27 Mar La resilienza ucraina alla prova del quarto anno di guerra
di Silvja Manzi
“Resilienza”, un termine entrato prepotentemente nell’uso comune negli ultimi anni, sta a indicare la capacità di resistere e reagire agli eventi negativi, senza soccombere e provando in ogni modo a non modificare lo stato delle cose, le proprie abitudini. Se, appunto, comunemente si tende ad abusare della parola, attribuendo questa attitudine a una molteplicità di occasioni, persone, episodi c’è, invece, un popolo intero, addirittura, che merita di essere definito davvero resiliente, senza imbarazzi. Si tratta degli ucraini.
Da quattro anni l’Ucraina subisce e affronta una guerra che non ha scelto e voluto, che gli è arrivata in casa la notte del 24 febbraio 2022. Una vera e propria guerra d’aggressione, scatenata dalla Federazione Russa, come non si vedeva dal Secondo conflitto mondiale e che sta durando più di quel conflitto.
Quel 24 febbraio il Paese poteva fare due cose. Arrendersi alla violenza devastatrice di quello che si riteneva essere uno degli eserciti più forti al mondo, e questo avrebbe significato divenire schiavi di una dittatura. Oppure resistere all’invasore. Gli ucraini hanno scelto la seconda possibilità, e da quel momento hanno dovuto letteralmente reinventarsi, per non soccombere.
Da una parte, in questi quattro anni abbiamo visto l’esercito criminale di Vladimir Putin occupare, sparare, bombardare, distruggere, rapire, torturare, stuprare, deportare, radere al suolo intere città, scuole, asili, ospedali, parchi giochi, teatri, stazioni, alberghi, musei, chiese, monumenti, infrastrutture civili; dall’altra, gli ucraini che, con l’aiuto degli alleati occidentali, hanno dovuto imparare a difendersi e attrezzarsi per reagire a un nemico almeno numericamente superiore.
Il salto tecnologico e militare fatto dall’Ucraina è tale per cui oggi è divenuto un Paese da guardare con attenzione e un partner fondamentale per la difesa europea. La pressione russa sui Paesi baltici, infatti, fa temere l’apertura di un nuovo fronte entro quest’anno.
Ma quattro anni di guerra stancano. E inoltre questo è stato l’inverno più gelido degli ultimi anni, con temperature costantemente e abbondantemente sotto lo zero termico in tutto il Paese. La Russia, quindi, ha deciso di utilizzare il freddo come un’arma e memore della carestia imposta da Stalin negli anni ’30, che provocò la morte di milioni di contadini ucraini (il famigerato Holodomor, “sterminio per fame”), ha messo in atto una strategia volta a causare la morte per congelamento, ribattezzata dagli ucraini Kholodomor (appunto “sterminio per freddo”). Le infrastrutture energetiche sono state l’obiettivo principale e hanno lasciato al buio, al gelo e senz’acqua milioni di persone. Tuttavia il Paese non cede. Resiste. È resiliente.
Con Europa Radicale siamo tornati in Ucraina in occasione di questo nefasto anniversario [https://laicamente.org/slava-ukraini-slava-evropi-gloria-allucraina-gloria-alleuropa/] per capire com’è la vita in un Paese assediato da quattro anni e per trasmettere un sentimento di solidarietà e riconoscenza. Perché resiste anche per noi.
Con un gruppo di italiani siamo partiti il 20 febbraio alla volta della Moldova, altro Paese che aspira a entrare nella famiglia europea e per questo è nel mirino dello Zar Putin. Nella capitale Chisinau abbiamo organizzato, insieme alla Gioventù Federalista Europea del posto, una manifestazione davanti al Parlamento per chiedere l’ingresso della Moldova nell’Unione Europea. Sarebbe, infatti, un’assicurazione di sopravvivenza contro le mire del Cremlino. I ragazzi della GFE sono stati entusiasti di condividere esperienze, passioni e speranze. Con una voglia di essere parte del “sogno” europeo da far impallidire i cosiddetti euroscettici.
Da Chisinau per il sud dell’Ucraina non è stata ripristinata la linea ferroviaria perché dovrebbe attraversare la Transnistria, regione moldava sotto il controllo russo, e non è sicura. Abbiamo quindi preso uno dei pulmini che più volte al giorno partono alla volta di Odessa. Dal nostro scendono militari in congedo e una volta caricati i bagagli l’autista decide di ripartire subito. Ci attendono circa quattro ore di viaggio su strade malmesse, con un’ora di attesa alla frontiera per il controllo passaporti. Le previsioni del tempo sono pessime, temperature sotto zero e neve. Invece quando arriviamo in città un pallido sole ci accoglie. E ci accoglie anche il primo allarme aereo, appena arrivati in albergo. Ci viene così mostrato il rifugio che, in tempo di pace, altro non era che la sala congressi dell’hotel.
Odessa è una delle principali città sul Mar Nero, con un ruolo vitale nell’import/export e per questo maggiormente sotto attacco. Le tre aree portuali intorno alla città sono il bersaglio dei bombardamenti quotidiani con droni e missili. L’obiettivo dei russi è conquistare tutta la costa ucraina per avere il controllo del Mar Nero, isolare il Paese, spezzare i rifornimenti e divenire i padroni di tutti gli scali merci. Se malauguratamente questo dovesse avvenire, avrebbe un impatto diretto sulle nostre vite. Significherebbe che tutte le esportazioni di materie prime, comprese le produzioni agricole, sarebbero nelle mani dei russi che, quindi, stabilirebbero prezzi e quantità, come già facevano con il gas. Ecco perché gli ucraini stanno difendendo anche le nostre libertà.
