23 Mag Fine vita, eterna viltà dei legislatori
Il primo a sollecitare un impegno del Parlamento sul tema del fine vita fu il presidente Giorgio Napolitano nel 2006, colpito da un accorato appello di Piergiorgio Welby. Da allora, però, il Parlamento è rimasto sordo anche ai ripetuti inviti della Corte costituzionale a legiferare. Nel frattempo si stanno muovendo con proposte di legge i Consigli regionali e persino esponenti di spicco del centrodestra chiedono un dibattito serio. Dalle pagine del principale quotidiano italiano, Ferruccio de Bortoli rivolge un appello ai presidenti delle Camere affinché si impegnino a portare in discussione le proposte che giacciono nei cassetti.
La Corte costituzionale è intervenuta in questi giorni anche in tema di procreazione medicalmente assistita (PMA), con due sentenze a tutela dell’autodeterminazione della donna e del miglior interesse del minore, ne parleremo nel prossimo numero.
Qui il comunicato della Corte costituzionale sulla sentenza sul suicidio medicalmente assistito con cui rinnova i propri appelli al legislatore: https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20250520130449.pdf
e qui la (non) reazione dei partiti in Parlamento: https://roma.corriere.it/notizie/politica/25_maggio_20/fine-vita-nuovo-appello-della-consulta-ma-tra-i-partiti-e-scontro-sulla-legge-4e05877f-eee8-446f-b8ea-094c25033xlk.shtml
Fine vita, lettera (accorata) ai presidenti delle Camere
Il governo ha impugnato la legge regionale della Toscana sul fine vita perché, a suo giudizio, «lede le competenze esclusive dello Stato». Deciderà la Corte Costituzionale che già nel 2019 (e ancora nel 2024) aveva sollecitato il Parlamento a regolare la delicatissima materia del suicidio assistito. La Consulta, come è noto, lo ha di fatto consentito quando ricorrono quattro circostanze: una patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza del paziente da sostegni vitali, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. Se la normativa toscana lede verbalmente una competenza esclusiva dello Stato, ebbene lo Stato non ha più alcuna giustificazione per il suo ritardo in materia.
Ed è per questa ragione che ci sentiamo autorizzati a rivolgere un’accorata istanza ai presidenti della Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, perché richiamino, con la loro autorevolezza, i colleghi legislatori a discutere e votare. Le proposte ci sono. Crediamo che il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, condivida le parole del suo collega di partito e governatore del Veneto. «Basta ipocrisia» ripete Luca Zaia, che dice sì alla libertà di coscienza, anche perché come responsabile della Sanità nella sua Regione, affronta de visu la profonda ingiustizia di chi può accedere al protocollo, chi ne viene escluso, chi va in Svizzera, chi resta prigioniero del dolore.
Nella disparità e nell’incertezza dei trattamenti le vite sono tutt’altro che rispettate. Quei malati, nella fase terminale della loro vita, sono meno cittadini. Sul fine vita ognuno di noi è pieno di dubbi etici e religiosi (il sottoscritto, per esempio, non vorrebbe l’eutanasia). Non parlarne non è una soluzione. È un affronto alle vite dei più fragili. Una negazione del loro diritto all’autodeterminazione.
Nel Piccolo lessico sul fine vita della Pontificia accademia della vita la contrarietà al suicidio assistito (come ovviamente all’eutanasia) è netta. Ma, a differenza del passato (il caso Englaro, per esempio), si apre alla possibile interruzione della nutrizione e dell’idratazione per evitare l’accanimento terapeutico. A testimonianza di una discussione profonda e tormentata. Quella che nel Parlamento non c’è. Voltarsi dall’altra parte, oltre ad essere ingiusto, è persino vile.
FERRUCCIO DE BORTOLI, 12 maggio 2025