Il corpo delle donne che toglie la pace al mondo

di Alessandro Giacomini

Sabato 31 gennaio 2026, durante il convegno One Humanity One Planet presso il Palazzo Apostolico Vaticano, il Papa ha parlato di pace nel mondo. Da allora è scoppiata una nuova guerra che da più di tre settimane scolpisce in Iran e in Libano, ma in quei giorni di gennaio le guerre in corso nel pianeta  erano già più di 50. In questo senso si può dire che il contesto mondiale, a distanza di due mesi, non è molto mutato.
La ricerca della pace che il ponteficie caldeggiava era ispirata alle parole che Madre Teresa di Calcutta pronunciò il 3 febbraio 1994 al National Prayer Breakfast: “Il più grande distruttore della pace è l’aborto”. Il Papa, ispirato da tanta santità,  rafforza dunque il concetto affermando:  “Nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo“.

Siamo di fronte all’ennesima offensiva vaticana che addita l’autodeterminazione femminile come causa dei conflitti mondiali, all’antico inganno di una monarchia che parla di pace mentre brandisce dogmi che hanno insanguinato la storia. ​Mentre il mondo del 2026 brucia sotto i colpi di conflitti che, dalle sabbie del Medio Oriente alle pianure dell’Europa orientale, continuano a nutrirsi di fanatismo identitario e rivendicazioni confessionali, il nuovo inquilino del soglio pontificio, Robert Francis Prevost, asceso al papato col nome programmatico di Leone XIV, ha deciso di individuare il “nemico pubblico numero uno” della concordia universale: non le testate nucleari, non il traffico d’armi benedetto dai mercanti di morte, ma l’autodeterminazione delle donne.

​Affermare che «il più grande distruttore della pace è l’aborto» è un atto di sciacallaggio semantico che ribalta la realtà storica e colpevolizza la libertà per assolvere il dogma.

​La Chiesa di Leone XIV poggia la sua condanna su un pilastro della filosofia tomista, mutuato da Aristotele: la distinzione tra potenza e atto.
L’argomento è noto da molto tempo: l’embrione è un essere umano in “potenza” e dunque andrebbe tutelato come se lo fosse “in atto”.
​Tuttavia, è proprio qui che la logica formale smaschera l’artificio. Come ci ha insegnato Emanuele Severino, se una cosa è “in potenza”, significa che nel presente non è ciò che diverrà, se l’embrione diventa uomo, significa che nella condizione di embrione, uomo non lo è ancora. Una ghianda è una ghianda, non è una quercia, e se mangiamo un uovo a colazione, non stiamo mangiando un pollo, così uno scapolo non può ricevere gli sgravi fiscali riservati agli sposati solo perché “in potenza” potrebbe convolare a nozze.
Equiparare l’interruzione di gravidanza a un omicidio significa negare lo sviluppo e la realtà biologica, trasformando una possibilità futura in un obbligo presente che annulla i diritti di una persona esistente, senziente e in atto: la Donna.

L’attacco di Leone XIV non nasce dal nulla è l’ultimo capitolo di una letteratura misogina che parte dalle epistole paoline sul silenzio delle donne e arriva alla demonizzazione della scienza medica.
In una monarchia assoluta composta esclusivamente da uomini, l’autodeterminazione femminile è vissuta come una minaccia esistenziale al primato del sacro sul corpo.
La donna, per il Vaticano, non deve essere un soggetto di diritto, ma un tabernacolo biologico, un contenitore passivo privo di volontà politica.
​C’è un’immagine che la storia ci restituisce con regolarità, quella del sacerdote che bagna con l’acqua santa la canna di un cannone. Del resto nella teologia cattolica esiste la categoria della “guerra giusta” e si sono spesi fiumi d’inchiostro per spiegare quando sia lecito sventrare un altro essere umano in nome di un trono. 

Eppure non esiste l’aborto giusto, la violenza di Stato può essere benedetta, la scelta di una donna è sempre maledetta.

Questa idiosincrasia verso la Legge 194 non è “difesa della vita”, ma difesa del potere, la donna non è vista come un soggetto autonomo, ma come un mero contenitore di una “potenza” a cui deve subordinare la propria intera esistenza per non essere “distruttrice della pace”.

Vedere un uomo protetto da guardie armate, al vertice di un’istituzione che ha inventato l’Inquisizione  spiegare a una donna che la sua scelta di non procreare “distrugge la pace” è una performance di cinismo che rasenta il sublime.

La pace mondiale sarà o non sarà, anche senza il controllo del Vaticano sugli uteri femminili, e se le religioni smettessero di occuparsi di ginecologia e smettessero di benedire fucili, darebbero ad essa un contributo reale..
Se l’aborto è un omicidio “in potenza”, le pretese di dominio sulle scelte delle donne sono oppressione “in atto” e, per fortuna, tra un uovo oggi e certe frittate dogmatiche, la ragione ha già scelto.