30 Gen Governare col “premio di minoranza” (se il vostro voto vale la metà dei loro)
di Davide Babboni
Le ipotesi allarmanti di cui abbiamo avuto notizia nelle ultime settimane del 2025 sulla riforma della legge elettorale, che la maggioranza vuole mettere in cantiere entro gennaio (la presidente Meloni lo ha ribadito in conferenza stampa il 9 gennaio scorso), sembrano in questi giorni confermate e addirittura peggiorate. Secondo fonti di stampa l’ipotesi che prevedeva di assegnare alla coalizione che ottiene almeno il 40% dei voti espressi il 15% di premio di maggioranza, che si tradurrebbe nel 55% dei seggi in Parlamento, potrebbe essere ritoccata, consegnando addirittura il 60% dei seggi alla coalizione che raccogliesse il 45% dei voti. In entrambi i casi sarebbe schiacciante la predominanza della coalizione vincitrice. Un sistema premiante, questo, peggiore di quello previsto della “famigerata” Legge Truffa del 1953 (proposta da Scelba).
Appare evidente la dissonanza con l’articolo 48 della Costituzione che prevede che il voto, tra le altre sue caratteristiche, abbia lo stesso peso per tutti i votanti. La proposta delle destre, invece, pur rispettando l’uguaglianza a priori dei voti, non rispetta quella a posteriori, cioè gli effetti del voto quando si traducono in seggi e maggioranze parlamentari, dunque in leggi e ricadute sulla vita dei cittadini. Nella prima ipotesi fatta circolare, quella del 40% dei voti che frutterebbero il 55% dei seggi, la maggioranza parlamentare usufruirebbe di un bonus considerevole rispetto agli altri votanti, (il 60%) i quali, assieme, saranno rappresentati solo dal 45% dei parlamentari.In questo modo il voto espresso per la maggioranza vale 55 diviso 40, uguale 1,375, mentre il voto espresso dal 60% dei votanti vale 45 diviso 60, uguale 0,75. Chi vince lo fa dunque grazie a voti che valgono quasi il doppio (1,8 volte) dei voti di quel 60% di elettori che ha votato per altri candidati. Il meccanismo del voto è dunque ben distante dall’essere equo, cioè dal garantire l’uguaglianza di tutti i votanti e dal rappresentare la volontà di tutti gli elettori. Già Condorcet, alla fine del diciottesimo secolo, ha mostrato, nel suo noto Paradosso, come può accadere, che la maggioranza degli elettori sia contraria ai vincitori delle elezioni. Soluzioni di maggior equilibrio sono state trovate nel nostro tempo col doppio turno in uso in Francia, o col sistema inglese utilizzato per l’elezione del sindaco di Londra. Quest’ultimo prevede la possibilità per l’elettore di esprimere nella stessa scheda una preferenza alternativa alla principale, preferenza che in caso di mancata formazione della maggioranza col voto principale, viene conteggiata e ad esso sommata. Le gravi ricadute del tipo di premialità con cui la maggioranza di governo vorrebbe correggere un sistema elettorale di tipo proporzionale, sono ancora più evidenti se si considera che, in caso di maggioranza qualificata il Parlamento può eleggere il Presidente della Repubblica nei primi tre scrutini, e può addirittura modificare la Costituzione senza ricorrere al Referendum Popolare.
Dal tempo di Montesquieu e de’ Lo spirito delle leggi, l’autorità dello Stato deve basarsi sui tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, con un bilanciamento quanto più possibile paritario. Una legge elettorale che assicuri all’esecutivo una maggioranza parlamentare altissima e priva di riscontro reale nelle scelte di voto operate dai cittadini, romperebbe l’equilibrio dei tre poteri innalzandone nettamente uno, l’esecutivo, sopra gli altri due. A distanza di due secoli e mezzo dal “Contratto sociale” quell’ironia che Rousseau riservava agli inglesi verrebbe a sferzare anche gli italiani: “liberi soltanto una volta ogni cinque anni”.