I bombardamenti solitamente avvengono più volte durante la giornata e sempre durante la notte, tra le 2 e le 3, evidentemente per fiaccare la resistenza delle persone, che però ormai non scendono neanche più nei rifugi. Il Sindaco della città ci spiega che con un attacco di missili si avrebbero due soli minuti di tempo per salvarsi, non sufficienti per scendere nei rifugi; con un attacco di droni si può capire dove il drone è diretto e… andare dall’altra parte. Ovviamente è possibile sapere cosa sta per accadere perché le varie App e canali Telegram oltre a far suonare l’allarme sul cellulare dicono cosa sta arrivando e in che direzione. Come si diceva, l’innovazione tecnologica è in grado di fare la differenza. Nella notte, come previsto, alle 2 suona l’allarme. Il giorno successivo sapremo che due portuali sono rimasti uccisi nell’attacco notturno.
Visitiamo il Goncharenko Centre, un’organizzazione umanitaria attiva da prima dell’invasione su vasta scala che si è in parte riconvertita in attività di volontariato per la difesa. In un locale si alternano tutto il giorno, tutti i giorni, decine di donne di una certa età provenienti dalle zone occupate che realizzano reti mimetiche per l’esercito. Chi taglia i pezzi di stoffa, chi li riduce in nastri, chi li avvolge intorno alle reti. Le reti con le stoffe di alta qualità serviranno per i soldati, quelle con le stoffe riciclate (da divise dismesse, ed è purtroppo facile capirne il motivo) verranno utilizzate per mimetizzare gli automezzi militari. Banali reti da pesca diventano antidrone e verranno inviate al fronte. Visto l’uso decisamente necessario e vitale, la richiesta di reti da pesca è altissima e molti Paesi alleati stanno rispondendo positivamente.
Un altro articolo di cui c’è necessità assoluta sono i generatori di corrente. Per via dei blackout continui molte strade della città sono occupate da generatori di ogni dimensione ma il sindaco ci dice che ne servono ancora. “Quanti?” gli chiediamo, “tutti quelli che potete”, ci risponde. È una richiesta che trasmetteremo alle nostre amministrazioni.
Odessa è Patrimonio UNESCO e il giro “turistico” ci mostra una città meravigliosa, crocevia di culture, arti, architetture ma violentata dalla furia russa. Gli edifici storici hanno paratie di legno alle finestre, i monumenti sono totalmente rivestiti e impacchettati per proteggerli; i palazzi colpiti vengono restaurati a tempo di record ma segni di incendi, esplosioni e sfondamenti sono sempre visibili. Le persone che incontriamo ci dicono di essere esauste ma vogliono proseguire una vita il più possibile normale. I negozi e i locali sono aperti, fino al coprifuoco, le strade brulicano di gente e i ristoranti sono al completo. È una forma di resilienza anche questa.
Il 24 febbraio, l’anniversario dell’invasione su larga scala (l’invasione è cominciata nel 2014 con l’annessione illegale della Crimea e l’occupazione di fatto di parte del Donbas), è il giorno della manifestazione che Europa Radicale ha organizzato sulla famosa Scalinata Potëmkin, la porta della città sul mare, il simbolo di Odessa. È prevista pioggia e invece c’è un sole persino tiepido. Srotoliamo due enormi bandiere, una dell’Ucraina e una dell’Unione Europea. La richiesta è che l’Ucraina entri al più presto in Europa e che l’Europa entri in Ucraina, per difenderla. L’orchestra della marina militare suona i due inni, quello ucraino e quello dell’UE, e poi attacca «’O sole mio», la famosissima canzone napoletana che Edoardo di Capua compose proprio a Odessa!
Al microfono si avvicendano molti oratori, parlamentari – Pina Picierno, Ivan Scalfarotto, Benedetto Della Vedova –, consiglieri comunali, semplici attivisti e militanti; gli ucraini partecipano con commozione e riconoscenza, ma lo siamo certamente più noi, commossi e riconoscenti.
Quando il 24 febbraio 2022 Putin ha sferrato l’attacco con cui si illudeva di conquistare rapidamente tutta l’Ucraina, occupava già il 7% del territorio. Nel marzo di quell’anno ha raggiunto la massima espansione del territorio occupato: il 27%. Quattro anni dopo la Federazione Russa occupa poco meno del 19% dell’Ucraina, e in tutto il 2025 ha conquistato appena lo 0,8% di territorio. E questo a un prezzo altissimo. Le stime parlano di 1 milione e mezzo di perdite (tra morti, dispersi e feriti) da parte russa. Da parte ucraina le perdite sarebbero di circa mezzo milione di persone, ovviamente molti anche tra i civili, visto che sono un obiettivo deliberato. Sarebbe il caso di cominciare a dire che Putin questa guerra la sta perdendo. La resilienza ucraina non si può sconfiggere.
Finita la manifestazione riprendiamo il nostro pulmino in tutta fretta: l’autista deve arrivare a Chisinau e poi rientrare a Odessa in tempo prima del coprifuoco. Ci salutiamo con un arrivederci.