L’ebreo, l’ateo e la scuola laica

Traduzione di Silvio Lavalle da laicismo.org

Uno dei grandi contributi di Catherine Kintzler al pensiero laico è la differenza che stabilisce tra tolleranza e laicità. La tolleranza si concretizza, per lei, in tre proposizioni (Kintzler, 2005a, 84):
1) Da nessuno ci si aspetta che abbia una religione piuttosto che nessuna.
2) Da nessuno ci si aspetta che abbia una religione piuttosto che un’altra.
3) Da nessuno, infine, ci si aspetta che non abbia alcuna religione.
Ciò che queste proposizioni significano è che la tolleranza consiste nel non dare per scontato che qualcuno debba avere una religione, o un’altra o nessuna. Tuttavia, per Kintzler, questo non è sufficiente per il laicismo. E non lo è, perché tale tolleranza può essere compatibile con una religione di Stato. Infatti, uno Stato può stabilire una religione ufficiale e, nonostante ciò, consentire a una parte dei suoi cittadini di praticare un’altra religione o nessuna, senza costringerli ad accettare quella dello Stato. Tuttavia, uno Stato di questo tipo violerebbe uno dei principi della laicità, ovvero la rigorosa uguaglianza tra i suoi cittadini, senza privilegi né discriminazioni basate sul credo, o, in altre parole, la rigorosa uguaglianza in relazione alla libertà di coscienza.
A questo proposito, Kintzler sottolinea quello che definisce «il problema dell’ateismo», che è ciò che porta al passaggio dalla tolleranza al laicismo. La tolleranza è concepita per raggiungere la pace tra le comunità, affinché comunità religiose diverse possano convivere senza problemi tra loro. Non a caso, il concetto di tolleranza si afferma nel contesto europeo delle guerre di religione del XVII-XVIII secolo e arriva fino al Nord America nel quadro della divisione interna tra le diverse confessioni protestanti. John Locke sarà uno dei suoi massimi teorici, ma ricordiamo che Locke esclude i papisti (come chiama i cattolici più radicali) e gli atei dalla sua idea di tolleranza. Sarà Pierre Bayle a includere tutte le religioni e l’ateismo nel concetto di tolleranza.

Il modello precedente alla tolleranza era quello della religione di Stato obbligatoria: lo Stato stabiliva una religione e perseguitava le altre, obbligando i sudditi a praticare quella religione (o almeno a fingere di farlo). In alcuni momenti, lo Stato poteva permettere o tollerare che alcune comunità praticassero la propria religione, ma con limitazioni e misure specifiche. In ogni caso, l’importante è che l’appartenenza allo Stato avveniva attraverso una comunità religiosa, sia essa quella ufficiale o una delle altre tollerate. Ciò che mancava era un legame diretto dell’individuo con lo Stato, ma solo attraverso una delle religioni ufficiali o consentite. Sono queste comunità religiose che legano gli individui tra loro e attraverso le quali gli individui si relazionano con lo Stato. In altre parole, lo Stato non riconosce gli individui, ma i membri delle comunità, che tratta, ognuno, non in funzione di se stesso, ma come memboi di una determinata comunità, con i diritti e i doveri propri di quella comunità.
Il problema dell’ateismo sta proprio nel fatto che gli atei non costituiscono una comunità. Non hanno legami positivi tra loro, ma negativi: sono atei perché non sono cattolici, protestanti, musulmani né di alcuna religione. Sono atomi scollegati da qualsiasi comunità e tra loro: formano un gruppo che non è un gruppo perché è il contenitore di ciò che non rientra negli altri gruppi (definiti dalla religiosità di ciascuno). Questo è il motivo per cui l’ateo era visto come potenzialmente sospetto, e aggiungiamo noi, quasi più dell’ebreo. Dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, gli ebrei si disperdono in vari paesi dell’Europa e del Vicino Oriente (e molto più tardi, in America). Tuttavia, nonostante questa dispersione o diaspora, gli ebrei mantennero la loro identità comunitaria, senza perderla per assimilazione con le società ospitanti. Ma proprio per questo motivo, l’ebreo sarebbe sempre stato visto come sospetto, come potenziale traditore, come qualcuno molto più fedele alla sua comunità ebraica che alla società e allo Stato in cui viveva. Questo sospetto si trasformerà in paranoia, dando origine a teorie cospirative come quella dei protocolli dei Savi di Sion, e all’antisemitismo sotto forma di discriminazione, persecuzioni e pogrom, fino a raggiungere l’apice della follia con l’olocausto ebraico durante la seconda guerra mondiale da parte dei nazisti.

