27 Feb Assistenza sessuale per le persone con disabilità. Un diritto dimenticato
di Alessandro Giacomini
A oltre undici anni dalla presentazione del disegno di legge 1442 del 2014 (primo firmatario senatore Sergio Lo Giudice) in materia di sessualità assistita per persone con disabilità, la situazione per migliaia di persone con disabilità non è cambiata. Il disegno di legge è lettera morta, e il dibattito, che in Senato non c’è mai stato, è confinato ad associazioni e comitati che continuano la loro battaglia per far valere un diritto fondamentale.
In Italia, il diritto alla sessualità e all’affettività è riconosciuto come uno degli “essenziali modi di espressione della persona umana”, inquadrato tra i diritti inviolabili garantiti dall’articolo 2 della Costituzione (come ribadito anche dalla Corte Costituzionale), tuttavia, per le persone con disabilità, in specifico quelle con ridotta autosufficienza motoria o cognitiva, questo diritto rimane spesso un’aspirazione irrealizzabile.
La narrazione sociale tende a considerare le persone con disabilità come “asessuate”, un pregiudizio, questo, che genera isolamento, frustrazione e, in ultima analisi, una grave limitazione della libertà e del benessere psicofisico.
È qui che entra in gioco il concetto di assistenza sessuale: non un sostituto dei rapporti interpersonali, ma un supporto professionale specializzato per permettere alla persona di esplorare la propria corporeità, l’erotismo e la sessualità in un contesto sicuro ed etico.
L’abbandono del DDL 1442 evidenzia un ritardo culturale e legislativo del nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee.
Paesi come Svizzera, Germania, Danimarca e Olanda hanno da tempo affrontato la questione, riconoscendo l’assistenza sessuale come servizio erogato privatamente (Svizzera), con finanziamenti pubblici (Olanda), o in forma mista, in altri paesi.
Questi modelli internazionali dimostrano che è possibile inquadrare la prestazione in un contesto di professionalità e rigore etico, superando l’equazione semplicistica con la “mercificazione del corpo”.
L’obiettivo primario, infatti, non è il mero atto sessuale, ma l’educazione all’affettività, alla corporeità e il recupero dell’intimità personale.
Affrontare finalmente la questione dell’assistenza sessuale non significa solo istituire una nuova professione; significa riconoscere pienamente la dignità e l’autodeterminazione delle persone con disabilità, abbattendo l’ultimo grande tabù che le imprigiona in una dimensione di eterna minorità affettiva e sessuale.
Sebbene il Ddl non lasciasse spazio a dubbi, l’agenzia di informazione cattolica romana nei giorni seguenti alla proposta di legge sentenziava: “Il perverso disegno di legge “Disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità” è figlio della rivoluzione sessuale che negli ultimi decenni ha minato le fondamenta morali ed etiche della nostra società. Una rivoluzione che a partire dal celebre motto «make love not war» ha ridotto la sessualità a mero piacere, disgiungendola dalla procreazione, e ha reso l’uomo, al pari dell’animale, schiavo dei propri impulsi e istinti sessuali.”
Questo, invece, é il nucleo centrale del Ddl:
“Ogni persona dovrebbe quindi avere la possibilità, indipendentemente dalla propria condizione di disabilità, di compiere scelte informate e responsabili riguardo alla propria salute sessuale e di disporre di opportunità e di mezzi adeguati a compiere tali scelte……“Molte persone in condizione di disabilità non possono autonomamente intrattenere relazioni interpersonali complete sotto il profilo psicoaffettivo, emotivo e sessuale poiché impedite da una condizione di ridotta autosufficienza a livello di mobilità e motilità o a causa di un aspetto fisico lontano dai modelli estetici dominanti e ritenuti attraenti. In certi casi si aggiunge l’impossibilità di pervenire autonomamente a soddisfacenti pratiche di autoerotismo. Nel disabile psichico la difficoltà a vivere la sfera dell’intimità e della sessualità alimenta la perdita di autonomia. Queste situazioni possono produrre uno stato di emarginazione affettiva e relazionale. Si aggiunga a queste difficoltà la persistenza nella nostra cultura del pregiudizio per cui le persone disabili sono percepite come asessuate, prive di una dimensione erotica e senza un desiderio di intimità…….”.
“A questo scopo il presente disegno di legge istituisce la figura dell’assistente per la sana sessualità e il benessere psico-fisico delle persone disabili o assistente sessuale. Tale operatore, a seguito di un percorso di formazione di tipo psicologico, sessuologico e medico, dovrà essere in grado di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale o sessuale e a indirizzare al meglio le proprie energie interne spesso scaricate in modo disfunzionale in sentimenti di rabbia e aggressività…..”.
A tutti i bisogni primari delle persone con disabilità, come individui e come società, ci sforziamo di rispondere, perché si tratta di diritti di cui nessuno metterebbe in dubbio la legittimità, tranne che ad uno, di cui non si vuole neppure parlare.
Le campagne ministeriali di pubblica utilità veicolano ogni tipo di temi sensibili, tranne uno e, sebbene in modo strumentale (per spingere al consumo di merci), il sesso e l’erotismo sono al centro della comunicazione attraverso giornali, televisione, cinema, pubblicità, e non suscitano certe reazioni scandalizzate.
Quanto alle associazioni cattoliche appaiono più sensibili ai pellegrinaggi della speranza che alle vere esigenze dei disabili. Dopotutto la lussuria rimane pur sempre un peccato!
La misura della nostra peculiare arretratezza è data dal fatto che mentre all’estero esistono persone formate e iscritte in elenchi professionali riconosciuti che offrono servizi di assistenza sessuale a uomini e donne con disabilità, nella nostra nazione c’è una palese difficoltà nell’affrontare l’educazione sessuale anche nelle scuole.
Eppure navigando nel web si trovano testimonianze estreme, che denunciano la solitudine e la grande difficoltà in cui versano le famiglie di molte persone con disabilità. Una madre di un giovane uomo di 34 anni, sessualmente deprivato, racconta di avere chiesto all’altro figlio di cercare una professionista, e se anche non sarà come tutte quelle cose che si leggono nei biglietti dei cioccolatini, il suo è pur sempre un atto d’amore nei confronti di suo figlio.
La stessa madre racconta che parlare dell’attività sessuale con le altre mamme di giovani con disabilità genera imbarazzo, e se le persone con disabilità sono percepite come asessuate, prive di una dimensione erotica e senza un desiderio di intimità, rivendicare lo stesso diritto all’orgasmo anche per le donne appare ancora più arduo.
In realtà ci sono donne con disabilità, con diverse esigenze e orientamenti sessuali (etero, lesbiche, bisessuali, asessuali), che chiedono a gran voce la possibilità di accedere a questa forma di supporto.
Il boicottaggio del Disegno di Legge n. 1442 del 2014, e di ogni proposta successiva sull’assistenza sessuale ai disabili, non è un incidente burocratico; è un atto di ostruzionismo morale e l’ombra lunga e del Vaticano e della sua dottrina sessuofobica è la principale responsabile di questo blocco.
La logica clericale si affretta a condannare il ‘sesso assistito’ con l’etichetta infamante di ‘prostituzione’ e così la vita sessuale di migliaia di persone rimane ostaggio di chi, per principio, ha scelto di non averne una.
Per approfondire:
Codice Etico degli operatori dell’ associazione LoveGiver
Assistenza sessuale ai disabili, il processo di corruzione continua
Legislatura 17ª – Disegno di legge n. 1442 | Senato della Repubblica