20 Nov La fine di Israele e una nuova Palestina, speranza per due popoli
Di Silvio Lavalle.
Questo tempo crudele ci vede tutti “provati” e l’arrivo di un ottimo libro che, oltre a chiarirci molte cose sulla storica e sistematica persecuzione dei palestinesi e sull’inarrestabile deriva del sionismo messianico ci indica finalmente una possibile soluzione, regala finalmente un po’ di speranza. Il libro è “La fine di Israele” e il suo autore è lo storico israeliano Ilan Pappé (editore Fazi).
Abbiamo ascoltato negli ultimi mesi e anche dopo la recente e incerta tregua imposta dagli USA, politici, esperti analisti, uomini di chiesa, sostanzialmente arresi di fronte all’irreparabilità di azioni genocidiarie e di una secolare semina di odio destinate a fruttificare per un tempo imprevedibile. Ben pochi oggi credono alla possibilità di una pace giusta e di una convivenza possibile, ed il mantra dei due popoli e dei due stati non convince più nessuno, anche se c’è chi continua a recitarlo in assenza di prospettive accettabili e perseguibili.
Quanto a Pappé lo considera un “cadavere nell’obitorio” che nessuno ha il coraggio di seppellire. E questo rende ancora più importante questo saggio che, invece, è ricco di speranza e di potenzialità, ed è basato sulla conoscenza non solo della storia, ma della realtà della società israelo-palestinese.
La tesi centrale del libro è che “stiamo assistendo all’inizio della fine di Israele” come stato sionista, colonialista e segregazionista e alla sua inevitabile disintegrazione. Nella prima parte del libro, dedicata a questo processo di disgregazione, Pappé analizza le componenti ideologiche più estreme della classe politica israeliana, da sempre parte attiva e violenta nel fallimento dei processi di pace tentati. Al “collasso” previsto contribuiranno una molteplicità di “crepe fatali”. L’affermazione del sionismo religioso e radicale a fronte della laicizzazione di ampi strati giovanili della società israeliana e le sue crescenti divisioni minano un sistema fondato sull’ingiustizia sociale e su un’apartheid insostenibile come lo sono stati, ci insegna la storia, tutti i regimi di apartheid.
Alla crisi economica, dovuta ad uno stato di guerra permanente, si aggiungono altre decisive “crepe”, come la caduta del mito dell’invincibilità dell’esercito, la non identificazione della diaspora ebraica con il sionismo, l’esistenza di un nuovo movimento di liberazione palestinese.
Da quest’ultimo fattore, tra quelli che concorreranno alla fine di Israele, inizia la seconda parte del libro, che è incentrata sui movimenti giovanili palestinesi, sulla necessità di una rifondazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, e sui vari temi che durante e dopo una vera e propria palingenesi, che Pappé chiama “mini-rivoluzioni”, il nuovo stato dovrà affrontare. Su tutti, il diritto al ritorno dei palestinesi rifugiati, sia interni, che negli stati arabi, che nel resto del mondo, la re-arabizzazione dei grandi insediamenti, l’attuazione di forme di giustizia di transizione e riparativa (qui Pappé richiama spesso l’esempio del Sudafrica), la riconnessione della Palestina al Mashreq, cioè al mondo arabo ad oriente del Cairo e a nord dell’Arabia, e la ridefinizione della politica e della collettività ebraica nel nuovo stato democratico.
Un posto importante nelle preoccupazioni di Pappé lo occupano il razzismo, perlopiù subconscio secondo lui, che alberga nella sinistra in Europa e negli Stati Uniti, e il ruolo della stampa nel generare nei cittadini la convinzione di essere impotenti di fronte ai populismi incarnati da gente come Trump, Orban o Modi. Un ruolo denunciato da Noam Chomsky (già suo coautore in “Palestina e Israele: che fare?”) con il saggio “La fabbrica del consenso. La politica e i mass media”.
Lo sguardo di Pappé in questo nuovo e in qualche modo definitivo saggio, ammirevole anche per la sua accessibilità, si allarga coraggiosamente al tema, cruciale ovunque per la sinistra, della militanza e della critica del capitalismo. L’idea è che essa sbagli se rinuncia ad alleanze ampie che accolgano al loro interno istanze e politiche per l’identità dei gruppi, ad esempio di tipo etnico e religioso, oltre a quelle basate sull’identità di classe.
Quando cominceranno gli sforzi per riempire il vuoto lasciato dal collasso di Israele, afferma Pappé, la Palestina diventerà per tutti la speranza della possibilità di un mondo diverso e in quest’ottica non esclude il contributo di nessuno includendo settori “conservatori coscienziosi”, laici, movimenti religiosi.
Ed è a questa nuova società futura che il nostro autore dedica l’ultima parte del suo libro dandogli la forma di diario di un ultranovantenne che inizia nel 2027 e giunge al 2048, a rivoluzione compiuta. Siamo in un nuovo stato che si chiama forse “Isratina” e il diario attraversa le tappe fondamentali della trasformazione di vecchie istituzioni e della nascita di nuove o rinnovate come l’OLP. Un processo che non è stato indolore dato che veniamo a sapere di arresti di massa, di scontri sanguinosi ad Haifa e di una terza e una quarta intifada. Ma la transizione finale c’è stata grazie ai cittadini democratici di Israele e ad una nuova leadership palestinese.
E qui lo storico di formazione marxista si solleva sopra l’ortodossia ideologica per ricordarci l’importanza del desiderio e della fantasia laddove “Un nuovo mondo ha bisogno di essere immaginato e non soltanto analizzato o freddamente pronosticato, in particolare in un periodo in cui la maggioranza delle persone ha perso ogni speranza in un possibile cambiamento e non vede via d’uscita da un momento oscuro, forse il più oscuro della storia della Palestina”.