Se il governo racconta l’Italia che non c’è

Tratto da la Repubblica, di Chiara Valerio.

In diciannove mesi, le dichiarazioni dei Ministri del governo Meloni, degli esponenti di aree di destra e centro destra, di gruppi di nostalgici con braccio alzato e passo cadenzato hanno tessuto il racconto di un paese che non esiste. Vorrei ripeterlo in vista delle elezioni europee nei giorni 8 e 9 di giugno. Il paese raccontato non esiste.

Il paese dove il diritto di aborto è in discussione, dove manca una legge sul fine vita e sul testamento biologico, dove le donne vengono portate in un tribunale perché madri ma lesbiche, dove si propongono le classi differenziate e si svuota il fondo nazionale per la non autosufficienza (giacché, visto che l’unica famiglia consentita è quella formata da un uomo e una donna, il lavoro della donna sarà accudimento e cura chi non riesce più da solo, togli soldi metti carne), dove ex militari dichiarano che l’omosessualità è una patologia psichiatrica, dove si discute e straparla di merito senza considerare le condizioni economiche di ciascuno e come pareggiarle, dove si discute di scuola quando ogni scuola è diversa, dove si impedisce agli intellettuali e alle intellettuali di intervenire sulla televisione nazionale per sostenere tesi che possano proiettare una critica più o meno pallida, più o meno accesa al potere in carica, dove gli studenti e le studentesse vengono manganellate sistematicamente è il paese che non può esistere.

IL POPOLO DEI SENZA DIRITTI

Il paese siamo noi, che esitiamo, andiamo a lavorare o cerchiamo un lavoro, decidiamo di vivere da soli o in coppia, studiamo e talvolta veniamo rimandati, tentiamo di discutere con le parole e non con le mani, di esercitare i nostri diritti e i nostri doveri, di rimanere gentili nonostante la gentilezza sembri fuori moda come le spalline alle giacche, e l’ascolto vada bene solo nel caso si tratti di un vocale a 2x, dove proviamo a crescere figli che li abbiamo o no e a rispettare anziani che siano i nostri genitori o no. Il paese siamo noi, ed esistiamo nel nostro continuare a desiderare cose e persone che non hanno una sola forma, a innamorarci di eccezioni e a farne continuamente.

Il paese è fatto così, è libero in un quadro costituzionale che di libertà ne dà molta. La libertà di accettare e accettarci, accogliere ed essere accolti, dissentire, contraddire ed essere contraddetti. La libertà garantita dal dissenso.

Pensiamoci bene, il paese raccontato non può esistere, è finto. Un paese così è il contrario della Cartoonia di Roger Rabbit. È il paese dove si può essere solo infelici perché la felicità in una democrazia ha a che vedere con il senso e la possibilità di giustizia, coi diritti e i doveri, con l’immaginazione di un futuro e la prospettiva che il mondo a venire sia più vivibile e sostenibile per l’intera comunità.

Non può esistere un paese dove i manifesti elettorali inneggiano alla caccia, dove sotto la scritta “più Italia” campeggia una famiglia sorridente formata da un uomo e una donna, un bambino e una bambina, e sotto la scritta “meno Europa” sta l’immagine di una donna incinta con la barba e i capelli lunghi. La donna, per altro, somiglia a un Cristo assorto. Se i manifesti elettorali comunicano punti di un programma politico, non capisco cosa stiano comunicando, se non il paese che non esiste. Ed è certo che non esista, la nostra letteratura non ne ha memoria, i nostri romanzi raccontano di figli cresciuti da donne che non li avevano partoriti, intere comunità, uomini senza mogli, nonni, e da estranei completi. Se questo paese esistesse, ne esisterebbe un racconto, almeno un racconto, invece non c’è niente e invece un uomo e una rondine tornavano al nido e non ci arrivano e i figli e i rondinini muoiono di fame ma forse no perché altri ci penseranno.

Tuttavia, quando le persone che hanno l’onore e l’onere di rappresentarci decidono di raccontare storie splatter e persecutorie, sottilmente blasfeme — perché avverse alla sacralità della vita biologica e biografica — e ritengono la paura una forma di governo più salda di tolleranza e comprensione, allora bisogna alzarsi e dire a voce alta che queste storie orali non saranno scritte in nessuna legge della Repubblica e dunque, andiamo a votare.

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