L’illusione della laicità e il relitto della bestemmia. La religione di Stato c’è ancora.

di Alessandro Giacomini

​Di fronte all’ennesimo caso di cronaca in cui un cittadino italiano viene sanzionato dalle forze dell’ordine per aver pronunciato un’espressione blasfema in pubblico, la reazione di pancia tende a soffermarsi sul folklore o sull’opportunità del “buon costume”. 

Ma se si scava sotto la superficie di un verbale di polizia, ciò che emerge non è un tema di semplice educazione è il sintomo di una falla sistemica nell’architettura della laicità dello Stato italiano.

​La domanda che occorre porsi è schietta e priva di ipocrisie, se l’Italia si definisce uno Stato laico, con una laicità elevata dalla Corte costituzionale a «principio supremo dell’ordinamento» (sentenza 203/1989) e se dal 1984 non esiste più una religione ufficiale di Stato, per quale ragione l’ingiuria verbale rivolta al Dio della tradizione cattolico – cristiana attiva immediatamente l’apparato sanzionatorio penale e amministrativo?

​Se proviamo a fare un esperimento mentale e semantico, il corto circuito appare in tutta la sua evidenza, cosa accadrebbe se un cittadino pronunciasse in luogo pubblico un’invettiva contro Yahweh, contro Allah, o se inveisse contro le divinità del pantheon hindu come Shiva o Vishnu? 

Con ogni probabilità, i funzionari preposti alla sanzione non avrebbero nulla da contestare o rimarrebbero interdetti.

​Sul piano puramente formale, la giurisprudenza ha tentato negli anni Novanta un’operazione di restyling, ad esempio, la Corte costituzionale (con la sentenza 440/1995) ha cancellato dall’articolo 724 del Codice Penale il riferimento punitivo alla «religione dello Stato», riducendo la bestemmia a illecito amministrativo e teoricamente estendendo la tutela alla “Divinità” in senso generale. 

Ma si tratta di una pezza giuridica che non regge alla prova della realtà.

​In primo luogo, perché, nella prassi quotidiana e nella percezione delle forze dell’ordine, la sanzione scatta quasi esclusivamente per l’offesa al Dio cristiano cattolico e per inerzia culturale, perfino verso la Madonna o i santi, che pur non essendo divinità per il diritto formale, nei verbali reali vengono conteggiati al pari di un dogma violato. 

In secondo luogo, perché l’impianto stesso della norma tradisce una visione rigidamente monoteista, la tutela dello Stato si arresta di fronte a concezioni filosofiche non teiste, a religioni politeiste o alla sensibilità di chi non crede.

​Se lo Stato sanziona l’offesa al sacro, sta stabilendo per decreto legge cosa sia “sacro” e cosa meriti protezione, ma uno Stato autenticamente laico non può e non deve farsi tutore teologico di alcun sentimento religioso.

​Da questo assetto deriva una palese discriminazione a due livelli,

​tra religioni: si privilegia di fatto il sentimento della maggioranza cattolica, mascherandolo da rispetto generale della divinità.

​Tra credenti e non credenti: viene accordata una corsia preferenziale di tutela al cittadino credente, la cui sensibilità viene protetta con l’uso della forza pubblica e della sanzione pecuniaria, mentre la sensibilità del non credente o dell’ateo, quotidianamente esposta alla pressione dogmatica nella sfera pubblica, non gode di alcun strumento analogo.

​Se una bestemmia offende il sentimento del credente, non è forse vero che l’imposizione di norme di matrice confessionale nella legge civile offende l’etica e la coscienza del non credente? 

Perché la prima deve essere sanzionata dallo Stato e la seconda viene considerata una dote naturale della “tradizione”?

​L’articolo 724 c.p. non è un elemento neutro, è un relitto del Codice Rocco del 1930, nato in pieno regime fascista per blindare l’alleanza tra il trono o il moschetto e l’altare all’indomani dei Patti Lateranensi. 

Pretendere di conservarlo oggi, trasformandolo in una sorta di tutore del “buon gusto”, è una finzione che serve solo a mantenere in vita un privilegio confessionale dissimulato.

​La risposta a chi sostiene che la sanzione serva a tutelare la convivenza civile non può che essere netta, la convivenza in una società aperta si tutela garantendo la libertà di espressione e di critica, anche quando aspra o sgradita, non reintroducendo il reato di lesa maestà verso il cielo.

Se la persistenza dell’articolo 724 rivela una laicità mai del tutto compiuta, il panorama politico attuale rischia di far compiere un ulteriore passo indietro al Paese. Lontano dal voler superare questo retaggio illiberale, diverse forze politiche di maggioranza e formazioni reazionarie di nuova nascita soffiano sul fuoco della reazione etica.

​Un esempio lampante è rappresentato dal programma politico di Futuro Nazionale, il movimento fondato dal generale Roberto Vannacci, che ha inserito esplicitamente tra le sue battaglie il rigido ripristino dell’applicazione dell’articolo 724 c.p., ventilando l’innalzamento delle sanzioni pecuniarie fino al limite massimo e promuovendo una sorta di “tolleranza zero” contro la blasfemia, assurta a simbolo di presunta “degradazione morale” della nazione. 

La bestemmia viene così strumentalizzata come clava identitaria, non si punisce la condotta per tutelare una convivenza armonica, ma per affermare una supremazia etica e confessionale, trasformando la divinità cattolica nel perimetro dogmatico della cittadinanza stessa.  

​In questo clima di rivendicazione neo – confessionale, la sanatoria morale dello Stato diventa la scorciatoia per compiacere l’elettorato più conservatore, riducendo l’autorità pubblica a gendarme della fede e cassa di risonanza di un patriottismo fondato sulla religione dei padri.

La vera laicità non si raggiunge estendendo la sanzione a tutte le divinità del pianeta, né tantomeno assecondando le pulsioni punitive di chi vorrebbe fare cassa o propaganda elettorale sulla morale pubblica. 

Si raggiunge prendendo atto che la bestemmia appartiene alla sfera della morale privata, del costume sociale e del linguaggio individualmente scelto, non alla sfera del diritto punitivo dello Stato.

Dopotutto, viene da chiedersi se una divinità onnipotente e creatrice del cosmo abbia davvero bisogno del rinforzo di un verbale dei Vigili Urbani per difendere il proprio onore, o se la burocrazia sanzionatoria nostrana non finisca per ridicolizzare lo stesso sacro che pretende di tutelare, trasformando l’Assoluto in un bene demaniale protetto da marca da bollo.

​Finché esisterà una norma che multa un cittadino per aver inviato un’ingiuria a una divinità e finché ci saranno forze politiche pronte ad appesantirne le pene l’Italia non potrà dirsi compiutamente laica. 

La religione di Stato, cacciata dalla porta della Costituzione, continua a rientrare dalla finestra della prassi amministrativa e della propaganda reazionaria. 

È tempo che la cultura laica e libertaria pretenda con forza l’abrogazione totale dell’articolo 724, restituendo il sacro alla libera coscienza dei credenti e la legge dello Stato alla pari dignità di tutti i cittadini, senza distinzione di fede o di non fede.