LA FELICITÀ NEGATA

Tratto da NonMollare di Paolo Fai

«Non c’è progresso senza felicità e non si può essere felici in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele. Questo è l’esito raggiunto da una politica economica che ha come base l’egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l’infelicità».

È uno stralcio dall’Introduzione, posto in copertina del pregevole libro La felicità negata, Einaudi 2022, in cui Domenico De Masi documenta le «due grandi sfide del nostro tempo», progresso e complessità, attraverso l’interpretazione che ne hanno dato la Scuola sociologica e marxista di Francoforte e la Scuola economica e neoliberista di Vienna, «l’una interessata a una distribuzione della ricchezza e del potere più giusta nei confronti della massa subalterna, facendo appello alla collettività e confidando nell’intervento pubblico; l’altra interessata a concentrare quante più risorse e potere nelle mani della élite dominante, facendo appello all’individuo e riducendo al minimo il ruolo dello Stato».

La vittoria, netta e, si direbbe, definitiva, «data la diffusione planetaria delle democrazie liberali, del capitalismo e dello stile di vita occidentale», «con conseguenze devastanti per il benessere e la felicità di miliardi di esseri umani», è tutta dalla parte del gruppo dei neoliberisti di Vienna (e, poi, dei Chicago Boys, con in testa Milton Friedman), i quali, diversamente dai filosofi della Scuola francofortese, rimasti «una élite del pensiero, pronta a metterci il cervello e a rimetterci di persona ma non a sporcarsi le mani», sono stati «impegnatissimi nell’economia e nella finanza, accortissimi nel conquistare posti di comando nelle banche, nelle imprese, nei ministeri, dispostissimi a mettere tutta la loro scienza al servizio dei potenti per piegare le politiche economiche agli interessi della borghesia».

Nomi importanti e prestigiosi di economisti come von Mises e von Hayek si sono battuti perché «la Scuola viennese avesse i numeri per farsi baluardo della destra conservatrice nel mondo e le spettasse il compito storico di salvare la borghesia dalla minaccia marxista e i ricchi dalla minaccia dei poveri». E se von Mises, «per combattere la crisi [del 1929] consigliava di ridurre stipendi e tasse, cominciava a diffidare anche della democrazia di massa, predicava che tra libertà politica ed economia occorresse sacrificare la democrazia», qualche anno dopo anche von Hayek proporrà «un liberismo che relegasse a un piano secondario le libertà politiche e i diritti civili». L’estremismo filo- borghese e antisocialista di von Hayek lo portò perfino a cavalcare, senza pentimenti, «la dittatura di Pinochet considerando il Cile un utile laboratorio delle proprie idee economiche».

Tuttavia, ci fu una stagione, definita da Jean Fourastié “i trenta anni gloriosi”, tra il 1950 e il 1973 – l’anno dello choc petrolifero, a partire dal quale il neoliberismo rialzò la cresta – in cui, «dopo la Guerra mondiale, quando molti paesi belligeranti erano stati praticamente distrutti, il motore primo dell’impetuoso sviluppo fu alimentato dalle politiche keynesiane secondo cui uno Stato moderno deve puntare sull’equa distribuzione del benessere garantendola con politiche ridistributive e interventi statali (a cominciare dal welfare) in favore della crescita».

Ma i neoliberisti non stavano alla finestra. E, tra gli anni ’70 e gli ’80, bandendo del tutto dalla loro teoria e dalla loro pratica la parola “felicità”, «che tornava spesso nei testi di Smith ed era centrale in quelli di Bentham e Mill», trovarono l’uomo e la donna giusti, negli Usa (Ronald Reagan) e in Gran Bretagna (Margaret Thatcher), per riaffermare con forza l’azzeramento della presenza dello Stato nell’economia. “Affamare la Bestia”, fu il motto di Reagan. E – commenta De Masi – «in Italia non si poteva non imitarlo, essendo l’America modello indiscusso di modernizzazione».

Nella seconda parte del suo bel libro, De Masi contrappone il lavoro e l’ozio, delineando, da una parte, le cinque concezioni del lavoro che hanno scandito il Novecento, l’ultima delle quali fu quella «ideata e imposta dagli ingegneri», consistente nella «idea della produzione di massa», i cui pionieri furono Frederick W. Taylor (1856-1915) e Henry Ford (1863-1946), che attuarono la parcellizzazione e la disumanizzazione del «lavoro degli altri, quasi tutti operai». Dall’altra, De Masi indica le più recenti proposte alternative all’incontenibile sviluppismo neoliberista: quella di Serge Latouche di «uscire dalla società lavorista, produttivistica e mercantile; “dilatare il tempo”, recuperare il gusto del tempo libero, liberarlo dall’economia, […], la coltivazione della lentezza, la contemplazione, l’impegno politico, l’arte, il gioco, la solidarietà, le attività collettive e autogestite». O la soluzione dell’ozio creativo, che De Masi intende come «la soave capacità di coniugare il lavoro per produrre ricchezza con lo studio per produrre conoscenza e con il gioco per produrre allegria», e che fa da perfetto ‘pendant’ con la lezione del vecchio Marx dei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica: «L’esperienza definisce felicissimo l’uomo che ha reso felice il maggior numero di altri uomini. Se abbiamo scelto nella vita una posizione in cui possiamo meglio operare per l’umanità, nessun peso ci può piegare, perché i sacrifici vanno a beneficio di tutti; allora non proveremo una gioia meschina, limitata, egoistica, ma la nostra felicità apparterrà a milioni di persone, le nostre azioni vivranno silenziosamente, ma per sempre».

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