tecno ottimismo

Benvenuti nell’era del Tecno-ottimismo

Di Alfredo Mela [Già professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio presso il Dipartimento interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio di Politecnico di Torino e Università di Torino.]  Contributo originale Laicamente

Il manifesto del Tecno-ottimismo

Uno dei mantra del postmodernismo, largamente influente nell’occidente a partire degli anni ’80, ripete in varie formulazioni l’idea della fine delle grandi narrazioni, ovvero delle grandi visioni ottocentesche, che prospettano un percorso storico dell’umanità fondato filosoficamente. Come è noto, l’idea è stata proposta nel 1979 da Lyotard, nel suo libro “La condizione postmoderna”: essa è stata per lo più interpretata come l’annuncio di una irresistibile tendenza ad una sorta di nuova desacralizzazione, che non riguarda solo le religioni, ma anche tutte le ideologie che pretendono di indicare una via più o meno obbligata delle civiltà umane.

Comunque si voglia valutare questo annuncio con riferimento ai decenni passati (in realtà non sarebbe difficile mostrare come lo stesso postmodernismo abbia talora assunto i caratteri di una grande narrazione), è facile osservare che esso pare largamente smentito dal clima politico culturale di questi anni ’20. Una tendenza contraria è ormai evidente non solo fuori dell’occidente – nel fondamentalismo religioso risorgente non solo nel mondo islamico e nel panslavismo degli ideologi putiniani – ma anche nel cuore degli Stati Uniti, con echi evidenti in Europa. Una manifestazione non secondaria di questa tendenza è esemplificata dal pensiero che sta sorreggendo la seconda presidenza Trump, nella quale più che figure alla Steve Bannon stanno emergendo i magnati delle mega-imprese dell’high tech e della finanza. In questi giorni di inizio della “nuova era”  trumpiana si è parlato soprattutto di Elon Musk e delle sue esternazioni filofasciste; tuttavia, ha ricevuto nuovo interesse, per quanto più limitato, anche un testo del 2023, il “The Techno-Optimist Manifesto” di un’altra di queste figure, Marc Andreessen, imprenditore e informatico.

Questo documento presenta esplicitamente una visione di ampio spettro e rilancia – ma in una forma profondamente mutata – proprio una di quelle “grandi narrazioni” di cui parlava Lyotard, vale a dire il positivismo scientista, capace di aprire la via ad un futuro di progresso illimitato per l’umanità. Tuttavia, il Manifesto si distacca immediatamente dalle versioni otto e novecentesche del positivismo per il genere letterario adottato: qui non prevale l’argomentazione razionalista dello scienziato contro la fede ingenua del popolo, ma il testo ha un’intonazione para-religiosa, esprimendosi in affermazioni semplici e nette, dal sapore quasi catechistico. Di un’esposizione semplificata di una fede religiosa ci sono molte componenti: gran parte delle affermazioni è preceduta da un “noi crediamo in” (o che); da un lato sono presentate delle “menzogne” e dall’altro delle “verità”; i contenuti della credenza, che hanno come centro quella nella assoluta positività della macchina tecnologico-capitalista, abbracciano non solo il campo del sapere e della politica, ma anche quello dei valori etici e del senso della vita. Non manca neppure un elenco finale di “Santi Patroni” del tecno-ottimismo, che comprende personaggi altamente eterogenei tra i quali compaiono, tra i tanti, Friedrich von Hayek assieme a Friedrich Nietzsche, David Ricardo assieme a Tommaso Marinetti, Milton Friedman assieme a Bertrand Russell. Quella di “Santi” non pare affatto una designazione ironica, ma una consapevole volontà di accentuare il carattere fideistico del testo, pur rifacendosi (anche) ad alcuni pensatori di stampo razionalista. Semmai sembrerebbe riallacciarsi a proposte ottocentesche di una nuova religione laica come quella di Auguste Comte ma senza proporsi come sostituto del cristianesimo.

Passando ad esaminare i contenuti, si può dire che gran parte di essi non contengono nulla di nuovo rispetto ai principi del neoliberismo: al centro c’è l’idea che le società sono destinate ad espandersi illimitatamente, perché i desideri umani sono infiniti, le risorse tecnologiche possono risolvere qualsiasi problema e il rischio mortale per l’umanità è solo quello della stagnazione. Dunque, “I tecno-ottimisti credono che le società, come gli squali, crescano o muoiano”. (Perché proprio gli squali? Probabilmente si intende evocare l’idea che il pesce grosso mangia sempre quello piccolo e che l’aggressività è la via della salvezza).

