death and breakfast

Dead & Breakfast

Uno spazio per dialogare sul tema della morte

Di Armando Buonaiuto, tratto da Socrem News del 25 aprile 2025

«Quindi, vediamo se ho capito bene: tu un sabato mattina al mese esci di casa per andare in un posto dove ti aspettano una trentina di sconosciuti, vi sedete in cerchio e, mentre bevete caffè e mangiate biscotti, parlate di morte».

«Esatto. È una modalità nata nei paesi anglosassoni e ora si sta diffondendo anche qui. Con noi c’è sempre un facilitatore esperto: uno psicologo, un tanatologo… E spesso oltre ai biscotti c’è una torta!».

Negli ultimi due anni mi è accaduto piuttosto spesso di avere un dialogo simile, più o meno ogni qualvolta conoscenti, genitori dei compagni di scuola delle mie figlie o figure del mio ambiente lavorativo mi hanno proposto attività piacevoli o iniziative professionali da tenersi nella stessa data in cui cade il mio impegno con il Death Café. Il più delle volte la battuta seguente è all’incirca: «ma pensa, ma che interessante, magari una volta o l’altra ci faccio un salto». Quando però il rapporto è schietto, a raggiungermi è una domanda precisa: «e perché mai ti va di parlare di morte il sabato mattina?»

Già, perché?

La prendo da lontano, così intanto ci penso.

Nel settembre del 2023, a poco più di due anni dalla morte di mio padre, ho sentito l’esigenza di dedicare il festival Torino Spiritualità agli “assenti”: cinque giorni di riflessione intorno alla morte, per lasciarsi provocare dalla sua presenza e dal suo mistero, e provare a prendere confidenza con una condizione – l’essere mortali – che ci sgomenta, certo, ma dà anche senso al nostro destino, facendoci avvertire la vita come un bene urgente e prezioso.

Ho sempre pensato di essere fortunato a fare il lavoro che faccio, curare manifestazioni culturali in cui tuffarsi tra le grandi domande che agitano il cuore degli esseri umani, ma al termine di quella edizione del festival mi sono sentito non solo fortunato, ma grato per le esperienze vissute insieme a migliaia di persone venute a sporgersi sul limite estremo. In particolare, resta per me indimenticabile l’appuntamento inaugurale: un grande Death Café in cui oltre 500 persone hanno riempito la chiesa di San Filippo Neri e, sedute intorno a decine di tavoli, hanno condiviso memorie, speranze, paure, dolori e desideri. Ricordo il silenzio iniziale, la sospensione intimidita di chi si sta domandano se abbia fatto bene a trovarsi lì, poi il mormorio graduale e l’affiorare di parole venute su da zone sempre più profonde. E, a poco a poco, la navata che si scalda, altissima e vasta ma sempre più simile a un nido tiepido in cui raccontarsi e ascoltarsi.

E al termine dell’edizione, che ogni giorno aveva in programma almeno un Death Café (più ortodosso per numero di partecipanti ma non meno intenso emotivamente), in tanti ci hanno chiesto di continuare. E così, grazie al sostegno di SOCREM Torino APS, che già ci aveva aiutati nel realizzare l’appuntamento d’apertura, abbiamo fatto del Death Café una proposta fissa del Circolo dei lettori. A oggi siamo alla seconda annualità e ogni volta le sedie sono piene, a testimonianza che l’esigenza espressa alla fine del festival non era un effimero ghiribizzo, ma è ben radicata nell’umano. Così, per nutrire al meglio questa esigenza, ci siamo anche presi la libertà di aggiungere al format classico un’iniziale parentesi artistico-culturale, per mettere in evidenza come il mistero della fine attraversi non solo i nostri pensieri, ma ispiri tanta parte della nostra produzione creativa, dal cinema alla pittura, dalla musica alla letteratura. E allora, nel corso del primo anno abbiamo deciso che ogni incontro fosse aperto da brevi esplorazioni di romanzi e racconti che avessero nella morte il loro motore di narrazione: dalla nostalgia di Dino Buzzati per la madre scomparsa alle lettere che il piccolo protagonista di un celebre romanzo di Éric-Emmanuel Schmitt scrive a Dio, dall’anatomia della vedovanza tracciata da Clive Staples Lewis alla morte del cane Karenin narrata da Milan Kundera, sono state tante le pagine attraversate e poi riprese, come preziosi spunti, durante le sessioni di gruppo.

Poi, nel novembre del 2024, i Death Café, ribattezzati “Dead&Breakfast”, hanno scavalcato il recinto della letteratura per sondare altre discipline, accogliendo come ospiti la storica dell’arte Federica Tammarazio, che esplorando con noi le rappresentazioni visive dell’oscura signora, tra consolazione e spauracchio, ci ha portati a interrogarci su quale sia, per ciascuno di noi, il volto della morte; lo studioso di Digital Death Davide Sisto, che ha raccontato alcuni sorprendenti e inquietanti approdi tecnologici che consentono di prolungare la “presenza” oltre la fine biologica, e ci ha indotti a riflettere sulla difficoltà di lasciare andare chi non c’è più; il musicista e studioso di tradizioni etnomusicali Simone Campa, che tra canti popolari e lamentazioni funebri ci ha dato l’occasione di discutere del rapporto tra morte e rito collettivo; o ancora il violoncellista e compositore Lamberto Curtoni, che eseguendo un suggestivo requiem ha sollecitato un confronto molto intenso sulla forza evocativa della memoria.

Quindi, tornando alla domanda dello schietto interlocutore, perché mai mi fa piacere parlare di morte il sabato mattina?

Per la medesima ragione per cui non disdegno di parlarne di giovedì pomeriggio o di martedì sera: perché credo che ogni momento – fatta forse eccezione per il lunedì mattina, che già di suo è ferale – sia buono per interrogarsi sul limite, sui legami che l’assenza fisica non cancella, sugli “altrove” che non conosciamo ma ai quali non smettiamo di volgere gli occhi.

E perché ogni volta, mentre le persone sedute intorno a me narrano, ascoltano, bevono, mangiano, ridono e piangono, il tempo guadagna in spessore e la morte – che paradosso – inizia a sembrarmi qualcosa che ha molto a che fare con la vita.