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Myanmar: nemmeno il terremoto ferma la guerra

Di Ermes Segatti, tratto da La voce e il tempo del 6 aprile 2025

Il devastante terremoto che il 28 marzo ha colpito il Myanmar, il più grande in oltre un secolo – doppio sisma di magnitudo 7.7 e 6.4 con epicentro le città di Mandalay e Sagain, quasi tre mila morti (vedi box) – non ha fermato i bombardamenti della giunta militare birmana sui ribelli che combattono contro il regime.

Da qualsiasi punto di vista si osservi la situazione della Birmania (Myanmar) non appare via di uscita dalla guerra civile e ancor meno dalle sue cause.

Eppure cambiamenti, anche profondi, si sono verificati dal colpo di Stato del 2021. Tenerne conto già rappresenta uno spiraglio di pensabile pace. L’esercito birmano, il terribile Tatmadaw, resta ancora lo strumento principe della giunta al potere, proprietaria in senso letterale del Paese. All’inizio del colpo di Stato si credeva che i militari non avrebbero retto alle imponenti manifestazioni di massa in tutto il Paese

dopo il successo elettorale travolgente della democrazia con Aung San Suu Kyi, storico, carismatico leader. Invece la giunta militare ancora regge. Dal suo rigido apparato di potere non giungono segnali di apertura al dialogo con l’opposizione o di dibattito al suo interno, come invece avvenne 15 anni fa, dopo 70 anni di dittatura militare.

I generali tuttavia non hanno più il controllo sull’intero Paese. Esiste infatti una notevole coesione fra le otto principali etnie non birmane, le quali per la prima volta sono riuscite a compattarsi in rivolta strategica contro il regime. In coalizione, pur con alti e bassi, reggono e di fatto già governano una consistente parte del territorio nazionale.

È la prima volta che ciò si verifica, mentre in passato proprio sulle divisioni interne alle etnie minoritarie faceva leva il potere centrale per neutralizzare le loro rivolte.

Non sarà certo facile mantenere salda la coalizione in un futuro di pace, ma meno ancora non si potrà non tenerne conto.

Aung San Suu Kyi, ora non più in carcere ma agli arresti domiciliari, vide dissolversi il suo prestigio (soprattutto in Occidente) in difesa dei diritti umani. Le imputarono di non aver agito in difesa dei Rohingya, minoranza musulmana; anzi di averne negata la repressione. La ‘Lady d’acciaio’ rimane – comunque – nel suo Paese riferimento fondamentale del dissenso. Che ne è del Buddhismo, dei suoi monaci? Chi si ricorda ancora il loro imponente sfilare contro i militari (2007)? Nulla, parrebbe.

Il regime fu brutale, certo. Eppure ne aveva sempre ostentato reverenza. Tuttora la ostenta. Ma quelle rivolte hanno lasciato un segno pericoloso della sua inaffidabilità per il regime. Resta la convinzione che un cambio senza i monaci non ci sarà. Se alcuni di loro hanno di recente assunto posizioni xenofobe e persino fasciste, in relazione a frange analoghe in Sri Lanka, ciò rivela che al loro interno corre un travaglio dagli esiti imprevedibili. I cristiani sono al centro di un diverso fuoco, non tanto e non solo qui, in Myanmar. Si contano certo tra i più attenti difensori dei diritti umani. Il fatto però che si ispirino ad una rete sovranazionale di rapporti li espone all’accusa di essere stranieri o, peggio, ‘internazionalisti’. Quindi, stranieri e potenziali nemici. È la pericolosa e triste musica che si intona oggi in vari continenti. L’Occidente ostile che tanto seguito incontra nell’Asia e non solo.