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Primo: non fare la guerra. Sei cose intelligenti da fare per l’Afganistan, e non solo.

Una riflessione di Flavio Lotti e Marco Mascia pubblicata da Micromega esprime in modo semplice e ‘laico’ una lucida analisi dell’intervento in Afganistan e delle possibili cose da fare in questo ed in altri contesti di guerra.

“Cosa possiamo fare oggi?

Primo. Fare i conti con le conseguenze di questo disastro. E con le nostre accresciute responsabilità. Non c’è nulla di facile. La guerra ha complicato le cose e ridotto gli spazi d’iniziativa. Ciononostante non abbiamo alternative.

Secondo. Salvare la vita di chi oggi rischia la morte. Salvare più vite possibili, ora! Non domani! Dare rifugio a chi sta cercando di mettere in salvo la propria vita. Soccorrere subito chi chiede aiuto.

Terzo. Promuovere il dialogo politico a tutti i livelli, da Kabul all’Onu, per promuovere il rispetto dei diritti umani, a partire dalle donne. Non c’è un altro modo.

Dopo un così grande fallimento, è necessario cambiare strada. Chi non lo vorrà, ci farà pagare un prezzo ancora più alto.

Quali lezioni dobbiamo trarre da questo clamoroso disastro?

Prima Lezione. La guerra in Afghanistan non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi che pretendeva di risolvere.Il terrorismo, le atrocità dei talebani, le crudeltà contro le donne e le bambine, le violazioni dei diritti umani, la produzione e il commercio della droga,… Dopo l’Afghanistan abbiamo scatenato la guerra in Iraq e in Libia e i risultati sono ugualmente drammatici. È arrivato il tempo di prenderne atto, di smettere di fare le guerre e fare l’impossibile per fermarle.

Seconda Lezione. I diritti umani non si difendono né si promuovono con le guerre. La guerra è la forma più estesa delle violazioni dei diritti umani. Nessuna guerra è mai riuscita ad aumentare il rispetto dei diritti umani. Per difendere e promuovere i diritti umani nel mondo occorre investire sul dialogo politico, culturale e religioso a tutti i livelli, ricercare, promuovere e sostenere la cooperazione internazionale per la soluzione dei grandi problemi comuni, potenziare il sistema universale e i sistemi regionali di promozione e protezione dei diritti umani; dare attuazione ai programmi di educazione e formazione ai diritti umani promossi innanzitutto dall’Onu e dalle sue diverse agenzie, promuovere la partecipazione delle donne a tutti i livelli decisionali nelle istituzioni e nei meccanismi nazionali e internazionali per la prevenzione, la gestione e la soluzione dei conflitti…

Terza Lezione. Continuiamo a spendere migliaia di miliardi di dollari e di euro per inventare e costruire le armi più sofisticate e micidiali. Armi che chiamiamo invisibili e intelligenti. Ma niente di tutto questo è servito a vincere né la guerra contro i talebani né la guerra contro il terrorismo.

Quarta Lezione. Prima di questa guerra in Afghanistan c’era stata un’altra guerra. E prima dell’altra guerra ce n’era stata un’altra ancora. Ma nessuna di queste è mai riuscita ad assicurare un po’ di pace agli afgani. L’unica missione di pace, degna di questo nome, è la missione di chi si prende cura delle vittime della miseria e della guerra, dell’oppressione e dello sfruttamento.

Quinta Lezione. Gli Stati Uniti iniziano e finiscono le guerre quando vogliono, in base agli interessi politici dei governi in carica. Ma noi non possiamo continuare ad inseguire gli interessi di altri. Continuare a costruire coalizioni internazionali a la carte mina le stesse basi di quell’ordine mondiale di pace positiva la cui costruzione è stata avviata dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalle successive convenzioni giuridiche internazionali.

Sesta Lezione. La sicurezza o sarà per tutti o non sarà per nessuno. Il Covid19 lo ha reso ancora più evidente delle guerre. Nell’era della globalizzazione e dell’interdipendenza tutto è interconnesso e interdipendente. Nessuno può pensare di stare al sicuro pensando solo a sé stesso e agli amici. Le minacce sono globali e interconnesse. Sono ambientali ed economiche non solo militari. Per questo il nostro obiettivo deve essere la sicurezza umana e non più la sicurezza armata. Per quanto diverse e divergenti possano apparire le nostre culture e interessi, abbiamo un solo modo per farlo: lavorare assieme attorno a ciò che ci unisce, per affrontare le grandi sfide comuni e costruire una sicurezza comune.”

Fonte: www.perlapace.it

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