La nostra solitudine di eretici. L’eresia laica di Piero Gobetti

di Pietro Polito

In occasione del Centenario della morte di Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 2026 – Parigi, 16 febbraio 1926), il Centro studi Piero Gobetti si è fatto promotore di un Comitato nazionale per le Celebrazioni Nazionali della ricorrenza, che resta in carica tre anni, presieduto da Gustavo Zagrebelsky. Ne fanno parte l’Editore Einaudi, l’Archivio di Stato di Torino, l’Accademia delle Scienze di Torino, l’Ordine dei giornalisti del Piemonte e la Maison de l’Italie. Il programma del Centenario è stato presentato il 22 gennaio 2026, presso la Sala Rossa del Comune di Torino. Pubblichiamo un articolo originale sull’eresia di Piero Gobetti, scritto dal direttore del Centro Gobetti, Pietro Polito.

Il pensiero di Piero Gobetti è stato spesso considerato e interpretato come un’eresia. Tanto che, si può far cominciare con Gobetti una piccola storia delle eresie politiche italiane novecentesche1. Mi limito a indicare due autori, diversissimi tra loro, il cattolico Igino Giordani e il protestante Giuseppe Gangale che hanno in comune il fatto di avere pubblicato con Gobetti una loro opera importante, il primo Rivolta cattolica, il secondo Rivoluzione protestante, entrambi usciti nel 1925. Con una ispirazione distante se non opposta tra loro, il cattolico e il protestante convergono con Gobetti nella ricerca di una religiosità laica.
Norberto Bobbio ha individuato nel concetto di eresia la chiave di lettura fondamentale per entrare sia nell’opera sia nella biografia pubblica di Gobetti che coincide perfettamente  con gli anni dal 1919 al 1925 durante i quali si consuma e si esaurisce la vecchia classe dirigente liberale, eliminata o assorbita dal fascismo:

L’esame di coscienza che Gobetti compì in quegli anni rivela la crisi di un’epoca. Da questo esame di coscienza egli traeva la speranza di una nuova età illuministica, fondata sulla vittoria della ragione contro l’istinto, della civiltà contro la barbarie, della serietà contro la retorica. Che poi questa età della ragione sia venuta, non avremmo davvero il coraggio di affermare. Ma proprio per questo non possiamo dimenticare il messaggio gobettiano, dal quale abbiamo appreso quale sia il valore dell’eresia nella storia2.

Si può dire che la ragione del perenne fascino di Gobetti sta nell’affermazione, con la vita e con il pensiero, del valore dell’eresia nella cultura e nella storia del nostro Paese. D’altra parte è lo stesso Gobetti che così presenta ai lettori de “La Rivoluzione Liberale” l’opera sua e del suo gruppo. In una nota intitolata significativamente Le risorse dell’eresia (28 agosto 1923) si legge:

Le responsabilità a cui il fascismo ci ha costretto ci danno un senso di orgoglio. Ma dovete pensare che la nostra sicurezza ha vent’anni. Mai giovinezza fu condannata a più chiusa e severa austerità; mai vi fu un donchisciottismo così disperatamente romantico. Abbiamo dovuto abbandonare la letteratura per diventare paladini e quasi rappresentanti della civiltà e delle tradizioni. Ora il far questione di stile, l’appello alle armonie storiche, la fiducia nella creazione è la legittima difesa di questa nostra solitudine di eretici, è la nostra rivincita di storici contro la cronaca3. 

