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La pace passa da Gaza. Il silenzio dell’Europa

Di Pietro Polito, tratto da Pressenza del 21 maggio 2025

Questo articolo è stato scritto tra la Giornata dell’Europa (venerdì 9 maggio) e la Giornata internazionale dell’obiezione di coscienza al sevizio militare (giovedì 15 maggio), tra la 167° e la 168° presenza di pace che dal 24 febbraio 2022 ogni sabato si tiene in piazza Carignano, a Torino, per iniziativa del Coordinamento AGITE.  Esso si compone di due parti. La prima è dedicata al silenzio dell’Europa; la seconda all’urgenza di obiettare, di dire No, all’orrore che si sta consumando sotto i nostri occhi indifferenti, distratti, impotenti. Un abominio che va oltre il confine di ogni umanità che supera ogni coscienza e immaginazione.

Prima parte. Il silenzio dell’Europa.

Venerdì 9 maggio 2025, Festa dell’Europa. L’Europa compie 75 anni. La Giornata dell’Europa, che si svolge ogni anno il 9 maggio, celebra la pace e l’unità in Europa. La data segna l’anniversario della “dichiarazione Schuman”, una storica proposta presentata nel 1950 dal ministro degli Esteri francese Robert Schuman che ha gettato le basi della cooperazione europea e della pace internazionale.

La ricorrenza è stata oscurata dall’elezione, l’8 maggio, del nuovo Pontefice, l’americano Robert Francis Prevost, Papa Leone XIV, che è stato l’evento dominate nei quotidiani italiani (e, credo, nel mondo). Qua e là piuttosto è affiorato il richiamo alla “grande vittoria alleata” contro la Germania nazista: l’8 maggio 1945, la resa tedesca fu ratificata a Reims e poi firmata a Berlino, ufficializzando la fine del conflitto (di quella alleanza faceva parte l’Unione sovietica di Stalin, da cui è germinata la Russia di Putin che in quella data vede il suo atto di fondazione).

Le ragioni dell’Europa sono state inalberate da “Il Foglio Quotidiano” che, offrendo ai suoi lettori due inserti: uno su “Il Leone americano”, l’altro su “Facciamola grande questa Europa”, invita in prima pagina a “Scegliere l’Europa” e racconta “l’Europa come è e l’Europa come la vorremmo”: un’Europa che riprende in mano “le chiavi della libertà” e si propone “il fine di difendere, in giro per il mondo, l’aggredito dall’aggressore” . Questa è l’Europa dei “foglianti” che si batte per i valori dell’Occidente.

Antitetica è l’Europa delle amiche e degli amici della nonviolenza che con pensieri, azioni, speranze di pace lavorano alla prevenzione dei conflitti e che ogni giorno s’impegnano “fino alla liberazione dalla guerra” . La guerra non è un dato permanente della realtà e della storia e si può spezzare la perversa reazione a catena – aggressione – difesa – aggressione – che alimenta e perpetua all’infinito la spirale della violenza.

L’idea che la forza sia necessaria per la pace è un alibi per rinunciare alla prevenzione e per pensare ancora alla guerra. L’Europa delle amiche e degli amici della nonviolenza si richiama più ad Antigone che a Creonte: “Non compagna dell’odio, ma compagna dell’amore io nacqui”. Accanto alle leggi scritte sa ascoltare le leggi non scritte che “vanno scoperte ogni volta da ogni nuova generazione con uno sforzo della ragione e della fantasia” (Virginia Woolf) .

Se dovessi esprimere lo stato d’animo, con cui ho vissuto la settantacinquesima giornata dell’Europa, ricorrerei allo straordinario “Taglio alto” che Mauro Biani ha pubblicato il 9 maggio ne “il venerdì di Repubblica”. Sotto la scritta: “E’ la giornata dell’Europa”, una giovane donna, braccia conserte, guarda una bandiera dell’Europa che sventola al vento un po’ ammaccata ed esclama: “Sarebbe ora”. Si. Sarebbe ora che l’Europa esercitasse il proprio ruolo sulla scena globale come un Terzo autonomo e autorevole, cessando di essere un Terzo suddito e schiacciato tra le parti. Sarebbe ora che l’Europa levasse chiara e forte la sua voce contro la disumanizzazione delle nuove guerre .

Si tratta di una vocazione inscritta nel codice genetico dell’Unione Europea: “che viene espressa esplicitamente nella frase iniziale della Dichiarazione Schumann: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento delle relazioni pacifiche”.

Ma è una vocazione che pare dimenticata . Come dimostra il silenzio assordante dell’Europa su Gaza, la più grande catastrofe umanitaria, politica, sociale dalla nascita dell’Unione europea in poi . Il silenzio sulla strage dei 15.000 bambini palestinesi morti per fame sotto le bombe dell’esercito israeliano è una colpa di omissione che “dissolve la coscienza dell’Occidente” .

 

Seconda parte. La pace passa per Gaza. Dire no all’orrore

Giovedì 15 maggio 2025, Giornata internazionale dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Questa “celebrazione” antimilitarista, nata nel 1982 da una riunione di obiettori alla guerra dell’Europa occidentale e in seguito adottata dall’Ufficio Europeo degli Obiettori di Coscienza e dalla War Resisters’ International, è la (ri)affermazione solenne del diritto a non uccidere i propri simili nei conflitti tra gli Stati.

