Tratto da lifegate, di Simone Santi  La Fifa alle federazioni che saranno ai Mondiali in Qatar: “Concentriamoci sul calcio”. Le europee rispondono: “Continueremo a sostenere i diritti umani”. “Per favore, concentriamoci sul calcio”. La Fifa ha chiesto ufficialmente alle federazioni delle 32 nazionali che parteciperanno ai Mondiali in Qatar al via il 20 novembre di non porre in atto iniziative di protesta e di critica nei confronti dell’emirato per il mancato rispetto dei diritti umani, in relazione o meno con l’organizzazione del torneo. Alcune federazioni europee però hanno risposto duramente: “Continueremo a batterci per i diritti umani”. E visto che l’ambasciatore dei Mondiali Khalid Salman ha ribadito che in Qatar l’omosessualità è considerata un disagio mentale, probabilmente ce n’è davvero bisogno.

Mesi di proteste in tutto il mondo 

Da mesi, se non da anni, i Mondiali in Qatar sono nel mirino delle associazioni che si battono per i diritti umani ed ambientali, e ultimamente anche alcune nazionali partecipanti hanno mostrato le loro rimostranze: la Danimarca giocherà con una maglia priva del nome dello sponsor tecnico, che non vuole prestare la propria immagine al torneo, e con un terza maglia completamente nera in segno di lutto per gli almeno 6.500 immigrati morti sul lavoro per realizzare le infrastrutture necessarie allo svolgimento dei Mondiali. Khaled al-Suwaidi, un membro anziano del comitato organizzatore della Coppa del Mondo del Qatar, ha risposto all’annuncio della Danimarca, dicendo che il Paese ha usato i Mondiali di calcio “come catalizzatore per guidare il cambiamento” e ha riformato le sue leggi sui lavoratori migranti. I calciatori della nazionale australiana hanno pubblicato un video in cui si critica il Qatar per le sue leggi in materia di diritti umani e chiedendo la depenalizzazione delle relazioni omosessuali, che sono severamente vietate in Qatar, ricevendo come risposta dagli organizzatori un messaggio che suona come un “nessuno è perfetto”.
Tratto da The Submarine, di Cecilia Pellizari Sono più di un centinaio le donne iraniane che martedì scorso si sono organizzate in un sit-in di fronte all’ambasciata dell’Iran in via Nomentana, a Roma. I cartelli urlano “Donna, vita, libertà”, slogan che in questi dieci giorni continui di protesta in Iran hanno attraversato le piazze di circa 80 città del paese. Si organizzano tutte per la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla Gash-e Ershad, la polizia morale islamica, per aver indossato scorrettamente l’hijab in un luogo pubblico.
La mobilitazione internazionale, dal basso, è arrivata praticamente subito. Nonostante il blocco totale delle linee internet in Iran, video e foto sono riusciti a uscire dal Paese, per raggiungere i media di tutto il mondo. Il KJK (Comunità delle donne del Kurdistan) ha pubblicato, qualche giorno fa, unadichiarazione in cui condanna la polizia morale iraniana e chiede “una lotta organizzata contro il femminicidio e il sistema di governo patriarcale.” Secondo l’organizzazione Iran Human Rights sono 76 i manifestanti uccisi in questi giorni, e superano il migliaio le persone incarcerate.
Tratto da Rai News
Secondo il giornale tedesco Faz potrebbe essere il momento in cui gli iraniani prendono coscienza di poter rovesciare il regime degli ayatollah. Molte le manifestazioni di solidarietà da tutto il mondo. Cinque i manifestanti uccisi per l'ong Hengaw
Le manifestazioni si sono estese in Iran per la quinta notte consecutiva. In Iran almeno otto dimostranti sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza durante delle manifestazioni organizzate nella regione del Kurdistan dopo la morte di Mahsa Amini, la ragazza di 22 anni deceduta nella capitale Teheran la settimana scorsa mentre era in custodia della polizia religiosa. A riferirlo è l'organizzazione di difesa dei diritti umani locale Hengaw.
Tratto da il Manifesto, di Giansandro Merli Dio, patria, famiglia? No, grazie. Non Una Di Meno ha intenzione di rispedire al mittente il modello di società che ha in testa Giorgia Meloni. Da subito. Non è un caso che la prima mobilitazione nazionale dopo la vittoria delle destre sia del movimento femminista, che da sei anni riempie le piazze e si batte per la conquista di nuovi diritti di donne e persone lgbtqi+. I fazzoletti fucsia manifesteranno in 17 città. Roma, Torino, Milano, Verona, Bologna, Napoli, Palermo, Reggio Calabria e molte altre. «Non consideriamo la vittoria di Meloni un passo avanti, parla il suo curriculum politico. Non basta una premier donna, serve una premier femminista», tagliano corto le attiviste.