Sinteticamente può dire che l’“eresia” di Gobetti è una eresia eresia laica, mondana, razionalistica sul piano filosofico, su quello politico e su quello religioso4. Sul piano filosofico l’eresia consiste nella revisione dell’idealismo in una direzione tendenzialmente illuministica. In una cultura dominata dall’egemonia dell’idealismo (Croce, ma anche Gentile), l’eresia filosofica di Gobetti pone, forse senza averne sempre la piena consapevolezza, il problema di una revisione e di un superamento dell’idealismo in un dialogo inedito con il marxismo e attraverso il confronto con le altre filosofie europee e con le discipline scientifiche5.
L’esito della revisione è un illuminismo etico più che filosofico. Infatti Gobetti usa il concetto di illuminismo con una certa ambiguità, talora come una categoria storica, talora come una categoria etica. Nei suoi scritti l’illuminismo viene inteso storicamente come l’antitesi del romanticismo, idealmente come la rivendicazione dell’autonomia della cultura dalla politica. Egli assegna alla cultura una funzione distinta ma non estranea alla politica.
Un  modo di intendere il compito della cultura che egli scorge in alcuni intellettuali radicali settecenteschi (Pietro Giannone, Alberto Radicati, Vittorio Alfieri), da lui assunti come i rappresentanti del “Risorgimento degli eretici” contrapposto a quello dei “professionisti”6 e che definisce in modo esemplare nella polemica con Giuseppe Prezzolini a proposito della società degli apoti: “Noi siamo più elaboratori di idee che condottieri di uomini, più alimentatori della lotta politica che realizzatori: è tuttavia già la nostra cultura, come tale, è azione, è un elemento della vita politica”7.
Sul piano politico l’eresia consiste nella proposta della rivoluzione liberale che è una diretta emanazione del richiamo all’illuminismo. Di fronte al dispiegarsi inarrestabile e inarrestato della nuova tirannide il proposito di Gobetti  e dei gobettiani è quello di “riuscire ad essere i nuovi illuministi di un nuovo ’898:

Le nostre sono antitesi – scrive un mese dopo la marcia su Roma – sono integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un’altra rivoluzione9. 

È un compito strettamente connesso all’idea della rivoluzione liberale. Ma, quale rivoluzione? In una cultura segnata profondamente dalla contrapposizione frontale e mortale tra difensori del vecchio ordine e fautori dell’“ordine nuovo”, l’eresia politica di Gobetti consiste nella indicazione del movimento operaio come il soggetto storico di una rivoluzione destinata non a instaurare la civiltà comunista bensì a rinnovare la civiltà liberale.
A suo parere la rivoluzione italiana avrebbe dovuto essere una rivoluzione operaia e non borghese, ma avrebbe dovuto ispirarsi non all’ideale del socialismo – inteso sin dai primi scritti come sinonimo di statalismo, riformismo, burocratismo – bensì all’ideale del liberalismo. Quando Gobetti scrive che “lo Stato non è se non è lotta”10, fa intendere perfettamente che lo Stato a cui mira la rivoluzione liberale è l’esatto contrario di ogni forma di stato etico, oggi diremmo di ogni forma di autocrazia, incluse quelle mascherate da democrazia.
Sul piano religioso, c’è uno stretto nesso tra l’affermazione del “valore nazionale del movimento operaio” e l’eresia laica di Gobetti.  In un articolo del 1923, intitolato La città futura, commentando il viaggio di Mussolini a Torino, afferma: “Gli operai della Fiat non lo applaudiranno. Essi non attaccheranno battaglia perché in Italia sono degli isolati come i capi comunisti; sono eretici; in un senso assai profondo e doloroso, stranieri11. Per Gobetti, “i quadri dell’eresia e della rivoluzione democratica” sono da “cercare negli operai”12.
Dal punto di vista religioso l’eresia consiste nella contaminazione di un’etica dell’intransigenza con i valori della Riforma. Giova rileggere una delle pagine giustamente più celebri di Gobetti:

Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto di ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più: è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco13.

In una “civiltà” come quella italiana “che si forma alle corti o negli impieghi e che abitua alle astuzie, ai funambolismi della diplomazia e dell’adulazione, al gusto dei piaceri e della rettorica”, l’eresia religiosa di Gobetti sta nel richiamo a Lutero e Calvino, “gli antesignani della morale del lavoro postulata dalle moderne democrazie produttrici”, che, ci ricorda Gobetti, “bandiscono la religione dell’autonomia e del sacrificio, dell’iniziativa e del risparmio”14.