Questo antisemitismo sarà parallelo nell’età moderna a quella che è conosciuta come “la questione ebraica”. Uno dei problemi per gli ebrei sarà quello dell’assimilazionismo. Se gli ebrei si integrano nelle società ospitanti, corrono il rischio di assimilarsi a tal punto da perdere le loro caratteristiche distintive e smettere di essere ebrei. Da qui la tendenza comunitarista verso il ghetto: in parte come forma di discriminazione da parte della maggioranza autoctona, ma in parte anche come forma di rifugio ebraico contro l’assimilazione. Nel XIX e XX secolo, il sionismo emergerà come alternativa: la costruzione di uno Stato ebraico dove gli ebrei non abbiano il dilemma tra assimilarsi e perdere la loro identità ebraica, o vivere nel ghetto e mantenerla (e per evitare, tra l’altro, le persecuzioni o i pogrom contro di loro: l’Olocausto accelererà il nazionalismo ebraico in questo senso). Ma, comunque sia, gli ebrei hanno almeno una comunità, e lo Stato può tollerare la comunità ebraica al suo interno a determinate condizioni, ad esempio vietando loro alcuni diritti o la pratica di determinate professioni. Il problema degli atei è che non hanno una comunità.
Lo Stato può controllare gli ebrei controllando la loro comunità, negoziando o imponendo loro determinate condizioni. Ma gli atei non hanno alcun legame con nessun altro, nemmeno con altri atei, poiché, come dicevamo, la loro unità non è positiva ma negativa: sono atei perché non sono religiosi. Per questo motivo, l’ateo è più sospetto e pericoloso persino dell’ebreo, perché non avendo alcuna comunità di riferimento, non ha legami con nessun altro se non con se stesso, quindi appare sempre come potenzialmente perverso, egoista, edonista, disposto a cercare il proprio beneficio senza curarsi di quello degli altri, poiché non si sente legato a loro in alcun modo, non condividendo la loro stessa fede. L’ateo era il libertino, colui su cui nessuna società potrebbe fondarsi perché manca il legame necessario affinché i membri di una società si sentissero parte dello stesso insieme.
Per questo motivo John Locke non estendeva la sua tolleranza agli atei, ritenendo che non fossero persone affidabili, che non tenessero la parola data, poiché non avendo alcun dio, non avevano nemmeno il “timore di Dio”, ovvero non temevano alcuna punizione per aver infranto le norme sociali se nessuno li vedeva, e quindi non erano affidabili. Gli ebrei, i cristiani o i musulmani possono rispettare le norme dello Stato in quanto il dio di ciascuno di loro li sorveglia anche se non c’è nessuno che li guarda, ma l’ateo, che non ha quel timore di Dio, sarà sempre sospettato di essere un traditore, un malvagio, di ingannarci se può e di fare del male, perché non teme alcuna conseguenza né punizione eterna. Il laicismo va oltre la tolleranza, proprio perché risolve il problema dell’ateo. E lo risolve perché pone l’ateo come condizione di possibilità della convivenza e dell’unità della società, cosa impensabile nel quadro precedente, e che è il grande contributo del laicismo, secondo Kintzler.

Il laicismo costruisce l’unità prescindendo dalle comunità e prendendo come elementi non queste ultime ma gli individui, e per di più indipendentemente da tali comunità. L’unità della società e dello Stato laico non si basa su patti, negoziazioni o accordi tra comunità, ma tra individui in quanto tali. Sono questi individui che stabiliscono il quadro delle relazioni per poter essere tali individui e convivere pacificamente come cittadini, cioè i diritti e i doveri fondamentali e comuni tra loro a tal fine. Ed è sulla base di questi diritti che costruiscono la loro convivenza e ciò che li unisce tutti tra loro, al di sopra di qualsiasi altra appartenenza comunitaria che ciascuno possa avere o meno. Al di sopra, o addirittura, nonostante essa. Kintzler usa la paradossale espressione del “legame del distacco”: ciò che unisce i cittadini in una repubblica laica, la base della loro unità, sta proprio nel loro precedente distacco dalla comunità di appartenenza (religiosa, etnica o di altro tipo). Ognuno è cittadino perché è un individuo, non perché appartiene a questa o quella comunità e ne è rappresentato. Ciascuno partecipa alla sfera pubblica in quanto cittadino come se fosse ateo, pensando in termini universali e non in quelli particolari della propria comunità o religione concreta.
Ciò non significa rinunciare alla propria comunità, ma piuttosto collocarla al posto giusto. La comunità appare irrilevante nello spazio pubblico, nello spazio comune: lì ci sono solo individui. Il comunitarismo (e la religione) rimane nello spazio privato, senza intromissioni, interferenze o rilevanza nella sfera pubblica (e viceversa: la sfera pubblica non interferisce nelle questioni private o comunitarie al di là dell’obbligo di rispettare l’ordine pubblico). In questo modo, ognuno può senz’altro essere cattolico, protestante, ebreo, musulmano, buddista o niente di tutto ciò, ma semplice  cittadino, e mantenere allo stesso tempo una repubblica unita e coesa sulla base di diritti comuni che sono i diritti di cittadinanza e i valori ad essi associati: libertà, autonomia, dignità, ecc. Una conseguenza del laicismo così inteso è la rigorosa separazione e neutralità nello Stato laico. La separazione tra la sfera pubblica (di tutti) e quella privata (particolare) implica una rigorosa neutralità nella sfera pubblica, anche nella sua simbologia. Kintzler difende quindi una neutralità così netta da portarla a rifiutare non solo la presenza di simboli religiosi negli edifici pubblici e, in particolare, nelle scuole, ma anche da parte degli insegnanti e persino degli studenti (sotto forma di veli, crocifissi o kippah).
Per Kintzler, la scuola deve essere uno spazio di libertà e di critica dove gli studenti si distaccano momentaneamente dalla loro comunità religiosa (o di altro tipo) di riferimento e, per un momento (mentre sono a scuola), possono analizzare criticamente la propria comunità per poter decidere liberamente su di essa. Senza questo distacco, gli studenti non avrebbero mai l’opportunità di sentirsi “atei”, semplici cittadini senza altro, e di poter giudicare la propria comunità da quella distanza critica che consente loro un giudizio autonomo sulla propria identità.

Bibliografia

Kintzler, Catherine (1992). Los fundamentos de la escuela laica (I fondamenti della scuola laica), in Leviatán: revista de hechos e ideas, n. 48, pp. 45-52
Kintzler, Catherine (2005a). La República en preguntas (La Repubblica in domande). Buenos Aires: Ediciones del Signo
Kintzler, Catherine (2005b). Tolerancia y laicismo (Tolleranza e laicismo). Buenos Aires: Ediciones del Signo.