I mercati debbono essere liberi da ogni forma di regolazione e sono in grado di autoregolarsi non in ragione di qualche principio etico superiore, ma in base agli interessi privati dei singoli individui. Questa è la sola forza propulsiva delle società e l’unico tipo di legame sociale è quello basato sul denaro: del resto “David Friedman sottolinea che le persone fanno cose per gli altri solo per tre motivi: amore, denaro o forza. L’amore non è misurabile, quindi l’economia può funzionare solo con il denaro o con la forza. L’esperimento della forza è stato condotto e si è rivelato insufficiente. Rimaniamo sul denaro.”. Al di là dell’immagine della società-squalo, riecheggia qui la visione thatcheriana sull’inesistenza della società: ci sono solo individui dotati di una vita privata e ciò che li tiene uniti in forma pubblica sono unicamente le “leggi naturali” dell’economia capitalistica.

Certo, si può osservare che Thatcher si collocava in una fase in cui il neoliberismo si presentava come una novità dirompente nel momento del declino del modello fordista e del Welfare State (anche se, in realtà il neoliberismo caldeggiato dai Chicago Boys aveva già trovato applicazione da qualche anno nel Cile di Pinochet), mentre ora le promesse di abbondanza e di benessere per tutti che il liberismo annunciava sono smentite dai fatti lungo una fase storica di quattro decenni. D’altra parte, nel corso di questo periodo, l’apologetica del neoliberismo aveva spostato l’accento dalla retorica della liberazione degli spiriti animali latenti in ciascun individuo a quella dell’assenza di alternative. E’ stata dunque un’altra concezione thatcheriana a dominare la narrazione, specie negli anni successivi alla crisi iniziata nel 2007, giustificando tagli alla spesa pubblica e politiche di austerità: “There is no alternative” (TINA).

Ora il Manifesto, per molti aspetti, rilancia l’idea originaria, ma lo fa senza necessità di contro- argomentazioni rispetto ai critici del neoliberismo, né tanto meno evidenze empiriche: per questo è fondamentale il richiamo alla fede nel tecno-ottimismo, unita all’anatema scagliato sul nemico. E questa fede non ha bisogno di argomentazioni, ma semmai di richiami etici ed estetici. La macchina del tecno-capitalismo – ora rafforzata dalle prospettive aperte dall’Intelligenza Artificiale, cui è dedicata una parte del testo – è non solo efficace, ma è anche buona e bella. “Crediamo nel romanticismo della tecnologia, dell’industria. L’eros del treno, dell’automobile, della luce elettrica, del grattacielo. E del microchip, della rete neurale, del razzo, dell’atomo scisso.”   Se di nuova religione si tratta, non è quella ottocentesca della Dea Ragione; piuttosto è la prospettiva di un oltrepassamento dell’umano tramite la tecnologia. Perciò non manca il richiamo a Nietzsche e al suo Übermensch: solo che qui manca tutta la visione critica del filosofo tedesco e l’oltreuomo è una creatura tecnologica: non a caso nell’inglese del Manifesto viene tradotto qui come Superman (e non Overman, ovvero il termine scelto da molti traduttori perché più fedele al termine tedesco e anche per evitare confusioni con il supereroe).

Nietzsche ritorna anche nella parte del testo, dedicata ai nemici dell’ottimismo, questa volta con la figura dell’Ultimo Uomo, la cui suprema aspirazione è il conforto. Ma chi è, dunque, il grande nemico? Si potrebbe pensare al comunismo, che è in effetti evocato e stigmatizzato, ma non per indicare nel modello cinese l’antagonista supremo. In fondo – viene da osservare – la Cina è un paese in cui il neoliberismo si inquadra in un sistema politico autoritario ed illiberale. Ma non è l’autoritarismo il bersaglio del Manifesto: la democrazia è pressoché assente dal quadro delle preoccupazioni dell’ottimista tecnologico. Del resto, si può osservare che anche la Cina crede nella potenza della macchina tecno-capitalistica. I veri nemici sono quelli che cercano di porre limiti a quella macchina in vista della difesa del bene comune e soprattutto dell’ambiente. Sono gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, il principio di precauzione, l’etica tecnologica, i limiti dello sviluppo, il management dei rischi. Sono i principi che, sia pure in modo insufficiente, negli ultimi 30 anni hanno cercato di favorire uno sviluppo non (troppo) distruttivo dell’ambiente. Da questo punto di vista, il Manifesto è una dichiarazione di ostilità non soltanto ad ogni forma di ambientalismo, ma ad ogni tentativo di mitigazione dei rischi che derivano agli esseri umani dal modello di sviluppo attuale e futuro. Del resto, “Non siamo primitivi che si rannicchiano per paura del fulmine. Siamo il predatore supremo; il fulmine lavora per noi.”. Non c’è nessun equilibrio da cercare: l’uomo è destinato a dominare sulla terra e poi a diffondersi nell’universo (grazie ai razzi di Elon Musk).

