27 Feb Fine vita. Il difficile percorso verso la possibilità di scegliere
di Andrea Mela
Alberto (nome di fantasia) ce l’ha fatta. È il primo in Piemonte che ha potuto accedere al suicidio medicalmente assistito.
La Corte costituzionale nel 2019 (Sentenza n. 242) aveva stabilito con precisione le condizioni in cui esso può avvenire. La persona richiedente deve risultare affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche reputate intollerabili dalla persona stessa; dipendente da trattamenti di sostegno vitale; capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Da allora sono in tutto 17 (secondo fonti giornalistiche) le persone che hanno ricevuto ufficialmente il via libera per potersi avvalere di questo diritto.
Tutte e tutti loro lo hanno ottenuto, con enormi difficoltà, in assenza di una legge nazionale che regolamenti in modo organico questa delicata materia. La corte ne aveva già richiamato l’urgenza, dapprima con il pronunciamento del 2019, poi con la sentenza n. 135 del 2024 in cui si esprime “con forza l’auspicio” che il Parlamento approvi una disciplina che garantisca attuazione ai principi già stabiliti e si ribadisce che le attuali regole hanno natura transitoria.
La vicenda di Alberto ha però un carattere emblematico. Possiamo ricapitolarla brevemente con l’aiuto di una serie di articoli a firma di Simona De Ciero pubblicati dal Corriere Torino.
- Nella primavera 2025 Alberto, affetto da una patologia incurabile, gravemente invalidante e fonte di dolore estremo, è ancora in attesa di cure palliative e successivamente chiede l’avvio della procedura di accesso al fine vita.
- La sua richiesta si scontra non solo con l’assenza di una legge a livello nazionale ma anche con un vuoto normativo a livello regionale che permane, malgrado il comitato etico territoriale, già nel 2023, avesse consegnato le linee guida alla Regione Piemonte.
- Mancando le indicazioni regionali, l’Asl To4 (competente in base alla residenza di Alberto) istituisce una commissione di esperti per valutare se vi sono i requisiti indicati dalla Corte costituzionale per avere accesso alla procedura.
- Dopo circa nove mesi dalla domanda, l’Asl To4 risponde ad Alberto che «sussistono tutte le condizioni legittimanti il suicidio medicalmente assistito ai sensi della Sentenza n. 242/2019». La decisione finale spetterebbe quindi soltanto a lui, tuttavia l’Asl precisa che «… non può fornire, prescrivere e consegnare farmaci o sostanze potenzialmente utilizzabili nella procedura».
- Filomena Gallo (Segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica) così commenta: «la Corte costituzionale ha chiarito che sono le Aziende Sanitarie a dover provvedere, prontamente, a effettuare le verifiche e a fornire tutti gli strumenti perché la persona richiedente possa esercitare completamente il suo diritto all’autodeterminazione e quindi, se lo vuole, avviare la procedura di suicidio medicalmente assistito per porre fine alle sue atroci sofferenze». E aggiunge: «Riconoscere alla persona richiedente la sussistenza dei requisiti per l’accesso all’aiuto alla morte medicalmente assistita e al contempo negare la fornitura dei mezzi necessari per procedere appare come una deliberata sottrazione dai propri obblighi. Per questo, verranno intraprese tutte le azioni necessarie per tutelare appieno il diritto della persona interessata».
- Grazie (anche) a questa iniziativa finalmente (febbraio 2026) la Regione Piemonte invia alle ASL una circolare esplicativa che definisce le linee di indirizzo per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Il documento non costituisce una nuova legge regionale, ma una guida operativa per applicare i principi stabiliti dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale e in particolare «Il diritto della persona di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria durante l’esecuzione della procedura». È un passo significativo che dobbiamo prima di tutto ad Alberto.
Ma perché è così difficile, nonostante i ripetuti moniti della Consulta, che lo stato legiferi in materia di suicidio medicalmente assistito? E perché anche le regioni (con l’eccezione di Toscana e Sardegna) sono così restie a farlo?
Il tema è trasversale: divide le maggioranze e divide al loro interno i singoli partiti, tanto è vero che l’apertura di un tavolo di confronto sul fine vita in seno all’assemblea regionale è stata richiesta e ottenuta congiuntamente da Fabrizio Ricca, capogruppo della Lega in Regione Piemonte e dalla collega di minoranza Alice Ravinale, capogruppo di AVS i quali, su ogni altro aspetto politico, si trovano ovviamente su posizioni contrapposte. Anche da questo punto di vista il caso piemontese è emblematico.
A livello nazionale Il Disegno di Legge 104 della XIX Legislatura, intitolato “Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, da aprile 2024 vede come relatori i senatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). L’iter del DDL ha subito rallentamenti significativi. A metà febbraio 2026, si segnala una situazione di stallo dovuta a divisioni interne alla maggioranza e a scontri nel comitato ristretto riguardo alla presentazione di un testo unificato.
L’ultimo aggiornamento del Fascicolo Iter del Senato risale al 19 febbraio 2026 e conferma che il disegno di legge è ancora in fase di trattazione.
I punti di divergenza nel Comitato ristretto sono sostanzialmente i seguenti.
1. Il perimetro delle condizioni cliniche: alcuni settori del centrodestra vorrebbero limitare l’accesso solo ai pazienti terminali con prognosi infausta a brevissimo termine.
2. L’obiezione di coscienza: si discute se inserire una clausola di salvaguardia per il personale sanitario che si rifiuti di partecipare alla procedura per motivi etici o religiosi.
3. Il ruolo del Comitato Etico e delle ASL: c’è disaccordo sulla procedura burocratica e di controllo. La lunghezza dell’iter burocratico determina anche la durata delle sofferenze del paziente prima di poter ottenere il via libera alla procedura. Ci sono diverse sensibilità su questo punto.
4. Il concetto di “trattamenti di sostegno vitale”: sebbene la Consulta abbia indicato la presenza di questi dispositivi (es. ventilazione, nutrizione artificiale) tra i requisiti idonei alla concessione del via libera, si discute se la “sofferenza intollerabile” possa prescindere dalla dipendenza da macchinari.
A destra come a sinistra rimangono fronti interni molto distanti tra loro ed il rischio (molto concreto) è che la materia sia lasciata a tempo indeterminato alla gestione dei singoli tribunali e delle sentenze della Consulta.
Il sospetto è che questa situazione dipenda non tanto dalle ‘posizioni di coscienza” dei singoli esponenti politici quanto dal desiderio di non urtare la sensibilità della maggioranza del mondo cattolico. Ma non è facile comprendere in che modo si esprima tale sensibilità. Da un lato i vescovi chiedono che il Parlamento non resti immobilizzato su questa materia e, per bocca del cardinale Matteo Zuppi, invitano la politica ad agire «seguendo il modello delle sentenze della Consulta». Dall’altro però leggono tale modello in termini estremamente prudenti: cure palliative da estendere e proporre come alternativa al suicidio medicalmente assistito; non punibilità per il medico solo in casi isolati di malati terminali rigorosamente previsti; nessuna possibilità che l’auspicata legge si trasformi nel tempo nell’ammissione di fatto di un diritto al suicidio.
È alquanto evidente che anche il mondo cattolico è lacerato e la CEI cerca una mediazione invitando il Parlamento a legiferare spinta, più che altro, dal timore che (come accaduto in altri casi) possano sopravvenire ulteriori pronunciamenti della Corte costituzionale in senso maggiormente permissivo.
La chiesa cattolica è dunque, ancora una volta, una leva fondamentale che muove la decisione politica nell’ambito di un paese la cui legge fondamentale ha la laicità tra i suoi principi ispiratori.