Il significato della ricorrenza è fragorosamente contraddetto dalla follia che diventa realtà a Gaza. La guerra di reazione all’infame pogrom da parte di Hamas del 7 ottobre 2023 in terra di Israele, condotta per 19 mesi e protratta sino al blocco totale degli aiuti e al piano di una occupazione permanente di tutta la Striscia, ha definitivamente perso ogni proporzionalità , trasformandosi “in una del tutto sproporzionata opera di distruzione e di uccisione di decine di migliaia di non combattenti, in maggioranza bambini, donne e uomini anziani” . Le notizie e le immagini che arrivano da Gaza “significano “la cancellazione pervicace e totale di qualunque regola base della convivenza civile, di ogni valore condiviso che aveva segnato un cammino dell’umanità” . Non c’è altro modo per dirlo. Il silenzio di noi europei, liberali, democratici, illuministi, cristiani è il silenzio dei colpevoli.

Denunciando le campagne diffuse di “giustificare l’ingiustificabile”, Tanya Haj Hassan, dottoressa statunitense specializzata in terapia intensiva pediatrica, in un discorso pronunciato all’Assemblea delle Nazioni Unite di ritorno da una missione come volontaria all’ospedale al-Aqsa di Deir al Balah, ci ha ammonito: “Dovremo fare i conti con questa storia” . Dopo oltre 600 giorni di violenza a Gaza muore la speranza: “Abbiamo perso ogni speranza. Ora, la gente in strada non si saluta più, si chiede tu come vuoi morire?”  .

Con lo sguardo della scrittrice, Valeria Parrella ha saputo guardare nell’orrore: “Quando dico noi intendo un noi in cui ci si dimentica chi siamo perché non è così importante”. Se voltiamo lo sguardo dall’altra parte, se cerchiamo di non pensarci, “noi tutti saremo distrutti, che già lo siamo mentre guardiamo e aspettiamo. […] Se l’orizzonte è scomparso, allora è Gaza” . A Gaza non c’è più tempo perché “la guerra cambia i lineamenti delle persone. Forse perché ne modifica lo sguardo, lo rende perso, forse un po’ più spento, rendendo gli occhi più piccoli e cerchiati. Le persone che hanno visto la guerra le riconosci dallo sguardo” .

Se è vero come è vero che “il male estremo non è né mostruoso né demoniaco, ma banale. È il male compiuto da uomini che si rifiutano di pensare, che rinunciano ad essere persone” (Hannah Arendt), allora non possiamo essere banali nel giudizio. La strategia della forza contrapposta alla forza cancella le persone e senza persone non c’è futuro. Senza umanità il diritto si svuota. Se ci deve essere una speranza di liberarci dalla guerra senza piantare i semi della violenza nelle prossime generazioni, la strategia deve cambiare . Come?

Le considerazioni fin qui svolte vogliono essere un invito laico alla pace che si riassume in tre punti: 1. rinunciare dall’una e dall’altra parte alla vittoria totale che paralizza ogni futuro di pace: “solo se entrambe le parti, allo stesso tempo, sapranno riconoscere ciò che hanno perso, si potrà davvero sperare, un giorno di ritrovarsi” ; 2. “non perdere di vista le ragioni pubbliche, come le ha chiamate Kant, di un impegno urgente e ineludibile, qui e ora, per una società più giusta” ; 3. scrivere, parlare, disobbedire non per commuovere ma per resistere: “la memoria – scrive Rita Baroud, 22enne giornalista palestinese – è tutto ciò che possiedo. E se la mia storia sparisce, allora, è come se non fossi esistita. E io sono esistita. Io sono ancora qui” .

Al Salone del libro di Torino maggio 2025 i visitatori attenti si sono imbattuti in questa targa: “Occorre accettare di seminare perché altri raccolgano altrove e più tardi” (Bernard Werber) . Le amiche e gli amici della nonviolenza considerano valore continuare a seminare per liberarci dalla guerra e perché la pace possa diventare realtà .

 

POST SCRIPTUM – Dai quotidiani del 18 maggio 2025 risulta che la realtà va nella direzione opposta e contraria. I tre quotidiani principali scelgono una linea neutralista: “Corriere della Sera”: “Stragi a Gaza, ma si tratta”; “la Repubblica”; “Israele, luce verde all’offensiva, parte l’occupazione di Gaza”; “La Stampa”: “I carri di Netaniahu” sono in marcia “verso il centro della Striscia”. Le ragioni della pace trovano spazio su “Avvenire”: “Non si fermano le “offensive continue” di Israele. “Netanyahu muove i tank nella Striscia” e “Hamas ha 48 ore” e in “il manifesto”: “Con fine. Bombardamenti incessanti, case distrutte, di nuovo più di cento morti, anche neonati. Ordini di evacuazione, popolazione affamata. I media parlano di colloqui indiretti Hamas-Israele e di possibile svolta a breve. Ma avanza l’operazione Carri di Gedeone e la cruenta offensiva finale dell’Idf per occupare la Striscia comincia a scuotere l’indifferenza generale”. Le ragioni dell’Occidente sono pervicacemente sostenute da “Il Foglio quotidiano”: “La stretta di Israele. Da necessità, la guerra di Bibi rischia di diventare scelta all’apparenza strategicamente cieca”. Ma la guerra difensiva che si trasforma inevitabilmente in aggressiva rimane una via libera e auspicabile e non diventa una via bloccata. Anche se alla fine conduce in un vicolo cieco.