Meloni

Un meccanismo diabolico che invita al regicidio

PREMIERATO. In caso di sfiducia al premier eletto, il premier subentrante non potrà a sua volta essere sostituito. Quindi avrà lui il potere di chiedere e/o ottenere lo scioglimento delle Camere

 

Tratto da Il Manifesto, articolo di Kaspar Hauser

Ascoltando l’illustrazione della riforma costituzionale che introdurrebbe l’elezione diretta del presidente del consiglio, effettuata dalla premier Giorgia Meloni e dalla ministra Maria Elisabetta Casellati venerdì scorso, era inevitabile pensare alle trame di Massimo D’Alema e Franco Marini per sostituire Prodi a Palazzo Chigi nel 1998 o a quelle di Matteo Renzi, Dario Franceschini e lo stesso D’Alema per scalzare Enrico Letta nel 2014. Il meccanismo messo in piedi dalla riforma predisposta dal governo sembra paradossalmente pensato infatti per favorire la defenestrazione da Palazzo Chigi del «premier eletto dal popolo».

Innanzi tutto la riforma contempla la possibilità di un cambio di maggioranza addirittura dopo pochi giorni dal voto. Il nuovo articolo 94 della Costituzione suonerebbe così: «Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Nel caso in cui non venga approvata la mozione di fiducia al Governo presieduto dal Presidente eletto, il Presidente della Repubblica rinnova l’incarico al Presidente eletto di formare il Governo». Si inserisce nel dettato costituzionale, che introduce nella Carta il principio maggioritario – in base al quale c’è una connessione rigida tra il mandato degli elettori e la maggioranza parlamentare ed il governo – un principio tipico dei sistemi proporzionali e parlamentari, quella dell’allentamento del vincolo tra il voto degli elettori e i margini di iniziativa dei singoli partiti.

IL COMMA SUCCESSIVO riguarda invece i casi di sfiducia nel corso della legislatura: nel caso di sfiducia al «premier eletto», «il Presidente delle Repubblica può conferire l’incarico di formare il Governo al Presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto». Quindi anche in questo caso il presidente del consiglio eletto può tentare un nuovo governo con una nuova maggioranza, tentando la via dei gruppi «responsabili» (cit Berlusconi) o dello «scouting» (cit Bersani) in Parlamento, con una incoerenza con i principi del maggioritario.

Ma questo è il minimo: nel caso di fallimento del presidente del consiglio eletto, l’incarico viene conferito a «un parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto». Non c’è dunque il vincolo che la maggioranza debba essere quella voluta dagli elettori, bensì che il presidente incaricato sia un parlamentare di quella maggioranza; ma il suo governo può benissimo essere di larghe intese, o magari semplicemente sostenuto da gruppi parlamentari diversi da quelli iniziali (come il D’Alema I nel 1998).

Ma a rendere davvero invitante il regicidio del premier eletto da parte dei Richelieu di turno, c’è il meccanismo che il nuovo «premier non eletto» non può a sua volta essere sostituito come è accaduto invece per quello eletto. Infatti in caso di sfiducia al «Presidente del Consiglio subentrante, il Presidente della Repubblica procede allo scioglimento delle Camere». Quindi il «premier non eletto» (D’Alema) e non il «premier eletto» (Prodi) avrà quel potere che assicura stabilità, quello di chiedere e/o ottenere lo scioglimento delle Camere, vero deterrente contro gli agguati. Un potere previsto in tutti i regimi parlamentari (Germania, Spagna, Gran Bretagna, Svezia, ecc) in cui non esiste l’elezione diretta del presidente del consiglio.

La domanda è: come è possibile aver messo in piedi questo meccanismo diabolico in nome della lotta «al trasformismo, ai ribaltoni, ai governi tecnici, e alle maggioranze arcobaleno» (cit Meloni)?. È difficile credere che Meloni e Casellati abbiano scientemente voluto un sistema che favorisca l’instabilità, la fibrillazione sin dal primo giorno di legislatura. La risposta alla domanda è una sola: si è scelta la via di un premier eletto perché nella destra c’è il totem dell’elezione diretta.

IL 17 MAGGIO SCORSO Casellati e il sottosegretario Alfredo Mantovano incontrarono al Cnel 110 costituzionalisti in una sorta di brain storming sulle riforme: la stragrande maggioranza di essi sottolineò come fosse molto più semplice rinunciare all’elezione diretta prediligendo il rafforzamento dei poteri del presidente del consiglio, come in tutti i regimi parlamentari (fiducia al solo presidente del consiglio, potere di nomina e revoca dei ministri, potere di richiesta di scioglimento della Camera, ecc). Semmai si poteva pensare ad una indicazione del nome del candidato premier collegato con le liste di partito che si presentano per le elezioni delle Camere. Ma alla razionalità ha prevalso l’ideologia, il totem dell’elezione diretta, del Capo. Ed eccoci qui.

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