sikh

Intese con lo Stato. Limite o impulso per la libertà religiosa?

Di Paolo Naso, tratto da NEV del 20 febbraio 2025

Oggi ci troviamo a riflettere su 40 anni di intese e il bilancio non può che essere ambivalente. Da un lato, abbiamo esse hanno garantito ad alcune confessioni un quadro giuridico consolidato; dall’altro, però, registriamo clamorose assenze e – quella con l’islam – e incomprensibili ritardi: pensiamo all’intesa fantasma con i testimoni di Geova, firmata ma mai approvata. Ne consegue che alcune religioni godono di diritti e tutele; altre sembrano non avere posto, sono invisibili, pur rappresentando una parte significativa della popolazione. Facciamo un caso interno al mondo evangelico, c’è tutta la competente delle “chiese migranti”, provenienti dalla Nigeria o dall’America Latina, che non aderendo a nessuna delle confessioni riconosciute o con intesa, vive in area grigia di invisibilità e fragilità giuridica. E sono almeno 300.000 persone. Più noto il caso dei sikh della Piana di Latina e di altre zone d’Italia: ottime braccia e affidabile forza lavoro nel settore agricolo o industriale, ma quando quelle stesse persone chiedono di essere riconosciute nella loro identità religiosa la loro istanza viene di fatto ignorata. Per queste comunità migranti, così rilevanti per la nostra società ed economia, l’intesa appare una cima irraggiungibile; il riconoscimento giuridico una scalata difficilissima e ad alto rischio di fallimento.

Una parola specifica merita l’islam che in Italia ormai conta circa 2,5milioni di aderenti. Nella coscienza della complessità della questione, vent’anni fa, il ministro dell’interno Pisanu (Governo Berlusconi) avviò un percorso di “decantazione” propedeutico al riconoscimento di questa rilevante comunità di fede, facilitato dal contributi di tecnici e studiosi del tema. Negli anni successivi, altri ministri, di diverso schieramento politico, ottennero significativi risultati quali la sottoscrizione della Carta dei valori – che sancì la convinta adesione della comunità alla Costituzione – e, nel 2017, l’adesione di tutte le associazioni islamiche a un “patto” prodromico che poneva le basi di un percorso teso a raggiungere un’intesa con lo Stato.

Altri ministri proseguirono su questa strada sino al 2024 quando sia il Consiglio per le relazioni con l’Islam che la buona pratica di incontri regolari con le associazioni islamiche sono stati messi in mora, fino a quando tutti i membri di questo organismo nominati dallo stesso ministro Piantedosi, all’unanimità, si sono dimessi. Su che cosa il Ministero e il Governo intendano fare per affrontare il paradosso della più numerosa comunità di fede diversa dalla cattolica priva di riconoscimenti giuridici adeguati è stata presentata una interrogazione parlamentare alla quale, da mesi, il Viminale o palazzo Chigi non danno risposta. E’ un segnale, a nostro avviso grave, di disattenzione al tema del diritto alla libertà religiosa e alle politiche della coesione sociale.

Ma ci sono altri casi da segnalare. Pensiamo ai sikh: una comunità integrata, con un ruolo centrale in settori produttivi importanti, dall’industria casearia a quella vitivinicola. Eppure, le cronache si soffermano solo sulle questioni critiche, come quella del kirpan, il simulacro di pugnale rituale. Il Consiglio di Stato nel 2021 ha stabilito che la questione è superata: è stato trovato un modello di kirpan compatibile con le leggi italiane, considerandolo un oggetto devozionale e non un’arma. Sta di fatto i processi di riconoscimento giuridico della associazioni sikh sono ancora pendenti.

Sono questi esempi che dimostrano come, se da un lato lo strumento delle intese mostra la sua forza e efficacia, dall’altro il sistema generale della libertà religiosa non ha mai veramente funzionato. Possiamo fare convegni, pubblicare libri, confrontarci sul pluralismo religioso – e lo abbiamo fatto in abbaondanza – ma la realtà è che questa letteratura e questo sforzo di elaborazione non ha prodotto risultati finalizzati a ottenere quella che ormai tutti definiamo ‘una legge che non c’è’ e che, sul piano politico, nessuno sembra volere.

E qui sta il paradosso, perché tutte le forze politiche si dichiarano prontissime a varare una nuova norma. Detta con un tono pessimistico, o cambiamo registro e strategie operative per costruire un consenso attorno alla ‘legge che non c’è’, o ci impegniamo a una moratoria nell’organizzazione di altri convegni.

Dopo tanti convegni e tante pubblicazioni è forse giunto il momento di una riflessione autocritica sui limiti della nostra strategia. Non possiamo rilevare, ad esempio, che non esiste un network operativo coordinato, non esiste una lobby che disponga degli strumenti tecnici per un’azione congiunta, nemmeno all’interno del mondo evangelico. Nel 2012 il prezioso risultato dell’intesa con i mormoni, i buddisti e gli induisti si ottenne proprio grazie a un’azione di questo genere. Serve un gruppo di lavoro che operi con deputazioni parlamentari, individuando – come spesso invoca il presidente della FCEI, prof. Garrone – i “liberali” che possano farsi promotori di un nuovo percorso e che intenda esporsi su questo tema.

Non dimentichiamo che fra 4 anni ricorreranno i cento anni della legge del 1929. Sarebbe imbarazzante se, all’epoca, dovessimo ragionare ancora di “culti ammessi” invece che celebrare il risultato di una libertà religiosa piena ed effettiva per tutti.