Mercato

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Tratto da Non Mollare, articolo di Valerio Pocar

 

Lo scorso ottobre la Commissione dell’Ue era chiamata a presentare il suo programma di lavoro fino alla fine del mandato nel giugno 2024. Si attendeva, tra le altre, una decisione in merito a certe richieste alle quali si era impegnata a dare risposta, sollecitata, secondo le regole comunitarie, da un numero cospicuo di cittadini europei, qualcosa come un milione e quattrocentomila firme certificate.

Le richieste vertevano in tema di benessere degli animali di allevamento e in particolare si chiedeva: l’abolizione dell’allevamento in gabbie; il divieto di abbattimento dei pulcini maschi; il divieto di esportazione di animali vivi verso Paesi terzi e il divieto di trasporti di lunga distanza all’interno della stessa Ue; la fine dell’allevamento di polli broiler, geneticamente predisposti a sofferenze fisiche; il divieto di alimentazione forzata di anatre e oche per la produzione del foie gras.

Si è poi appreso che la Commissione, a parte l’impegno a intervenire sul regolamento che concerne il trasporto di animali vivi entro la fine di quest’anno (chissà? come?), non ha incluso, nel suo programma di lavoro per il breve futuro, le decisioni in merito alle altre istanze, a dispetto delle pressioni di innumerevoli associazioni animaliste e in spregio delle opinioni prevalenti all’interno dell’Unione. Infatti, come informa l’Eurobarometro, l’84 per cento dei cittadini europei (l’88 per cento in Italia) si dichiara a favore di una maggiore tutela del benessere animale e il 94 per cento ritiene che gli animali abbiano bisogno di vivere in un ambiente adatto alle loro esigenze fondamentali. In particolare, l’89 per cento (91 per cento in Italia) ritiene che si debba porre fine a ogni forma di mutilazione.

Osserviamo, anzitutto, che le richieste disattese hanno un carattere del tutto minimalistico. S’intende che il movimento animalista e le associazioni che lo costituiscono auspicano che gli allevamenti vengano semplicemente aboliti e che il consumo di prodotti di origine animale venga a ridursi a nulla, ma gli animalisti sanno anche che richieste siffatte sfiderebbero interessi economici immensi e non possono essere rivolte con speranza di accoglimento a un organismo sovranazionale che ancora non riesce a svincolarsi dalla sua origine economico/commerciale, restando quindi inadatta a porsi in contrasto, e certo non incline a farlo, con la forza economica dei produttori. Occorre tener conto, a questo proposito, che il mercato di prodotti di origine animale costituisce probabilmente il più vasto del mondo per fatturato, verosimilmente ben superiore a quello delle armi o della droga, un mercato, però, difficile da percepire e soprattutto da stimare nelle sue dimensioni per via della frammentazione dei produttori stessi. Tuttavia, il fatto che miliardi di animali (le stime parlano di oltre sessanta miliardi) oltre a un imprecisato numero di pesci (valutato in milioni di tonnellate) vengono uccisi ogni anno per alimentare quel mercato lascia arguire qualcosa in merito alle sue dimensioni. In questo mercato la Ue fa la sua parte.

Si può osservare, poi, che le richieste del movimento animalista non solo corrispondono alle opinioni diffuse tra i cittadini dell’Unione e non solo appaiono minimali, ma che il loro soddisfacimento dilaterebbe in misura tutto sommato contenuta i costi di produzione – espressione a dir poco sgradevole, trattandosi di esseri viventi – ma di questo aspetto soprattutto, evidentemente, si preoccupa l’Ue (1).

A questo punto, ci sia consentita un’osservazione di morale spicciola: i comportamenti crudeli e il disprezzo per le sofferenze altrui – abominevoli per sé stessi – appaiono anche stupidi quando non recano vantaggi adeguati a coloro che li praticano.

Non proteggendo il benessere degli animali la Ue, tra l’altro, tradisce sé stessa, giacché sono le sue stesse regole fondamentali a imporre la tutela degli animali. Le norme comunitarie, infatti, nell’art. 13 del Trattato sul funzionamento della Ue, ammoniscono, riprendendo un orientamento ormai pluridecennale, che «nella formulazione e nell’attuazione delle politiche dell’Unione nei settori dell’agricoltura, della pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e dello sviluppo tecnologico e dello spazio, l’Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti (csvo nostro) …».

Ma v’è di più. (2) Se la Ue non si cura di tutelare gli animali, si preoccupi almeno di evitare certi danni ecologici che si ripercuotono sulla tutela della salute dei suoi cittadini, come prescrive l’art. 168 del Trattato sopracitato. Ormai tutti sanno che gli allevamenti intensivi sono una causa tutt’altro che secondaria del riscaldamento del pianeta e ormai tutti sanno (non lo dicono fanatici animalisti vegani, ma l’Oms) che il consumo di carne, specie di carne rossa, è una fonte di danno per l’organismo umano. Lisciare il pelo ai produttori di alimenti di origine animale, quindi, rappresenta forse una scelta utile all’economia, ma certamente scellerata per i cittadini consumatori.

NOTE: 1. Del resto, che si pretende? A fronte della levata di scudi degli animalisti, l’Oipa International prima di tutti, contro l’iniziativa, inserita addirittura nel programma Erasmus, svoltasi in Finlandia di uno scambio internazionale di giovani studenti cacciatori, nel quale si sono svolte battute di caccia a diversi animali, nonché visite a industrie e negozi di armi, al poligono di tiro, a lezioni di cucina sulla preparazione della selvaggina – tutte attività delle quali la natura formativa ed educativa è evidente (!) – la Commissione Ue ha risposto dichiarandosi favorevole a iniziative di caccia sostenibile, giustificandole come utili a promuovere il dialogo interculturale (sic!) e l’apprendimento del sentimento di appartenenza, la riduzione di pregiudizi e stereotipi e la partecipazione attiva dei ragazzi nella società, insomma come iniziative che risponderebbe perfettamente agli scopi ai quali il progetto Erasmus è indirizzato. Senza commenti. Per la Ue, evidentemente, la lobby delle doppiette conta di più dell’educazione civile dei ragazzi. 2. Del resto, la questione non ci è affatto estranea. Non solo l’art. 9 della nostra Costituzione, modificato dalla legge costituzionale del febbraio 2022, parla esplicitamente (e finalmente!) di “tutela degli animali” oltre che di tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, ma l’art. 41, modificato con la medesima legge costituzionale, nel ribadire che l’iniziativa economica privata è libera, stabilisce che essa non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente. Princìpi ovvii, anche se ci sono voluti tre quarti di secolo per esplicitarli. Queste regole saranno applicate con un minimo rigore o dovremo anche da noi assistere al prevalere degli interessi dei produttori, costi quel che costi?

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