Dove sta, dunque, il nemico, l’Ultimo Uomo? Viene da pensare: non nelle nazioni illiberali concorrenti dell’America che Trump promettere di rendere nuovamente grande, ma nell’Europa, nelle agenzie delle Nazioni Unite, negli accordi internazionali sul clima, in chi non crede a sufficienza nei valori della competitività, dell’aggressività, della bravery e pone in primo piano rischi inconsistenti, per limitare la sperimentazione tecnologica. Quelle entità che, secondo gli estensori del Manifesto, hanno gettato un clima di depressione che ora è necessario dissipare con la forza di una fede incondizionata nella nuova era. Un’era i cui contorni ora appaiono più chiari rispetto al 2023: essa è promossa dall’alleanza organica tra il potere politico di Trump, l’oligarchia capitalistica e la finanza internazionale, cementate da un pensiero para-religioso capace di risvegliare gli entusiasmi di una parte dell’Occidente, di cui fanno parte attiva movimenti apertamente illiberali e neonazisti.

Per queste ragioni il Manifesto del Tecno-Ottimismo va preso sul serio e valutato nelle sue potenzialità di strumento ideologico per una grande Destra occidentale. Di una destra che non guarda tanto al passato, preoccupandosi per la conservazione dei valori occidentali e nemmeno direttamente ispirandosi ai fascismi novecenteschi (quanto meno nel loro carattere centralizzatore dell’economia: non ha forse detto la leader dell’AFD che Hitler era un comunista perché voleva nazionalizzare l’apparato produttivo?), quanto in grado di promuovere regimi autoritari, proprio grazie a quella grande alleanza tra nazionalismo e macchina tecno-capitalista. Tutto ciò in una prospettiva che non lascia spazio alla separazione dei poteri e nemmeno, in fondo, al pluralismo del pensiero, dato che l’ottimismo è presentato tout court come la conseguenza il riconoscimento della Verità.

In Italia il documento ha avuto sin qui pochi commenti, per lo più concentrati sulla questione dell’Intelligenza Artificiale e meno sulla sua valenza di manifesto ideologico volto non tanto a parlare di tecnologia, quanto a proporre una risacralizzazione del capitalismo tecno-finanziario. Non sono mancate, comunque, presentazioni entusiastiche del testo, visto come modello da seguire per il rinnovamento del pensiero liberale

(https://www.huffingtonpost.it/blog/2023/10/24/news/perche_il_manifesto_del_tecno-ottimismo_dovrebbe_essere_adottato_dai_partiti_liberali_in_italia_e_in_europa-13916503/).

Probabilmente non tutti coloro che si professano liberali – almeno nel senso classico del termine – condividerebbero questa idea; ad ogni modo, il Manifesto rappresenta una indubbia sfida alle forze politiche e sociali che si oppongono alle sue indicazioni e al modo con cui sono espresse. Il documento, infatti, nei suoi contenuti e nella forma è scritto in primo luogo per destare entusiasmi e condivisione presso diversi gruppi sociali, per affermare in modo semplice e conciso una concezione consonante con il nuovo corso trumpiano. E’ una sorta di libretto rosso, in base al cromatismo del partito repubblicano americano, da agitare contro i detrattori.

Non è certo il caso di proporre la stessa via a chi si oppone al dominio della macchina tecno-capitalista e alla distruzione dell’ambiente. Tuttavia, è necessario che, da parte di questi, si manifesti la volontà e la capacità di affermare le proprie concezioni in modo semplice ed esplicito, non attraverso un fideismo uguale e contrario, ma in forma non solo comprensibile, ma anche in grado di evocare un futuro desiderabile. Questo hanno provato a farlo alcuni movimenti giovanili, ma le forze politiche progressiste si sono spesso espresse in modo ambivalente e complicato sui temi affrontati dal Manifesto, spesso con forti concessioni alla convinzione che non esistano reali alternative al modello socioeconomico dominante, ma solo qualche correzione utile ad evitare il peggio. Ed anche quelle che sono state effettivamente tentate oggi corrono il pericolo di essere vanificate. Trincerarsi dietro l’indubbia complessità dei problemi non è sufficiente: occorre spiegare che la comprensione della complessità non è un freno all’azione e al pensiero, ma serve a raggiungere degli obiettivi di giustizia sociale, partecipazione e riequilibrio tra società e natura. Secondo il Manifesto queste sono prospettive deprimenti: a noi spetta di dimostrare l’esatto contrario.

manifesto al link   https://a16z.com/the-techno-optimist-manifesto/