27 Mar Cuius regio, eius religio
di Sergio Velluto
«di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione»
Il principio sancito ad Augusta (1555) significava che i principi e le città libere avevano la facoltà di introdurre la fede luterana nel loro territorio, pur godendo degli stessi diritti degli Stati cattolici all’interno dell’Impero. Il principio, benché criticabile perché nulla affermava rispetto alla libertà religiosa individuale, rappresenta comunque un passo in avanti ed ebbe il non trascurabile merito di contribuire a far cessare le guerre di religione.
Con l’affermarsi del principio di laicità dello Stato, sebbene in molti Paesi si sia diffuso il modello dei “concordati” con le religioni maggioritarie, l’idea che dovesse esistere una correlazione necessaria tra la forma di governo e la fede (maggioritaria) ammessa e/o praticata da sudditi e cittadini sembrava essere definitivamente accantonata.
Esistono tuttavia, e sono tuttora in vigore, concordati – principalmente con la Chiesa cattolica, che sembra prediligere questa forma esclusiva di accordo con lo Stato – in Italia, in alcuni Stati federali della Germania, in Austria, Malta, Ungheria, Spagna, Slovacchia, Polonia, Lituania, Filippine, Argentina, Brasile, Portogallo, Irlanda, Andorra, Nicaragua, Colombia, Repubblica Dominicana e in alcuni cantoni della Svizzera¹.
Le Costituzioni di alcuni Stati, quali ad esempio gli Stati Uniti d’America, vietano la stipulazione di concordati. Analoga situazione si registra in Francia, dove la legge di separazione del dicembre 1905 vieta il riconoscimento di concordati.
Secondo un’analisi del Pew Research Center, basata su dati relativi a 199 Paesi e territori nel mondo, oltre 80 Stati favoriscono una specifica religione, sia come religione ufficiale o sostenuta dal governo, sia concedendo a una religione un trattamento preferenziale rispetto alle altre.
L’Islam è la religione più comunemente sostenuta dai governi: 27 Paesi (compresa la maggior parte di quelli della regione Medio Oriente–Nord Africa) sanciscono ufficialmente l’Islam come religione di Stato. In confronto, solo 13 Paesi (tra cui nove nazioni europee) designano il Cristianesimo o una specifica denominazione cristiana come religione di Stato.
Un ulteriore gruppo di circa 40 governi nel mondo favorisce informalmente una particolare religione, e nella maggior parte dei casi la religione favorita è una confessione cristiana. In effetti, le Chiese cristiane ricevono un trattamento preferenziale in più Paesi (28) rispetto a qualsiasi altra religione favorita in modo non ufficiale².
Tra i paesi che hanno una religione di stato troviamo Iran e Israele, ma anche Regno Unito, Norvegia e Danimarca. La maggior parte degli Stati del mondo – sugli oltre 100 analizzati nel citato rapporto – hanno un atteggiamento neutrale verso la religione, ma questo non toglie che possano esserci delle specifiche o diffuse restrizioni.
Nel mese di ottobre, il Presidente Trump, su iniziativa personale, ha annunciato la designazione della Nigeria come Paese di particolare preoccupazione (Country of Particular Concern, CPC)³. Una definizione che nel Rapporto sulla libertà religiosa riguarda Burma, Cina, Cuba, Eritrea, Iran, Nicaragua, Nigeria, North Korea, Pakistan, Russia, Saudi Arabia, Tajikistan, e Turkmenistan.
Questo atto a prima vista può essere letto favorevolmente in direzione antidiscriminatoria perché comporta restrizioni sulla concessione del Visto d’ingresso negli USA ai cittadini nigeriani segnalati per pratiche antireligiose. Nello stesso rapporto citato si legge che tale designazione non arriva da un lavoro dei ricercatori, ma da un personale atto del Presidente Trump, peraltro non suffragato dalla necessaria conferma del Congresso.
Siamo di fronte ad un cambio di paradigma che dagli Stati Uniti rischia di diffondersi in tutti i Paesi dove partiti e regimi autocratici e dittatoriali hanno o sono sul punto di prendere il potere: il principio del cuius regio ritorna assieme al concetto che il Paese appartiene al Sovrano e non al suo popolo.
Lungi da essere un atteggiamento che protegge e garantisce i diritti delle confessioni religiose, l’atteggiamento stigmatizzato dal presidente Trump si inquadra nel generale disegno che vede “buona” ogni cosa che è “buona” per lui stesso.
Ricordiamo quanto accaduto alla tradizionale cerimonia interreligiosa post-Inauguration Day quando la vescova episcopale Marianne Budde ha chiesto dal pulpito a Trump di avere “misericordia” per i gay e gli immigrati clandestini, presi di mira dal presidente degli Stati Uniti nei suoi primi ordini esecutivi. Immediatamente dopo Donald Trump ha accusato la vescova di aver usato un tono sgradevole. “Questo pseudo-vescovo che ha parlato al National Prayer Service martedì mattina, era una radicale di sinistra che odia Trump con accanimento” ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. “È stata sgradevole nel suo tono e non è stata né convincente né intelligente”, ha aggiunto. “Lei e la sua chiesa devono delle scuse al pubblico!”
Per Donald Trump, non sono i cristiani a dover essere tutelati, ma solo quei particolari pastori e fedeli che pregano per lui e sostengono e benedicono le sue personali scelte, financo scatenare una guerra e sacrificare soldati americani e civili innocenti per i suoi affari.
In Italia siamo sicuri di essere sufficientemente tutelati dai principi espressi dalla Carta costituzionale, in particolare dall’art. 19?4
Dal 1984, con la riforma del Concordato, la religione Cattolica non è più la religione dello Stato. Contemporaneamente a questa riforma iniziò l’attuazione concreta dell’articolo 8 che prevede la stipula di Intese tra Confessioni religiose e Stato.
Nella pratica amministrativa e nell’attività politica però, al principio della “religione di Stato” si sta affermando quello delle “religioni con le Intese”. Disattendendo ai principi di libertà religiosa espressi dall’articolo 19 della Costituzione, numerose legislazioni regionali e regolamenti locali, limitano alcune prerogative alle sole Confessioni religiose che hanno stipulato una Intesa con lo Stato. E poiché le Intese sono un atto politico, nelle mani di Governo e maggioranza parlamentare, si prospetta un aggiramento del principio generale attraverso norme amministrative, edilizie o di polizia.
Al Senato è in attesa di essere discussa una proposta di legge che vede primo firmatario Tommaso Foti (FdI) e già passata alla Camera che va nella direzione di limitare i diritti di chi una Intesa non è riuscita a stipularla o non la vuole. L’obiettivo è stringere le maglie urbanistiche per l’uso delle sedi da parte di Associazioni di Promozione Sociale (APS) che svolgono attività di culto e che utilizzano tale forma giuridica in assenza di una Intesa.
Le Confessioni con Intesa, ormai 14, saranno in grado di adoperarsi per l’allargamento dei diritti, come hanno fatto quelle riunite nella Federazione delle Chiese Evangeliche, o si chiuderanno a riccio a proteggere i propri privilegi dimenticando la propria storia?
1 https://www.uaar.it/laicita/in-europa/
2 https://www.pewresearch.org/religion/2017/10/03/many-countries-favor-specific-religions-officially-or-unofficially/
3 United States Commission on International Religious Freedom 2026 Annual Report
4 Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume