono entusiasti del progetto, spiega ancora il professor Arte: “Gli studenti crescono in un clima di fiducia, con grande consapevolezza. Molti di noi hanno vissuto la scuola come sofferenza, e ancora oggi per tanti studenti andare a scuola non è piacevole”. Una percezione testimoniata dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), secondo cui l’87% dei giovani non ama la scuola. Percentuale che sale a uno sconcertante 94% tra i quindicenni.

“La scuola senza voti, invece, ha l’obiettivo di essere una scuola amata dagli studenti, una scuola in cui i giovani entrano in classe senza l’ansia di essere giudicati”, conclude Arte.

Il senso della scuola per il centrodestra: “Il voto ha funzione educativa”

Tuttavia, queste esperienze, anche se positive, restano di nicchia. Benché siano aumentate, soprattutto nell’ultimo anno, sono legate all’iniziativa di gruppi minoritari o singoli docenti che vogliono sperimentare qualcosa di diverso. Nelle realtà più fortunate, è la dirigenza che spinge in questa direzione. Ma il dibattito non è mai arrivato a intaccare il fulcro del sistema scolastico italiano, che è, appunto, il voto.

Anzi, l’attuale governo guidato da una maggioranza di destra sta focalizzando la sua azione sul voto come strumento disciplinare, nell’ambito della riforma della condotta. Inoltre, il partito della Presidente Meloni, Fratelli d’Italia, vorrebbe tornare al voto numerico anche nella scuola primaria. In occasione del convegno ‘La scuola del merito – I voti preparano al futuro’, la sottosegretaria Paola Frassinetti ha detto:

“Le tante occasioni di confronto che ho avuto in questo primo anno come sottosegretario, con famiglie, docenti e dirigenti scolastici mi spingono ad affermare che l’indeterminatezza e la vaghezza delle valutazioni odierne non solo non sono apprezzate, ma soprattutto non sono pienamente comprensibili. Una valutazione chiara ed oggettiva non deve ingenerare ansia o frustrazione, ma al contrario ha una funzione educativa e formativa”.

Per la senatrice di Fratelli d’Italia Ella Bucalo, membro della Commissione cultura del Senato, “la scuola non punisce e non sanziona. La scuola valuta e ha il compito fondamentale, oltre che di trasmettere istruzione, di affiancare i giovani nella loro crescita personale preparandoli ad affrontare ostacoli ed esperienze, anche critiche, che la vita presenta loro”.

Il pedagogista Corsini: “Senza voto si formano cittadini più consapevoli”

Per Cristiano Corsini, professore di Pedagogia sperimentale e valutazione scolastica all’Università Roma Tre e autore del libro ‘La valutazione che educa. Liberare insegnamento e apprendimento dalla tirannia del voto’, le cose non stanno esattamente così:

“L’idea che il voto serva a educare è un errore di prospettiva storica. Il voto nasce per selezionare, non per educare. Ma noi sappiamo bene che usare il voto come ‘il bastone o la carota’, ci porterà ad ottenere solo un apprendimento mirato al voto. Quella del voto è una mercificazione del sapere. Il voto fa comodo a una classe politica che non investe sulla qualità della formazione del docente. Una scuola con i voti è una scuola che si sposa con una bassa qualità della formazione dei docenti, questo è il motivo per cui Fdi vuole il ritorno dei voti alla scuola primaria”.

Secondo Corsini, infatti, una scuola con una valutazione descrittiva comporta una didattica diversa e richiede, quindi, docenti molto più formati dal punto di vista metodologico-didattico, e tempi e spazi diversi. Inoltre, prosegue il pedagogista, “nella valutazione descrittiva il potere valutativo è distribuito tra docente e studente. Il docente mantiene il potere valutativo, ma lo condivide con lo studente. Che sarà, con ogni probabilità, un soggetto in grado di leggere la società in senso critico e trasformativo. Chi ha una visione della società conservatrice, anche se si definisce di sinistra, pensa invece che senza voto l’insegnante possa perdere potere”.

Ma il vero elemento a favore della valutazione descrittiva, è il miglioramento dell’apprendimento. “C’è meno stress e più benessere scolastico, e tutto questo ti consente di essere più sereno nell’apprendere. Non c’è il terrore dell’errore, anzi- spiega Corsini- non si ha più paura di sbagliare, perché non c’è un punteggio da raggiungere, ma attività da migliorare. E così gli studenti si spingono a ipotizzare soluzioni rischiose, che è il miglior modo per apprendere. Se vogliamo sviluppare personalità che avranno un ruolo in un contesto democratico, non possiamo usare strumenti autocratici. Il voto prepara cittadini passivi. Se la nostra società punta a formare cittadini che devono solo raggiungere obiettivi, allora il voto va bene. Ma se invece vogliamo creare una società in cui i cittadini sono in grado di partecipare attivamente alla vita sociale e culturale del paese- conclude Corsini- allora abbiamo bisogno di un sistema di valutazione diverso”.

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