Caritas

Stipendi da fame, il 24% di chi chiede aiuto alla Caritas ha un lavoro. Dovis ai partiti: “Un patto per ripensare i servizi, se l’assistenza non funziona pagano i più deboli”

Tratto da La Stampa, articolo di Paolo Varetto

Nel 2023 le richieste di aiuto sono cresciute dell’11%. L’arcivescovo Repole: “È la nuova schiavitù”. Il direttore Dovis: “Ora una pace elettorale tra partiti contro l’emergenza”

La povertà Torino è una marea che continua ad alzarsi, inarrestabile. Sebbene l’ora più buia del Covid sia ormai alle spalle, i dati 2023 della Caritas diocesana elaborati attraverso i 90 centri di ascolto del progetto Matriosca hanno osservato un aumento dell’11% delle richieste d’aiuto. In un database composto da quasi 11 mila schede, i soggetti seguiti sono quasi 23 mila, che diventano 27 mila se sommati a quelli presi in carico dalla fondazione Mario Operti. Più di uno su due, il 53%, si è interfacciato per la prima volta con una rete di assistenza e accoglienza che si sviluppa su 347 parrocchie e abbraccia 158 comuni, per una popolazione di 2,1 milioni di abitanti. I centri sono 350, i servizi socioassistenziali 550: si va dalla distribuzione di beni alimentari di prima necessità all’ascolto e al sostegno psicologico fino alle soluzioni abitative.

La nuova schiavitù

A far riflettere, scorrendo i dati del dossier presentato ieri mattina dall’arcivescovo di Torino Roberto Repole e dal direttore della Caritas Pierluigi Dovis è che quelli che spesso vengono definiti “gli ultimi” sono socialmente molto diversi dal comune sentire. Quasi un quarto di loro (il 24%) ha infatti un lavoro, benché riconducibile alla categoria dei “poor work” dove a dominare sono i contratti precari con paghe molto al di sotto dei mille euro. Una dinamica che monsignor Repole ha commentato con parole sferzanti: «Stiamo assistendo a nuove forme di schiavitù non meno lesive per la dignità umana».

Non ci sono solo gli homeless, i disoccupati di lungo corso o chi vive da tempo ai margini della società a fare la fila per ritirare il pacco di prima sopravvivenza con pasta, pelati, farina, qualche scatola di legumi. In maggioranza a mettersi in coda sono donne sole tra i 46 e i 60 anni (anche se a Torino città i rapporti si capovolgono), quasi sempre con un titolo di studio la licenza media inferiore. Gli stranieri non sono maggioritari. Piuttosto a rivolgersi alle parrocchie sono anche i titolari di un diritto che per decine di migliaia di cittadini è oggi diventato un miraggio come quello alla casa popolare. Sono diventati il 30%. Un altro 40% è rappresentato da affittuari che non possono onorare l’impegno a pagare la pigione il 27 del mese. E, in media, l’8% è anche proprietario di un appartamento, senza però riuscire a far fronte al pagamento di un mutuo.

Il welfare al collasso

Per Dovis tutti questi sono i sintomi di un sistema di welfare che sembrava inespugnabile e che invece sta collassando progressivamente su se stesso. Anche per questo, per trovare una soluzione a problemi sempre più assillanti e sempre più difficili da risolvere, il direttore della Caritas ha rilanciato l’appello della professoressa Elsa Fornero a una “pax elettorale” tra i partiti. Si smetta di litigare e si affrontino le 10 grandi emergenze che i centri d’ascolto della diocesi hanno puntualmente elencato in una classifica della moderna sofferenza.

Le 10 grandi emergenze

  1. Problemi economici
  2. Lavoro
  3. casa
  4. Salute
  5. Giustizia e reinserimento
  6. Famiglia
  7. Disabilità
  8. Immigrazione
  9. Dipendenze
  10. Istruzione

Al primo posto, con il 41,8%, ci sono i problemi economici, seguiti da quelli legati al lavoro (26%), all’abitare (13%), alla salute (6,7%). A seguire, i guai con la giustizia e con il reinserimento sociale dopo la detenzione, la famiglia, la disabilità, l’immigrazione, le dipendenze, l’istruzione.

