Le religioni, strumento politico

di Sara Emmanuela Tourn su Riforma

Il teologo Harvey Cox nel 1965 definiva “città secolare” quella in cui stava crescendo la nuova generazione urbana, ormai al riparo dal rischio di un uso strumentale e politico del fatto religioso. Lo stesso autore, dopo circa vent’anni, doveva registrare l’inatteso ritorno della religione nello spazio pubblico. Oggi il fenomeno è macroscopico: il richiamo al sacro è sempre più spesso utilizzato per legittimare identità contrapposte, nazionalismi ed esclusioni e ciò accade in forme violente in molte aree del mondo.
Nel convegno a cui l’articolo si riferisce sono stati richiamati numerosi contesti internazionali: la rivoluzione khomeinista (1979), la guerra nella ex Jugoslavia (anni ’90), i conflitti in medio-oriente e nell’Africa subsahariana.
Particolare attenzione è stata dedicata alla crisi della politica nell’occidente liberal-democratico, incapace di offrire mediazioni e risposte credibili, e al conseguente spazio lasciato alle narrazioni religiose strumentali che negli USA di Trump assumono forme grottesche. Nel dibattito è emersa l’esigenza di distinguere tra fede, regimi religiosi e uso politico dei simboli, riaffermando il valore della laicità dello Stato e della Costituzione.
A questo fine è importante il ruolo del giornalismo: formarsi sul fenomeno religioso, decostruire stereotipi e diffondere conoscenza fondata sui dati, per contrastare semplificazioni e manipolazioni.