Ubi mala pecunia olet – 2. L’investitore non speculativo

di Davide Babboni e Tito Pasini

Esiste una differenza poco visibile ma probabilmente decisiva tra la finanza tradizionale e la finanza etica: non riguarda soltanto le banche, ma anche il comportamento dei risparmiatori.

L’investitore tipico della finanza speculativa tende a considerare il denaro come un asset da valorizzare nel minor tempo possibile. La logica dominante è quella della performance: entrare e uscire rapidamente dai mercati, inseguire i settori più redditizi, massimizzare il rendimento corretto per il rischio.

Nella finanza etica, invece, il rapporto con il denaro cambia natura. Chi investe in fondi etici raramente lo fa esclusivamente per ottenere il massimo profitto nel breve periodo. Entrano in gioco motivazioni ulteriori: coerenza personale, impatto sociale, attenzione ambientale, rifiuto di alcuni settori economici.

Questo produce effetti molto concreti.

Diversi studi mostrano che gli investitori delle banche etiche tendono ad avere un orizzonte temporale più lungo, a muoversi meno impulsivamente durante le crisi e a mantenere gli investimenti con maggiore stabilità. In altre parole, sono mediamente meno speculativi.

La ragione è quasi intuitiva. Se il denaro viene percepito anche come strumento relazionale e sociale, l’investimento smette di essere una semplice scommessa finanziaria.

È interessante osservare che questa impostazione modifica persino il linguaggio economico. In molte banche etiche il capitale sociale non viene presentato soltanto come una quota proprietaria, ma come una risorsa che permette di generare credito e quindi impatti collettivi: posti di lavoro, inclusione sociale, energie rinnovabili, assistenza, cultura.

L’investitore non è più soltanto un soggetto che pretende rendimento, ma diventa in qualche modo parte di un progetto economico e civile.

Questo non significa che la finanza etica sia immune da contraddizioni. Anzi. Negli ultimi anni il settore si è trovato davanti a un dilemma difficile: mantenere criteri rigorosi oppure adattarsi alle logiche di mercato.

Il caso più evidente riguarda il comparto della difesa. Dopo la guerra in Ucraina, i titoli delle aziende produttrici di armamenti hanno registrato crescite straordinarie. Molti fondi “sostenibili” hanno progressivamente attenuato le proprie esclusioni pur di non rinunciare a quei rendimenti.

Le realtà di finanza etica più coerenti hanno invece mantenuto i divieti, accettando il rischio di performance inferiori nel breve periodo.

È una scelta che rende evidente la differenza tra sostenibilità come strategia commerciale e finanza etica come criterio culturale.

Alla fine, la questione fondamentale non riguarda soltanto il rendimento dei fondi, ma il significato stesso dell’investimento.

Se il denaro serve unicamente ad aumentare altro denaro, allora ogni limite etico appare come un ostacolo inefficiente. Se invece il risparmio viene considerato anche una forma di responsabilità verso la società, allora cambiano inevitabilmente i criteri con cui si decide dove investire.

Forse è proprio questo il punto più interessante della finanza etica: non l’illusione di una purezza impossibile, ma il tentativo di restituire al denaro una dimensione morale e politica che la finanza contemporanea aveva progressivamente rimosso.

E forse il vecchio detto latino andrebbe rovesciato. Non è vero che il denaro non abbia odore. Dipende da dove proviene, da dove viene indirizzato e da ciò che rende possibile.

 

Fonti
https://www.bancaetica.it/report-impatto/
https://www.eticasgr.com/ vedere in particolare l’area “stewardship” esclusiva di Etica sgr.
https://www.permicro.it/

Una biblio/sitografia più completa sarà fornita in calce all’ultimo articolo della serie sulla finanza etica.