Una città povera

Un altro sintomo di un meccanismo che si è inceppato è appunto quello legato alla dimensione della cura. Il 15% dei profili della rete Matriosca non è autosufficiente. La rinuncia ai farmaci da banco (50%) e al pagamento del ticket (35%) sono i problemi più assillanti. Senza distinzioni di quartiere: ormai le fragilità della zona nord superano di poco quelle della zona sud, in un rapporto 60-40%. «Non esistono sacche di povertà, è tutta la città a essere povera» ha ammonito Repole. «Una povertà paludosa – è l’analisi di Dovis – tendente alla stagnazione, soprattutto costituita da bassi redditi, mancanza di lavoro e casa, da problemi di salute e dalla difficoltà di trovare risorse per curarsi adeguatamente. Come mondo Caritas cerchiamo di creare le condizioni per favorire l’uscita da questa palude della povertà e dalle sue pesanti conseguenze».


Tratto da La Repubblica, l’articolo di Andrea Gatta con le parole di Pierluigi Dovis, referente della Caritas diocesana torinese.

«Mi sembra ci siano diversi indizi che il sistema di assistenza nazionale e regionale non stia tenendo più: serve una pax politica fra i partiti, in modo da ripensarlo e riprogrammarlo insieme». Pierluigi Dovis, referente e figura simbolo della Caritas diocesana torinese, lancia un appello alla politica, forte dei numeri del report annuale ben impressi nel ragionamento. Ad allarmarlo sono tre dati appena presentati. Il primo riguarda la quantità delle persone che chiedono aiuto per la casa, una delle priorità principali riscontrate. Se non è alto il numero dei senza fissa dimora, il 14% del totale, molto più elevato — il 30% — è quello degli inquilini Atc che già godono di un canone agevolato, eppure sono ugualmente in difficoltà a pagare l’affitto o le utenze (gli altri sono per il 40% affittuari nel mercato privato e per il 6% proprietari). Poi c’è il tema della salute a preoccupare. Il 15% delle persone che si sono rivolte ai centri caritativi hanno nel proprio nucleo familiare un problema di invalidità o di non autosufficienza e nel 5% dei casi di disabilità.

Fa altrettanta impressione la difficoltà a curarsi. Riguarda una quota abbastanza limitata di richieste, il 6,7%, sebbene figuri come quarta priorità assoluta. Ma fa riflettere la tipologia dei servizi considerati inaccessibili. In cima c’è la fornitura di farmaci da banco, poi il pagamento dei ticket e a scendere il contributo per la visita specialistica ambulatoriale. Numeri ancora ridotti ma comunque significativi. Tanto che la stessa Caritas, nel commento al proprio rapporto, avvisa: «La richiesta in crescendo circa la fornitura di farmaci da banco suggerisce l’accrescersi di patologie psichiche, fisiche e psicofisiche legate all’ansia, alla fatica del quotidiano e alla carenza di speranza nel futuro». E ancora: «La necessità di sostegno economico per utilizzare istituzioni private soprattutto ambulatoriali per accertamenti diagnostici manifesta oggettive disfunzionalità del sistema sanitario che vanno a colpire le fasce deboli». Di qui l’invito di Dovis alla “pax politica” fra gli opposti schieramenti. «Mi rendo conto — spiega — che in molti casi c’è anche la buona volontà nel far funzionare il sistema, ma gli esiti purtroppo sono largamente deficitari. Trovo che di solito, quando c’è un dibattito su queste misure e su questi argomenti, non si parla mai delle misure, ma sempre e solo dell’iter con cui ci si è arrivati». Dunque, propone, «occorre un accordo trasversale, altrimenti se su questi temi ci si intestardisce a fare campagna elettorale, non si va da nessuna parte».

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