24 Lug Intervista impossibile a Vittorio Alfieri
di Davide Babboni e Tito Pasini
Una conversazione immaginaria con l’autore di Della tirannide.
Signor Alfieri, può dirci brevemente chi è stato?
Nacqui ad Asti nel 1749, in una famiglia nobile. Fui educato a Torino, ma non amai mai né la disciplina né l’obbedienza. Viaggiai molto in Europa e quasi ovunque vidi uomini piegati dalla paura. Fu allora che compresi che la tirannide non è soltanto il potere di uno, ma anche l’abitudine dei molti a sopportarlo. Più tardi decisi di dedicarmi alla letteratura e di conquistare, con studio severo, quella lingua italiana che non avevo appreso pienamente da giovane.
Nei suoi trattati politici, soprattutto in Della tirannide, il tema centrale è la libertà. Come definirebbe oggi la tirannide?
La tirannide non consiste soltanto nella violenza del governante. Si fonda sulla paura, sull’interesse, sull’adulazione e sull’abitudine all’obbedienza. Un potere assoluto non corrompe soltanto chi lo esercita, ma anche chi vi si adatta. Per questo, nei miei scritti, ho insistito tanto sul rapporto tra tiranno e sudditi.
Lei parla spesso del tirannicidio. È davvero una soluzione?
No, non necessariamente. Questo è un punto che spesso viene frainteso. Io non ho mai creduto che basti eliminare il tiranno per rendere libero un popolo. Nelle tragedie dedicate a Bruto, l’uccisione di Cesare rappresenta il tentativo di salvare la libertà repubblicana. Ma il problema vero è sempre il popolo che viene dopo.
Nel Saul, poi, non vi è alcun tirannicida liberatore. Saul è una figura tragica consumata dal potere, dalla paura e dalla solitudine. La tragedia mostra la distruzione di un uomo, non la liberazione di una comunità.
Un tiranno può essere abbattuto; la servitù può sopravvivere. E spesso i popoli, non sapendo vivere liberi, cercano subito un nuovo padrone.
Nel Della tirannide lei suggerisce alcuni comportamenti possibili per chi vive sotto un regime oppressivo. Quali sono?
Il primo è non adulare mai il potere. Poi vengono l’autonomia economica e mentale, il rifiuto dei favori, la capacità di dire il vero quando sia possibile, il ritiro dalla vita pubblica quando non vi siano alternative onorevoli, e infine, nei casi estremi, il sacrificio personale.
Non tutti possono essere eroi. Ma ciascuno può scegliere fino a che punto collaborare con il servaggio.
Questa posizione non favorisce chi dispone già di mezzi economici?
Certamente. Chi teme di perdere il pane si trova in una condizione diversa da chi rischia soltanto prestigio o comodità. Sarebbe ingiusto ignorarlo. La dipendenza economica favorisce l’obbedienza.
Tuttavia la ricchezza non produce automaticamente uomini liberi. Ho conosciuto molti nobili ricchi e servili. Esiste una differenza fra chi serve per necessità e chi serve per interesse. Il secondo diventa complice.
Lei fu considerato un modello da Ugo Foscolo. Che cosa pensa di lui?
Foscolo mi comprese meglio di molti altri. Nei Sepolcri non celebra soltanto lo scrittore, ma l’idea che la letteratura possa avere una funzione civile. Egli apparteneva a una generazione diversa dalla mia, più disillusa forse, ma condivideva l’avversione alla servitù e al conformismo.
Ci sono altri autori nei quali si riconosce?
Fra i miei contemporanei, certamente Giuseppe Parini, anche se combatteva con l’ironia mentre io preferivo l’invettiva.
Guardando ai secoli successivi, mi sentirei vicino a George Orwell, che comprese il rapporto tra potere e linguaggio; ad Albert Camus, per la sua riflessione sulla rivolta morale; e a Pier Paolo Pasolini, che denunciò nuove forme di conformismo e di dipendenza.
Aggiungerei anche Roberto Saviano. Non tanto per identità di idee o di stile, quanto per la scelta di esporsi personalmente contro sistemi di potere radicati. Chi scrive contro certi poteri finisce spesso per pagare un prezzo personale.
Riesce a vedere nella nostra epoca qualche tiranno che possa somigliare a quelli della sua?
«Voi moderni cercate sempre il tiranno nell’uomo, raramente nel sistema.
Nel mio secolo il tiranno aveva un volto, una corte e un esercito. Oggi esistono ancora governanti che concentrano il potere e limitano il dissenso, ma ciò che mi colpisce di più è altro.
Molte forme di servitù sopravvivono anche dove esistono elezioni e costituzioni. La paura non è soltanto quella del carcere; può essere la paura di perdere il lavoro, la sicurezza o l’approvazione degli altri.
Mi domanderei quindi non tanto chi sia il tiranno, ma dove risieda il potere. In un governo? In una grande impresa? Nei mezzi di comunicazione? Negli algoritmi? Nelle reti economiche?
La vera novità del vostro tempo mi pare questa: il potere è meno visibile e più diffuso.
Ma una cosa non è cambiata. Ogni volta che gli uomini rinunciano alla propria capacità di giudicare in cambio di sicurezza o vantaggio personale, la tirannide trova sempre una strada per rientrare.»
Vorrei chiudere con una domanda più leggera. È vero che si faceva legare a una sedia per studiare?
È una storia vera, ma viene spesso raccontata in modo impreciso. Non mi facevo legare tanto per studiare quanto per impedirmi di cedere alle distrazioni, soprattutto sentimentali. Avevo una natura impetuosa e talvolta eccessiva. Quando decisi di dedicarmi seriamente alla scrittura, cercai di impormi una disciplina altrettanto energica.
Dunque la sua lotta contro la tirannide era anche una lotta contro sé stesso?
In parte sì. Combattevo la tirannide fuori di me perché ne riconoscevo il germe anche dentro di me. Chiunque rifletta seriamente sul potere dovrebbe sapere che il desiderio di dominare non appartiene soltanto ai re e ai governi. Appartiene, in misura diversa, alla natura umana.
Per questo la libertà non è mai una conquista definitiva. È un esercizio continuo, individuale e collettivo. E forse è proprio questa la lezione che ogni epoca deve imparare di nuovo.