1 L’uso della parola “eresia” (dal greco: airesis = scelta) è particolarmente frequente in autori e correnti del Novecento: G. D’Elia, L’eresia di Pasolini, Effigie, Milano 2005; G. Invitto, Merleau-Ponty politico: l’eresia programmatica, Lacaita, Manduria 1971; P. Polito, L’eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; L. Muraro, Storia di una eresia femminista, La Tartaruga, Milano 1985. 
2 N. Bobbio, Prefazione a C. Pianciola, Piero Gobetti. Biografia per immagini, prefazione di N. Bobbio, appendice di P. Polito, Gribaudo, Cavallermaggiore 2001, p. 9. Vedi: P. Bagnoli, L’eretico Piero Gobetti, La Pietra, Milano 1978; P. Polito, L’eresia di Piero Gobetti, Raineri Vivaldelli, Torino 2018, pp. 11-19; M. Revelli, La risorsa dell’eresia, in P. Polito (a cura di), Per una storia della cultura a Torino e in Italia, Biblion Edizioni, Milano 2026, pp., 241-248.
3 P. Gobetti, Le risorse dell’eresia, “La Rivoluzione Liberale”, a. II, n. 24, 28 agosto 1923, p. 98; ora in P. Gobetti, Scritti politici (1960), a cura di P. Spriano, Einaudi, Torino 1997; SP. p. 518.
4 Francesco Campobello, Religione, potere, laicità: i rapporti politici ed etici tra Stato e Chiesa, in F. Pallante, P. Polito (a cura di), Antifascismo, Resistenza, Costituzione. Piero Gobetti “costituente”, Aras Edizioni, Fano 2020, pp. 117-143.
5 Questo è il motivo ispiratore dell’inchiesta sull’idealismo italiano promossa da Gobetti sul Baretti nel 1925. Vi presero parte Santino Caramella, Giuseppe Prezzolini, Sebastiano Timpanaro (“Il Baretti”, II, n. 15, novembre 1925, p. 61); Angelo Crespi e Rodolfo Mondolfo (Ivi , III, n. 1, gennaio 1926, p. 72).
6 P. Gobetti, Risorgimento senza eroi, in Id., Scritti storici, letterari e filosofici, a cura di P. Spriano, con due note di F. Venturi e V. Strada, Einaudi, Torino 1969, p. 23.
7 P. Gobetti, Per una società degli apoti [1], RL, a. I, n. 28, 28 settembre 1922, p. 104; SP, p. 419.
8 P. Gobetti, La tirannide, RL, a. I, n. 33 (porta erroneamente la data del 23 novembre 1922. Uscì probabilmente il 9), SP, 429. 
9 P. Gobetti, Questioni di tattica, RL, a. I, n. 34, 23 novembre 1922, p. 127; SP, p. 430.
10 Francesco Pallante, “Lo stato non è, se non è lotta”. Piero Gobetti e l’“elogio della proporzionale”, in G. Tarascio (a cura di), La nostra cultura politica. Saggi a cento anni da “La Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, Aras Edizioni, Fano 2024, pp. 127-155.
11 P. Gobetti, La città futura, in “Il lavoro”, Genova, 3 novembre 1923; SP, p. 552
12 P. Gobetti, Il nostro protestantismo, in “La Rivoluzione Liberale”, a. IV, n. 20, 17 maggio 1925, p. 83; prima, con il titolo Le democrazie del lavoro, in “Conscientia”, 22 dicembre 1923; SP, 826.
13 P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, in “La Rivoluzione Liberale”, a. I, n. 34, 23 novembre 1922, p. 130; SP, p. 432-433.
14 P. Gobetti, Il nostro protestantismo, cit.; SP, pp. 825 e 824.