LA GRANDE MANIFESTAZIONE PER UNA POLONIA EUROPEA

Tratto da Europa Today di Alfonso Bianchi

La Polonia è in fermento in vista delle elezioni che sono previste per il prossimo autunno. Le opposizioni stanno alzando il livello di scontro con il partito Diritto e Giustizia (Pis), al governo dal 2015 e che proverà a ottenere un terzo mandato popolare. Domenica è stata organizzata nel Paese la più grande manifestazione dai tempi delle proteste di massa contro l’abolizione quasi totale del diritto di aborto nel 2020, e una delle più grandi della storia della nazione.

Circa mezzo milione di persone sono scese in piazza nella sola Varsavia, secondo gli organizzatori, con il corteo principale che ha attraversato le strade della capitale mentre altri che si sono svolti in diverse città del Paese, ma anche all’estero, tra cui a Berlino, Londra, Parigi nonché Chicago e New York. Durante la manifestazione, che si estendeva per almeno un chilometro, i dimostranti hanno esposto striscioni che recitavano frasi come “Polonia libera ed europea”, “Unione europea sì, PiS no”, e alcuni tenevano in mano maschere del leader del partito al potere Jaroslaw Kaczynski con la scritta “vergogna”.

La scelta della data del corteo è stata fortemente simbolica: il 4 giugno. Nello stesso giorno del 1989, un voto parzialmente libero consegnò la vittoria al governo guidato dal sindacato Solidarność e innescò una serie di eventi che culminarono con la caduta del socialismo. E sul palco della manifestazione l’allora leader di Solidarność, Lech Wałęsa, è salito insieme a Donald Tusk, leader di Piattaforma Civica (PO), il più grande partito di opposizione, proprio a simboleggiare la continuità della lotta contro ogni autoritarismo. L’altra principale forza di opposizione – un’alleanza di centro-destra di recente formazione tra Polonia 2050 (Polska 2050) e il Popolo polacco (Psl) – aveva inizialmente evitato di offrire il proprio sostegno ma la scorsa settimana ha cambiato idea.

L’indignazione nella nazione è aumentata quando il governo ha recentemente approvato l’istituzione di una commissione pubblica per indagare sul presunto favoreggiamento di “influenze russe” nel periodo 2007-2022 da parte di politici della nazione, una legge approvata sulla scia della rabbia per la guerra in Ucraina, e che potrebbe portare al bando dagli uffici pubblici fino a 10 anni nei confronti di coloro che dovessero essere ritenuti colpevoli. Ma il provvedimento, che è stato criticato non solo a livello nazionale, ma anche internazionale da Stati Uniti ed Unione europea, è ritenuto un modo per mettere a tacere le opposizioni. Uno dei bersagli sarebbe proprio Tusk, che è stato premier dal 2007 al 2014 oltre che ex presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019. Fu sotto la sua guida che la nazione firmò un contratto per l’approvvigionamento di gas con la russa Gazprom, che viene citato nella motivazione ufficiale del disegno di legge. Ma allora quasi tutti i Paesi europei compravano (e alcuni lo fanno ancora) gas dalla Russia di Vladimir Putin.

Il presidente Andrzej Duda, esponente del PiS, ha già firmato il provvedimento, ma sulla scia delle proteste dichiarato che proporrà degli emendamenti alla legge. La tensione però resta altissima e i motivi di critica nei confronti del governo sono vari, con Varsavia che sta portando avanti uno scontro frontale anche con Bruxelles e così la battaglia per le prossime elezioni assume anche i contorni di un referendum a favore o contro l’Unione europea. Proprio ieri la Corte di Giustizia dell’Ue ha condannato per l’ennesima volta il Paese per la sua riforma della giustizia del 2019, per la quale la nazione deve già pagare una multa di 500mila euro al giorno, che è accusata di mettere i giudici sotto il controllo dell’esecutivo. Nello specifico molto controversa è ritenuta l’istituzione di una “camera disciplinare”, un organo sotto il diretto controllo del governo, che si pronuncia sull’indipendenza dei giudici polacchi e che ha il potere di revocare la loro immunità per far fronte a procedimenti penali.

Nella nazione poi, in seguito a una controversa sentenza della Corte costituzionale, a cui si è arrivato dopo un ricorso di alcuni deputati del Pis, è stato ristretto ancora di più il diritto all’aborto, che ora non è consentito nemmeno più in caso di malformazione del feto, ma solo nell’eventualità di estremo di pericolo di vita per la madre o se la donna è incinta a causa di uno stupro o di un incesto. Al minimo sono ridotti anche i diritti della comunità Lgbt+, con il Paese che è ritenuto il meno accogliente nei loro confronti in Europa dal gruppo di advocacy che promuove gli interessi delle persone lesbiche, gay, bisessuali, trans e intersessuali nel continente (Ilga-Europe). Nel 2019 nella nazione erano state istituite addirittura delle cosiddette zone “Lgbt free”, città e paesi che si dichiaravano inospitali nei confronti degli omosessuali e contrarie alla “ideologia gender” e alla sua diffusione nella società. Furono proprio i giudici polacchi, oltre alle pressioni dell’Ue, a portare alla loro abolizione lo corso giugno. Gli stessi giudici la cui indipendenza ora potrebbe essere in pericolo.

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